giovedì
23 Aprile 2026

Per non dimenticare la Shoah: ecco le iniziative per il Giorno della memoria

Venerdì, 27 gennaio, anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz nel 1945, è il Giorno della Memoria, la ricorrenza istituita nel 2000 per ricordare le vittime della Shoah.

Diverse le iniziative in programma anche nel territorio comunale di Ravenna, molte delle quali vedono protagonisti studenti, dalle scuole elementari alle superiori.

La giornata commemorativa si aprirà simbolicamente alle 8.30 quando il sindaco, Michele de Pascale, e la presidente del Consiglio comunale, Livia Molducci, renderanno omaggio alla lapide che ricorda gli ebrei transitati per la stazione di Ravenna con destinazione Auschwitz. Il sindaco de Pascale e la presidente Molducci hanno invitato gli assessori e i consiglieri comunali, ed estendono l’invito a chiunque volesse partecipare, a ritrovarsi sul posto già alle 7.30, per distribuire ai pendolari e agli studenti materiale informativo sulla ricorrenza.

Alle 9.30, nella sala consiliare del municipio, si riunirà la Consulta dei ragazzi e delle ragazze. Aprirà l’incontro il prefetto Francesco Russo, che consegnerà la medaglia d’onore di cui è stato insignito Lino Donatini, classe 1919, militare che fu deportato e internato a Berlino dal 1943 al 1945 e ormai deceduto. L’onorificenza sarà perciò consegnata al nipote, Maurizio Melandri. La medaglia d’onore, prevista dalla legge, viene concessa a cittadini italiani, militari o civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto, e ai familiari dei deceduti.
Seguiranno le riflessioni dei giovani della Consulta e la lettura, a cura della biblioteca Classense, di brani tratti dal libro “Lev” di Barbara Vagnozzi, pubblicato dalla Gallucci editore proprio in occasione della Giornata della Memoria; il racconto è ispirato alla storia vera di Lev Nelken, un bambino di 13 anni che sfuggì alla persecuzione nazista scappando con uno degli ultimi kindertransport.

Sempre alle 9.30, nella scuola elementare Mordani, gli alunni scambieranno commenti e riflessioni sui temi della Memoria, nell’ambito del progetto “Roberto Bachi”, dedicato allo studente che frequentò la Mordani negli anni 1937/1938 e che morì ad Auschwitz in data sconosciuta. All’incontro parteciperanno Danilo Naglia, Silvano Rosetti e Sergio Squarzina, ideatori del concorso “Bachi” ed ex compagni di scuola dello studente. Seguiranno la visione del documentario “Il rogo di Berlino” e la performance “La difesa della libertà”. Verrà inoltre posata a fianco della pietra d’inciampo una mattonella QR code in mosaico, realizzata dall’associazione Dis –Ordine, di cui è presidente Marcello Landi, in memoria del direttore Giorgio Gaudenzi, che ha promosso il progetto Bachi, e in omaggio a tutti coloro che, a vario titolo, hanno reso possibile la sua realizzazione.

Al teatro Alighieri, con due repliche previste in orario scolastico, andrà in scena lo spettacolo teatrale “Il Diario di Anna Frank”, che si inserisce all’interno del ciclo “A scuola in teatro” e rientra nell’ambito della stagione che la Fondazione Ravenna Manifestazioni dedica al mondo della scuola. Lo spettacolo, tratto dall’omonimo testo di Anna Frank, l’adolescente morta nel 1945 nel campo di concentramento di Bergen Belsen dopo un periodo di clandestinità, è prodotto da todomondo e sarà interpretato dalla giovane attrice Ines Felicienne Cuccu con la regia di Emanuele Gamba e la collaborazione di Alessia Cespuglio. Video di Raffaele Commone, luci e suoni di Giorgio De Santis.

Alle 17, nell’ambito della mostra di pittura “La valigia dei disegni”, allestita nella sala espositiva di palazzo Rasponi 2, ispirata e dedicata al ricordo dei bambini di Terezin, si alterneranno momenti di letture su testi di Carla Baroncelli e Barbara Domenichini e di musiche eseguite dall’orchestra e dal coro della scuola Guido Novello.
Alle 18, invece, a Castiglione di Ravenna, nella sala Tamerice, in via Vittorio Veneto 21, spazio alle riflessioni e alle testimonianze di alcuni studenti della scuola Zignani che hanno partecipato a un viaggio studio al campo di concentramento di Dachau.

Ha travolto una Cinquecento e poi è scappato Caccia al pirata della strada di Montaletto

Ha travolto una Fiat Cinquecento ferendo la conducente ed è fuggito senza soccorrerla. È accaduto nella tarda mattinata di mercoledì a Montaletto di Cervia, sulla SP71 Bollana. La Cinquecento viaggiava in direzione di Cesena quando, giunta all’incrocio con via Montaletto, ha azionato la freccia per la svolta a sinistra e ha frenato, provocando il rallentamento delle auto che la seguivano. Una di queste, descritta come un’utilitaria di colore blu scuro, probabilmente una Volkswagen Polo vecchio modello, improvvisamente è andata in sorpasso e, all’altezza dell’incrocio, ha urtato con la fiancata destra contro lo spigolo anteriore sinistro della Cinquecento impegnata nella svolta, facendola carambolare.

Come se niente fosse l’autisto è fuggito. A chiamare i soccorsi alcuni automobilisti che avevano assistito alla scena.
La vittima, una 43enne di Cervia, medicata e soccorsa all’Ospedale Bufalini di Cesena, ha riportato la frattura del polso destro, con una prognosi di 35 giorni.

Ora è caccia al pirata della strada, e pare che ci siano già alcune indicazioni utili. Le indagini sono condotte dai Carabinieri dell’Aliquota Radiomobile della Compagnia di Cervia-Milano Marittima, che hanno prestato i primi soccorsi alla vittima, effettuato i rilievi tecnici sul luogo del sinistro e sentito alcuni importanti testimoni.

Il deputato Paglia scrive all’Engim: «L’esperienza dei lager non è simulabile»

Il parlamentare ravennate invita l’ente ad annullare la visita “sensoriale” sui campi di concentramento per il Giorno della memoria

L’iniziativa dell’Engim per il Giorno della memoria, una sorta di esperienza sensoriale per far rivivere ai ragazzi gli orrori dei campi di concentramento (vedi articoli correlati), diventa un caso politico.

Il deputato ravennate di Sinistra Italiana, Giovanni Paglia, ha scritto infatti una lettera ai responsabili dell’Engim non appena venuto a conoscenza dell’iniziativa in cui chiede all’ente di formazione di riflettere sulla «assoluta inopportunità di una proposta che rischia di banalizzare l’orrore dei campi di concentramento»·

«L’esperienza dei lager non è simulabile – scrive Paglia –, né tantomeno può essere ridotta a blande esperienze di deprivazione sensoriale e ad un assaggio di pane secco. Il pane secco era quello che durante la guerra mangiavano i nostri nonni quando erano fortunati, non i prigionieri dei lager. Se voleste far rivivere ai ragazzi le condizioni dei prigionieri nazisti, dovreste far loro provare l’esperienza della tortura, della violenza fisica e psicologica permanente, del lavoro fino alla morte, delle esecuzioni, delle mutilazioni, degli esperimenti su cavie umane, della morte come unico, prossimo orizzonte di vita, per fame, freddo e fatica, per un colpo alla nuca, per le camere a gas. Questo e molto di peggio furono i lager, e persino così, ricordandoli in due parole con la mia scrittura, ho forte l’impressione di edulcorarne la sostanza. È possibile trasmettere anche solo a uno dei nostri ragazzi l’idea che fossero invece qualcosa di più simile ad un cattivo regime carcerario? Sono certo che la risposta non possa che essere negativa e vi chiedo pertanto di soprassedere, di limitarvi alla visione del video, accompagnandolo piuttosto alla lettura di brani di “Se questo è un uomo”. Credo che sarebbe molto più formativo per i vostri studenti e molto più rispettoso della Giornata della Memoria».

Il deputato Paglia scrive all’Engim: «L’esperienza dei lager non è simulabile»

Il parlamentare ravennate invita l’ente ad annullare la visita “sensoriale” sui campi di concentramento per il Giorno della memoria

L’iniziativa dell’Engim per il Giorno della memoria, una sorta di esperienza sensoriale per far rivivere ai ragazzi gli orrori dei campi di concentramento (vedi articoli correlati), diventa un caso politico.

Il deputato ravennate di Sinistra Italiana, Giovanni Paglia, ha scritto infatti una lettera ai responsabili dell’Engim non appena venuto a conoscenza dell’iniziativa in cui chiede all’ente di formazione di riflettere sulla «assoluta inopportunità di una proposta che rischia di banalizzare l’orrore dei campi di concentramento»·

«L’esperienza dei lager non è simulabile – scrive Paglia –, né tantomeno può essere ridotta a blande esperienze di deprivazione sensoriale e ad un assaggio di pane secco. Il pane secco era quello che durante la guerra mangiavano i nostri nonni quando erano fortunati, non i prigionieri dei lager. Se voleste far rivivere ai ragazzi le condizioni dei prigionieri nazisti, dovreste far loro provare l’esperienza della tortura, della violenza fisica e psicologica permanente, del lavoro fino alla morte, delle esecuzioni, delle mutilazioni, degli esperimenti su cavie umane, della morte come unico, prossimo orizzonte di vita, per fame, freddo e fatica, per un colpo alla nuca, per le camere a gas. Questo e molto di peggio furono i lager, e persino così, ricordandoli in due parole con la mia scrittura, ho forte l’impressione di edulcorarne la sostanza. È possibile trasmettere anche solo a uno dei nostri ragazzi l’idea che fossero invece qualcosa di più simile ad un cattivo regime carcerario? Sono certo che la risposta non possa che essere negativa e vi chiedo pertanto di soprassedere, di limitarvi alla visione del video, accompagnandolo piuttosto alla lettura di brani di “Se questo è un uomo”. Credo che sarebbe molto più formativo per i vostri studenti e molto più rispettoso della Giornata della Memoria».

A Vulkano va in scena E’ Bal Le recensioni dei ragazzi

Le impressioni degli studenti dello scentifico dopo aver visto lo spettacolo in dialetto delle Albe

Dopo il tutto esaurito dello scorso settembre, è tornato sul palco di VulKano, a San Bartolo, E’ bal, lo spettacolo del Teatro delle Albe in dialetto romagnolo che Roberto Magnani e Simone Marzocchi hanno tratto dall’omonimo testo del poeta Nevio Spadoni. E in questa occasione le repliche dello spettacolo (in corso fino a venerdì 27) sono affiancate – tra il 16 e il 28 gennaio – da una serie di rappresentazioni per le scuole e di incontri con lo stesso Spadoni, sempre per le scuole superiori, l’università e l’Università degli adulti.

Da queste repliche per le scuole sono poi scaturite recensioni dei ragazzi, piuttosto sorprendenti considerando che si tratta di uno spettacolo appunto in dialetto.

Ne pubblichiamo volentieri qui di seguito tre scritte da ragazzi della classe IV E del liceo scientifico, sotto il coordinamento della professoressa Eliana Tazzari. Non mancano anche spunti critici.

La sala è così immersa nell’oscurità che potrebbe essere infinita come l’universo o piccola come una scatola di fiammiferi. Passa qualche secondo, o forse qualche minuto, ma il tempo non ha importanza in questa nuova dimensione creatasi con la chiusura di una porta. Poi il suono di una ruota che gira a fatica, come se trasportasse un enorme peso, emerge dall’oscurità, e una flebile luce illumina qualcosa di non ben definito sulla scena. Il rumore non si ferma, la luce si espande ancora e abbraccia due figure umane. Roberto Magnani è in piedi di fronte a un microfono, e non appena la luce dà forma al suo corpo, parte la sua canzone. Il testo è in dialetto romagnolo. Ma ha importanza? Nessuna. La musica della voce è il contrappunto del suono della tromba e degli altri misteriosi strumenti. Insieme riempiono la sala, giocando, ballando, arrivando al cuore di tutti i presenti.
Così inizia “E’ Bal” […] La storia è quella di Ezia, donna emarginata in un paese di campagna, abbandonata dall’uomo che amava, e che si trova a vagare per le strade alla ricerca di un nuovo amore, fino a perdere la ragione. Il testo, interamente in dialetto, è accompagnato dal suono e dal linguaggio informale della musica di Simone Marzocchi.
Maria Samokisheva

Un palco, una scalinata con dei cuscini, il buio. […] In scena una lamina metallica, una sega arrugginita, una macchina da cucire, una tromba. E Roberto Magnani è Ezia, una donna che viaggia in cerca del grande amore. Il suo viaggio è una danza, il ballo della vita che da brillante ed energico diviene, col passare del tempo, sgraziato e faticoso. È la sofferenza semplice ma vera di una donna di campagna. È un sogno che si tramuta in follia. Un sogno che Ezia vive nella sua lingua, il dialetto, e di cui i compaesani si prendono gioco in quel clima tragicomico cui Spadoni ci ha ormai abituati (“Lus”, “L’isola di Alcina”).
La resa teatrale è di grande effetto: Magnani fermo davanti a un microfono, i gesti ridotti al minimo, tutto è affidato alla mimica e alla voce. La fissità esteriore muove l’animo, scava nell’interiorità di Ezia, dando vita a un personaggio di potente drammaticità. Percezioni, pensieri ed emozioni volano dalla protagonista allo spettatore, che diventa anch’egli parte di questa grande illusione. La sapiente elaborazione musicale di Simone Marzocchi conferisce alla finzione un carattere quasi reale: i suoni generati dalle lamine di ferro e dalla macchina da cucire rimandano all’ambiente rustico delle campagne romagnole. La tromba si inserisce dolcemente tra questi suoni stridenti e produce un senso di dramma che pervade quasi tutta la rappresentazione. Quasi.
Discutibile infatti la scelta del quinario, musicale sì, ma senza dubbio anti-teatrale. L’enfatizzazione del ritmo rimanda al titolo, al ballo affannato di Ezia, ma rischia di creare una sorta di distacco, ostacolando l’immedesimazione. Se “Lus” travolge lo spettatore, lasciandolo col fiato sospeso dall’inizio alla fine, “E’ Bal” concede qualche respiro di troppo. Nelle parti più fortemente cadenzate la trama tende a perdersi e a perdere di significato, sfociando in un grottesco “svuotato” che, a tratti, allontana il pubblico e ne interrompe il coinvolgimento emotivo. Uno scoglio di dimensioni notevoli, che gli abili Magnani e Marzocchi superano in parte, ma non del tutto. L’attacco difatti appare quasi freddo; poi però il ritmo cede gradualmente il posto alla lirica e il calore di Ezia si mostra in grado di sciogliere anche il più scettico dei critici.
È un calore intenso, penetrante, quasi sgarbato che trova il suo specchio nel fascio di luce sparato con forza in faccia a Magnani. Lo avvolge, avvolge Ezia e la mette a nudo nella sua più profonda intimità, nei suoi più piccoli particolari, interiori ed esteriori. Una luce sobria ma densa di significato, essenziale come tutta la scenografia, perfetta per raccontare il percorso difficile di una donna semplice. Esclusa, emarginata, forse addirittura pazza, ma pur sempre donna che, in quanto essere umano, rappresenta ognuno di noi, è ognuno di noi. Tutti, in modo diverso, anche solo per un attimo, ci sentiamo Ezia, siamo Ezia. Ed è questo l’immenso potere de “E’ Bal”.
Robin Smith

Secondo Nevio Spadoni, autore del monologo “E’ Bal”, «certe cose accadono in dialetto». Ed è questo il motivo per cui il poeta ravennate ha contribuito a un percorso di ricerca sulla lingua dialettale, resa lingua d’arte e di scena con le opere “Lus”, “L’Isola di Alcina” e infine “E’ Bal”.
Spadoni ha dato vita a un testo unico, di grandi potenzialità espressive e di impronta musicale, capace di alternare fasi liriche ad altre drammatiche. Ma ciò che davvero colpisce è la straordinaria messa in scena di Roberto Magnani e Simone Marzocchi. In “E’ Bal” i suoni e le voci si fondono, duettano tra loro, a tratti gli uni accompagnano le altre, il tutto in un’atmosfera raccolta e suggestiva, con un importante ruolo svolto dalle luci. Rispetto a “LUS” si nota un significativo cambiamento dell’apporto sonoro, di impatto davvero sorprendente anche grazie al talento e alla padronanza della musica informale di Simone Marzocchi.
La storia è quella di Ezia, donna abbandonata dall’amore della sua vita e ora alla ricerca disperata di un uomo da sposare. Nel suo frenetico cammino per le campagne romagnole, simile a un ballo, metafora della vita, gli anni se ne vanno e, con loro, gradualmente, anche la ragione della donna. E tra gli elementi più caratteristici vi è senz’altro il modo con cui Roberto Magnani interpreta questo personaggio: l’attore infatti elimina quasi del tutto i gesti, facendo risaltare invece la forza espressiva del volto, resa ancora più efficace grazie all’effetto delle luci.
Così, attraverso un convincente intreccio di suoni, voci e ombre, i quinari di Spadoni, citando lo scrittore russo Lev Tolstoj,  riescono a “parlare del suo villaggio per essere universali”.
Nicolò Taroni

A Vulkano va in scena E’ Bal Le recensioni dei ragazzi

Le impressioni degli studenti dello scentifico dopo aver visto lo spettacolo in dialetto delle Albe

Dopo il tutto esaurito dello scorso settembre, è tornato sul palco di VulKano, a San Bartolo, E’ bal, lo spettacolo del Teatro delle Albe in dialetto romagnolo che Roberto Magnani e Simone Marzocchi hanno tratto dall’omonimo testo del poeta Nevio Spadoni. E in questa occasione le repliche dello spettacolo (in corso fino a venerdì 27) sono affiancate – tra il 16 e il 28 gennaio – da una serie di rappresentazioni per le scuole e di incontri con lo stesso Spadoni, sempre per le scuole superiori, l’università e l’Università degli adulti.

Da queste repliche per le scuole sono poi scaturite recensioni dei ragazzi, piuttosto sorprendenti considerando che si tratta di uno spettacolo appunto in dialetto.

Ne pubblichiamo volentieri qui di seguito tre scritte da ragazzi della classe IV E del liceo scientifico, sotto il coordinamento della professoressa Eliana Tazzari. Non mancano anche spunti critici.

La sala è così immersa nell’oscurità che potrebbe essere infinita come l’universo o piccola come una scatola di fiammiferi. Passa qualche secondo, o forse qualche minuto, ma il tempo non ha importanza in questa nuova dimensione creatasi con la chiusura di una porta. Poi il suono di una ruota che gira a fatica, come se trasportasse un enorme peso, emerge dall’oscurità, e una flebile luce illumina qualcosa di non ben definito sulla scena. Il rumore non si ferma, la luce si espande ancora e abbraccia due figure umane. Roberto Magnani è in piedi di fronte a un microfono, e non appena la luce dà forma al suo corpo, parte la sua canzone. Il testo è in dialetto romagnolo. Ma ha importanza? Nessuna. La musica della voce è il contrappunto del suono della tromba e degli altri misteriosi strumenti. Insieme riempiono la sala, giocando, ballando, arrivando al cuore di tutti i presenti.
Così inizia “E’ Bal” […] La storia è quella di Ezia, donna emarginata in un paese di campagna, abbandonata dall’uomo che amava, e che si trova a vagare per le strade alla ricerca di un nuovo amore, fino a perdere la ragione. Il testo, interamente in dialetto, è accompagnato dal suono e dal linguaggio informale della musica di Simone Marzocchi.
Maria Samokisheva

Un palco, una scalinata con dei cuscini, il buio. […] In scena una lamina metallica, una sega arrugginita, una macchina da cucire, una tromba. E Roberto Magnani è Ezia, una donna che viaggia in cerca del grande amore. Il suo viaggio è una danza, il ballo della vita che da brillante ed energico diviene, col passare del tempo, sgraziato e faticoso. È la sofferenza semplice ma vera di una donna di campagna. È un sogno che si tramuta in follia. Un sogno che Ezia vive nella sua lingua, il dialetto, e di cui i compaesani si prendono gioco in quel clima tragicomico cui Spadoni ci ha ormai abituati (“Lus”, “L’isola di Alcina”).
La resa teatrale è di grande effetto: Magnani fermo davanti a un microfono, i gesti ridotti al minimo, tutto è affidato alla mimica e alla voce. La fissità esteriore muove l’animo, scava nell’interiorità di Ezia, dando vita a un personaggio di potente drammaticità. Percezioni, pensieri ed emozioni volano dalla protagonista allo spettatore, che diventa anch’egli parte di questa grande illusione. La sapiente elaborazione musicale di Simone Marzocchi conferisce alla finzione un carattere quasi reale: i suoni generati dalle lamine di ferro e dalla macchina da cucire rimandano all’ambiente rustico delle campagne romagnole. La tromba si inserisce dolcemente tra questi suoni stridenti e produce un senso di dramma che pervade quasi tutta la rappresentazione. Quasi.
Discutibile infatti la scelta del quinario, musicale sì, ma senza dubbio anti-teatrale. L’enfatizzazione del ritmo rimanda al titolo, al ballo affannato di Ezia, ma rischia di creare una sorta di distacco, ostacolando l’immedesimazione. Se “Lus” travolge lo spettatore, lasciandolo col fiato sospeso dall’inizio alla fine, “E’ Bal” concede qualche respiro di troppo. Nelle parti più fortemente cadenzate la trama tende a perdersi e a perdere di significato, sfociando in un grottesco “svuotato” che, a tratti, allontana il pubblico e ne interrompe il coinvolgimento emotivo. Uno scoglio di dimensioni notevoli, che gli abili Magnani e Marzocchi superano in parte, ma non del tutto. L’attacco difatti appare quasi freddo; poi però il ritmo cede gradualmente il posto alla lirica e il calore di Ezia si mostra in grado di sciogliere anche il più scettico dei critici.
È un calore intenso, penetrante, quasi sgarbato che trova il suo specchio nel fascio di luce sparato con forza in faccia a Magnani. Lo avvolge, avvolge Ezia e la mette a nudo nella sua più profonda intimità, nei suoi più piccoli particolari, interiori ed esteriori. Una luce sobria ma densa di significato, essenziale come tutta la scenografia, perfetta per raccontare il percorso difficile di una donna semplice. Esclusa, emarginata, forse addirittura pazza, ma pur sempre donna che, in quanto essere umano, rappresenta ognuno di noi, è ognuno di noi. Tutti, in modo diverso, anche solo per un attimo, ci sentiamo Ezia, siamo Ezia. Ed è questo l’immenso potere de “E’ Bal”.
Robin Smith

Secondo Nevio Spadoni, autore del monologo “E’ Bal”, «certe cose accadono in dialetto». Ed è questo il motivo per cui il poeta ravennate ha contribuito a un percorso di ricerca sulla lingua dialettale, resa lingua d’arte e di scena con le opere “Lus”, “L’Isola di Alcina” e infine “E’ Bal”.
Spadoni ha dato vita a un testo unico, di grandi potenzialità espressive e di impronta musicale, capace di alternare fasi liriche ad altre drammatiche. Ma ciò che davvero colpisce è la straordinaria messa in scena di Roberto Magnani e Simone Marzocchi. In “E’ Bal” i suoni e le voci si fondono, duettano tra loro, a tratti gli uni accompagnano le altre, il tutto in un’atmosfera raccolta e suggestiva, con un importante ruolo svolto dalle luci. Rispetto a “LUS” si nota un significativo cambiamento dell’apporto sonoro, di impatto davvero sorprendente anche grazie al talento e alla padronanza della musica informale di Simone Marzocchi.
La storia è quella di Ezia, donna abbandonata dall’amore della sua vita e ora alla ricerca disperata di un uomo da sposare. Nel suo frenetico cammino per le campagne romagnole, simile a un ballo, metafora della vita, gli anni se ne vanno e, con loro, gradualmente, anche la ragione della donna. E tra gli elementi più caratteristici vi è senz’altro il modo con cui Roberto Magnani interpreta questo personaggio: l’attore infatti elimina quasi del tutto i gesti, facendo risaltare invece la forza espressiva del volto, resa ancora più efficace grazie all’effetto delle luci.
Così, attraverso un convincente intreccio di suoni, voci e ombre, i quinari di Spadoni, citando lo scrittore russo Lev Tolstoj,  riescono a “parlare del suo villaggio per essere universali”.
Nicolò Taroni

Bendati e con del pane secco tra miasmi e rumori per rivivere l’orrore dei lager

L’ente di formazione Engim organizza un percorso sensoriale per i ragazzi sui campi di concentramento nei sotterranei di una parrocchia

Venerdì 27 gennaio in occasione della Giornata della memoria l’ente di formazione Engim di Ravenna propone a 250 ragazzi (tra cui anche due classi della scuole superiori) un’esperienza sensoriale per rivivere gli orrori di un campo di concentramento. Lo scenario scelto è quello dei sotterranei della parrocchia San Paolo di Ravenna: all’inizio i ragazzi, divisi in piccoli gruppi, verranno guidati verso il “campo”, alla soglia verrà affibbiato loro uno dei distintivi identificativi del lager, poi gli verrà dato un pezzo di pane molto secco (primo senso: gusto), verranno bendati e guidati lungo un percorso tortuoso, vivranno la perdita dell’equilibrio (secondo senso: tatto). Entrati nei sotterranei, sentiranno in una stanza i rumori potentissimi della guerra e ordini impartiti (terzo senso: udito). Tolta loro la benda, guarderanno un video sugli orrori dell’Olocausto (quarto senso: vista). Tutto il percorso sarà invaso dagli odori pestilenziali del lager (quinto senso: olfatto).

Si comincia alle ore 9 e si continuerà per tutta la giornata. Tutte le classi, a turno, faranno questo percorso ma non solo. Ai partecipanti verrà donata anche la storia di un sopravvissuto.

Info: 0544-407189

L’appartamento era una raffineria di eroina: sequestrati 23 chili di droga

In un’abitazione di Lido di Classe. In manette un 37enne

Un laboratorio per la raffinazione e il confezionamento di eroina è stato scoperto dai Carabinieri in un appartamento di Lido di Classe, dove sono stati sequestrati oltre 23 kg di droga: un albanese che era stato visto entrare e uscire spesso dalla casa di via Vespucci, apparentemente disabitata, è stato arrestato.

L’albanese, Irakli Papa, 37 anni, in precedenza era stato seguito fino a Rimini, dove abitava, e identificato. Martedì i militari, appostati fuori dalla casa, lo hanno di nuovo pedinato, quando è partito in auto a forte velocità verso Milano Marittima. Vicino alla massicciata di una ferrovia, dove aveva fatto una breve sosta, sono stati trovati nascosti due panetti di eroina da 780 grammi. Si è deciso allora di fermarlo e di perquisire l’appartamento di Lido di Classe: risultato, 2,4 kg di eroina e cocaina e altri 21,5 di polvere positiva al narcotest per l’eroina.

Sono state inoltre sequestrate presse idrauliche, stampi, miscelatori, bilance e materiale per il sottovuoto. (Ansa.it)

Trasporto sangue, appalto Ausl a Copura: «Riduzioni di lavoro del 10-12 percento»

Base d’asta di 1,2 milioni all’anno, offerta di circa 800mila euro Cgil: «Tuteleremo lavoratori». Legacoop critica la Rsu aziendale

L’appalto pubblico per il servizio di trasporto sangue dell’Ausl Romagna, aggiudicato alla Copura di Ravenna, mette Cgil contro Legacoop. La seconda infatti si schiera a difesa della cooperativa che ha vinto la gara smentendo le critiche di condizioni peggiorative per i lavoratori rimasti nell’appalto e passati dalla precedente azienda alla nuova mentre il sindaco attacca duramente la coop.

La Lega delle cooperative parla di una polemica accesa dalla Rsu aziendale ma smentisce quanto sostenuto: «Non è vero che Copura abbia decurtato del 30 percento il monte ore rispetto alle 40 ore settimanali. Nonostante alle dipendenze di Plurima (l’azienda precedente, ndr) diversi operatori non lavorassero interamente le 40 ore previste nell’appalto, Copura aveva prospettato una soluzione organizzativa, presentata nell’incontro in Prefettura con le organizzazioni sindacali, per far sì che la decurtazione fosse mediamente del 10-12 percento e non del 30. Non è vero che sia stato azzerato il superminimo, perché nel medesimo incontro in Prefettura Copura si era resa disponibile a riconoscere una quota del superminimo previsto nella precedente posizione contrattuale.

La Cgil annuncia che «tutelerà fino in fondo i lavoratori coinvolti perché fino ad ora tutti i tentativi di conciliazione con Copura, che è subentrata all’azienda Plurima nel servizio, non sono andati a buon fine». Il sindacato ricorda che «nella predisposizione dei bandi di gara vanno tutelati i livelli di occupazione e i diritti economici e giuridici dei lavoratori. Il caso Copura ci mette di fronte a una realtà molto difficile per i lavoratori. I lavoratori dell’azienda, che in precedenza si occupava del trasporto sangue, saranno assunti da Copura e si troveranno di fronte a forti riduzioni di orario e a stipendi con profonde decurtazioni.

Legacoop mette in fila anche le cifre in ballo: «Non è vero che Plurima si era aggiudicata il servizio di trasporto sangue per 2 milioni di euro, mentre Copura l’ha ottenuto con un’offerta di 700mila euro. La base d’asta dell’appalto era di 1,2 milioni, molto al di sotto delle condizioni precedenti di cui beneficiava Plurima e il capitolato di gara prevedeva cose differenti. Inoltre alcuni servizi erano stati stralciati dall’appalto. È ovvio che l’Ausl avesse intenzione di razionalizzare il servizio e ridurre i costi. Plurima nell’offerta presentata in fase di gara ha praticato uno sconto non molto dissimile da quello di Copura, con una differenza annuale di soli 69mila euro, ritenendo entrambe fattibile il servizio ad un costo di circa 800mila euro» A parere di Legacoop Romagna Copura ha operato in maniera trasparente e tenendo conto delle esigenze dei lavoratori oltre che delle proprie.

Le riflessioni di Cgil vanno anche all’indirizzo dell’Ausl: «Questa vicenda evidenzia ancora una volta il fatto che gli appalti, se non attentamente gestiti, possono essere strumento di una competizione economica al ribasso che poi si scarica in maniera negativa e con conseguenze drammatiche sul lavoro. Nel caso specifico del servizio di trasporto sangue il committente è l’Ausl Romagna e con quest’ultima bisogna aprire un confronto generale sulle condizioni di tutti gli appalti. Per evitare il periodico riproporsi di queste situazioni, che indeboliscono i lavoratori, sarà più che mai necessario andare a votare Sì al referendum sugli appalti promosso dalla Cgil e per il quale è stato raccolto oltre un milione di firme in tutta Italia».

Reati in calo in provincia nel 2016 In media 30 furti al giorno

I colpi in abitazione 1.989: rispetto al 2015 diminuzione del 39,5 percento. In crescita le truffe, vittime soprattutto gli anziani

Reati in calo in provincia di Ravenna nel 2016. La questura ha fornito nella mattinata di oggi, 25 gennaio, le cifre della delittuosità nel territorio. Ne emerge un quadro in cui i furti sono ancora molti ma in netta diminuzione rispetto agli anni precedenti che avevano portato Ravenna in cima alle classifiche nazionali e regionali. Nel 2016, anticipa la questura, la città dovrebbe essere scesa al quinto posto in Emilia Romagna per quanto riguarda i furti in abitazione. In totale, i delitti registrati lo scorso anno sono 20.565. Di questi, circa la metà sono costituiti da furti. Rispetto al 2015, quando la cifra era arrivata a 26.538, la diminuzione è stata del 26 percento. L’anno prima i reati erano stati invece 27.819. Annotazione importante: si parla dei reati registrati da tutte le forze dell’ordine, non dalla sola polizia.

A presentare i dati è stato il questore, Rosario Eugenio Russo, a Ravenna dal giugno scorso. Accanto a lui Scipione De Leonardis, dirigente dell’Anticrimine che ha elaborato le statistiche. Russo ha sottolineato la particolarità del territorio ravennate, molto decentrato rispetto ad altre zone d’Italia e, quindi, più difficile da controllare. Per questo «dal mio arrivo ho aumentato il numero delle pattuglie sul territorio». De Leonardis non rinuncia ad un commento rispetto ai dati di fine anno, le note classifiche del Sole 24 Ore che pongono la città ai vertici nazionali per quanto riguarda i furti: «Vengono presi in considerazione dati grezzi che non tengono conto del fattore turismo che porta ad un flusso maggiore di persone sul territorio e quindi ad un aumento dei reati». In effetti l’andamento delle denunce mostra tutti gli anni un picco maggiore nei mesi estivi.

I numeri raccontano di un territorio in cui si registrano in media quasi trenta furti al giorno, con un totale di 10.863. Erano però molti di più nel 2015 (14.183) e anche nel 2014 (15.218), anno rispetto al quale il calo è stato del 28,6 percento. I furti in abitazione sono stati 1.989. Qui si è registrato il calo più importante rispetto al 2015 (-39,5 percento, erano 2.952) mentre due anni fa l’asticella aveva toccato quota 3.209. «Questo – ammette Russo – è uno dei nervi scoperti più sensibili del territorio ma abbiamo ottenuto buoni risultati, lasciando il primo posto regionale con un drastico calo». L’impressione è che il questore intenda comunque allontanarsi ulteriormente da quota duemila. Negli esercizi commerciali i furti sono molto più contenuti: 909 le denunce, con una diminuzione del 27 percento. I topi d’auto sono sempre piuttosto in forma, anche se l’attività è in diminuzione: 1.329 furti, erano 400 in più nel 2015.

Crescono invece le rapine, che passano da 157 a 191. Il dato necessita di una spiegazione: nel calderone finiscono tutti i colpi in strada che poi vengono riclassificati come furti con strappo (gli scippi) o con destrezza (ad esempio il portafoglio sfilato dalle tasche). Stesso discorso per gli esercizi commerciali: a volte si tratta di rapine improprie, definizione giuridica per quelle in cui il ladro viene scoperto e fugge dando una spinta al negoziante. Uno dei fenomeni che più sono aumentati negli ultimi due anni è quello delle truffe. Il numero ha ormai raggiunto quota mille: sono state 994, in crescita sia rispetto al 2015 (955) sia sul 2014, quando erano 120 in meno. Tra le vittime preferite ci sono gli anziani ma anche persone non troppo esperte negli acquisti online che finiscono per abboccare alle frodi sparse sul web.

L’attività della questura ha portato alla denuncia di 973 persone e all’arresto di 109 (erano 83 nel 2015). In aumento il fenomeno dello stalking, passato da 16 a 20 ammonimenti (su 32 casi segnalati) con una piccola nota positiva sottolineata dal questore: nessuno è recidivo e in genere dopo il provvedimento si riga dritto. I porti d’armi rilasciati sono in diminuzione (856, cento in meno rispetto all’anno prima) e sul territorio si registrano 30.569 stranieri con regolare permesso di soggiorno, con un incremento di 2.104 unità. Dall’altra parte, sono aumentate di una ventina di casi le espulsioni (164) e anche gli accompagnamenti, passati da 17 a 30. Raddoppiate infine le istanze di protezione per motivi umanitari, passate da 654 a 1.393. Numeri che da soli valgono il plauso del questore al suo personale dell’ufficio Immigrazione.

«La guerra cibernetica è già in corso, nel mondo un milione di attacchi al minuto»

Le analisi del presidente di Itway dal caso Eye Pyramid alla cyber security. L’azienda ha un team top secret di hacker etici

La webcam in cima allo schermo del computer nell’ufficio di Fornace Zarattini è coperta da un post-it giallo. Rustico ma impenetrabile accorgimento antispionaggio, «perché so, pur essendo protetti, che se qualcuno riesce a entrare in un computer può attivare la telecamera e vedere cosa c’è davanti senza che ci sia modo di accorgersene». Andrea Farina è il fondatore e presidente di Itway, il gruppo nato a Ravenna vent’anni fa che oggi è quotato in Borsa, vanta filiali in sette Paesi, conta 400 dipendenti e collaboratori, raggiunge un fatturato di cento milioni di euro all’anno nel settore delle tecnologie di informazione e comunicazione (Ict). Due mesi fa ha lanciato sul mercato il frutto di quattro anni di lavoro: Cerbero Cybersecurity Services, una piattaforma specializzata nella gestione dei servizi di cyber security, materia balzata agli onori delle cronache nazionali di recente con i due arresti a Roma per cyber spionaggio (riuscito o a volte solo tentato) ai danni di manager, banchieri e politici fino ai vertici più alti come l’ex premier Matteo Renzi o il presidente della Bce Mario Draghi.

Eye Pyramid è il nome del programma che usavano i fratelli Occhionero, i due arrestati, per l’attività di spionaggio. Come funziona? Nell’ambiente è qualcosa di noto?
«Esiste da anni ed esistono già gli strumenti per individuarlo ed eliminarlo. È un programma che si installa sul computer, magari facendo clic con troppa facilità sull’allegato di una email non sicura, e da quel momento quel computer e la sua attività sono controllabili con un collegamento in remoto da chi ha inviato l’email infetta».

Quanto è frequente ricevere email di quel tipo o simili?
«Io ne ricevo quasi ogni giorno. Che giro ai nostri operatori quando non sono sicuro della mia analisi».

L’operazione degli Occhionero andava avanti da qualche anno ed è stata individuata solo di recente. Lo Stato italiano non ha fatto un figurone…
«Il livello di alfabetizzazione informatica nazionale è purtroppo indecente. Fin quando sentiremo esponenti della classe dirigente dire di non capire nulla di informatica come se fosse un vanto, mancherà la cultura necessaria per capire l’importanza dell’argomento. Il massimo che sanno fare è affidarsi a qualche consulente a libro paga delle classiche cinque grandi società americane e ci ritroviamo nelle loro mani. Per fortuna il nuovo ministro degli Interni è un uomo che viene dal Copasir e si sta muovendo come uomo dei servizi».

Ha poca fiducia nei consulenti di società estere?
«La sicurezza nazionale deve essere in mano a italiani di specchiata virtù. Molti forse non sanno che l’attività di raccolta informazioni fatta da Edward Snowden, agente Cia, avveniva operando ufficialmente come consulente per la sicurezza della Booz Allen Hamilton, una delle grandi società americane cui si rivolgono in tanti. Una volta l’agente segreto si nascondeva nelle agenzie di import-export, oggi tra i consulenti informatici. E i numeri dicono che il 70-80 percento delle brecce nei sistemi informativi arrivano da figure interne».

E se qualche 007 si nascondesse tra gli ingegneri Itway?
«La sicurezza al cento per cento non c’è mai. Ma so anche che abbiamo un sistema di controllo dove ogni operazione è tracciabile e i nostri uomini hanno un nome e un cognome».

Che idea si è fatto del lavoro condotto dai due fratelli arrestati?
«Dalle informazioni in mio possesso direi che hanno fatto dossieraggio. Ma quando leggo che qualcuno pensa che agissero da soli mi viene da sorridere. Non perché non sia possibile ma ci sono troppi indizi che mi fanno pensare a un’attività seguita non in solitudine e con l’appoggio di qualche struttura del Paese dove sono ospitati i server (Stati Uniti, ndr)».

Del resto le rivelazioni di Snowden hanno messo in luce che l’agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) faceva anche gioco sporco…
«Non mi ha sorpreso quando si è saputo. Come non mi ha sorpreso che intercettassero il Blackberry della Merkel e dei membri del Governo tedesco. Il gioco non pulito fa parte dei servizi segreti. Se sei la colomba bianca che pensa che tutto il mondo sia buono, purtroppo, ti sbagli. L’informatica è come una pistola: diventa letale in base all’uso che ne fai».

Quanti sono gli attacchi per tentativi di intrusione in sistemi informatici?
«Se sommiamo tutti i tipi a livello mondiale viaggiamo alla media di un milione al minuto. Un numero in crescita. Partono per la maggior parte da Stati Uniti e Cina ma va sottolineato che la Russia non permette alle sonde della rete di analizzare, in modo ufficiale, se un attacco parte da loro. E l’Italia è quasi sempre tra i primi dieci Paesi bersaglio, evidentemente siamo considerati una piattaforma interessante da colpire».

Come ci si difende?
«Con programmi basati sull’attività di analisti di cyber intelligence in grado di leggere come si stanno muovendo gli attacchi nella grande ragnatela mondiale del Www e quindi fare una previsione di quale sarà il target finale entro ore o giorni. Di recente è capitato che abbiamo captato in anticipo un bombardamento hacker diretto contro la rete di una importante banca italiana. Finalmente qualcuno ha cominciato a parlare di guerra cibernetica o cyber war».

Si combatterà sempre più da uno schermo all’altro e meno sul campo di battaglia con le armi?
«Sono profondamente convinto che gli scontri fra Paesi avverranno sempre più sul fronte cibernetico. Non solo fra Paesi ma anche come abbiamo visto da parte del terrorismo islamico con il Daesh. Gli Stati più importanti stanno investendo miliardi di dollari per gli strumenti di sicurezza, pensi che il solo budget di Obama approvato a febbraio 2016, prevede 12 miliardi di dollari all’anno. Mi auguro che qualcuno alzi il budget italiano, che va comunque detto è stato introdotto per la prima volta nel 2015 da Renzi, visto che siamo al penultimo posto in Europa prima solo della Grecia».

Chi combatte la guerra dalla parte dei buoni?
«Hacker etici, come quelli che compongono il nucleo consulenziale al nostro servizio. Ingegneri che hanno le capacità per fronteggiare le minacce facendo a tutti gli effetti attività di intelligence nel deep web, la parte di internet sconosciuta agli utenti comuni».

Per fronteggiare un milione di attacchi al minuto che esercito ci vuole?
«Nel deep web c’è un mercato grigio in cui avviene la negoziazione tra chi progetta l’antivirus e gli hacker che producono i virus per averli in anticipo ed essere già pronti quando viene diffuso. Chi non trova l’accordo arriva per secondo sperando di limitare i danni. Si fanno trattative con hacker che senza sapere dove siano e chi siano».

Qualunque strumento di chiunque è potenzialmente hackerabile?
«Sì. Il programma sicuro al cento per cento non esiste ma ne esistono alcuni più sicuri di altri».

E il privato che non può assoldare un plotone di hacker buoni?
«Si protegge con un antivirus che ha un canone annuale di alcune decine di euro e lo tiene aggiornato perché molti dei virus fanno leva sui ritardi negli aggiornamenti».

Ma a parte i grandi enti, il cittadino comune quanto deve preoccuparsi di proteggere il computer di casa che usa per le operazioni più banali?
«Deve. Lasceremmo la nostra abitazione senza porta o alla meglio con la porta aperta? Sicuramente no. Quindi noi privati cittadini possiamo informarci dei livelli di sicurezza che il gestore di telefonia scelto è in grado di garantire e avere un sistema di antivirus, meglio due, sempre aggiornato».

Fare l’hacker è ancora possibile a livello amatoriale?
«Solo per colpa dell’ignoranza in materia che ancora è diffusa. I tempi romantici del Condor Kevin Mitnick sono finiti. Oggi gli hacker sono ingegneri e come ho detto prima terroristi al servizio anche del Daesh, hanno studiato nelle nostre università o lavorato nelle nostre aziende».

Però a volte la cosa più sicura è un post-it sulla webcam. È un trucchetto introdotto dopo il film di Oliver Stone su Snowden?
«È un sofisticatissimo e costosissimo strumento manuale che è lì da parecchi anni e ogni tanto va sostituito».

«Per la sede decentrata dell’Accademia il Comune paga Inps, ma senza contratto»

Interrogazione dei consiglieri di Cambierà che rivelano i costi per l’Amministrazione: «Spende 180mila euro all’anno, sine titulo»

Mentre in città si è riaperto il dibattito sulla collocazione dell’Accademia di Belle Arti – grazie in particolare alla lettera dello studente tedesco che è possibile leggere tra gli articoli correlati qui a fianco – i consiglieri comunali del movimento civico Cambierà, pur anche loro favorevoli a far tornare l’Accademia in un luogo più consono, cercano di spostare l’attenzione nuovamente sulla situazione attuale.

In un’interrogazione al sindaco depositata lo scorso 11 gennaio, prima quindi del dibattito di questi giorni, Cambierà chiede risposte sui costi considerati eccessivi a carico del Comune per mantenere la sede decentrata dell’Accademia di via delle Industrie. Si tratterebbe di circa 180mila euro all’anno, di cui 107mila come indennità “sine titulo”, quindi senza alcun contratto – scrivono i consiglieri – e i restanti per la manutenzione. Somme che verrebbero corrisposte – secondo i documenti in mano al gruppo d’opposizione, che ha fatto un accesso agli atti – all’Inps regionale, proprietario dell’immobile.

Nell’interrogazione Cambierà chiede al sindaco di valutare una sospensione dell’accordo senza alcun tipo di contratto con Inps, chiedendo – oltre che se non sia il caso di individuare una sede più consona – di verificare la congruità delle spese sostenute.

La discussione dell’interrogazione era stata in un primo momento prevista ufficiosamente per il consiglio comunale del 24 gennaio, ma poi non è stata inserita nel calendario dei lavori.

«Intanto – è il commento sarcastico della capogruppo Michela Guerra – uno studente tedesco chiede, con lettera aperta ai media, al sindaco, di spostare l’Accademia in altro luogo più centrale. Previsione: il sindaco interviene e dice che sposta l’Accademia. Conseguenza: non si parla più dei centinaia di euro girati “sine titulo”, e per anni, tra Comune e Inps…».

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