giovedì
07 Maggio 2026

Alberghini apre ai grillini senza lista «Ogni risorsa non deve essere dispersa»

Il candidato di Lega-Lpr vede una base comune tra le due realtà
di opposizione: «Pronti a incontrarci e ascoltare i cinquestelle»

«Abbiamo una base comune, già sperimentata, in importanti sensibilità: prime tra tutte sulla piena trasparenza delle istituzioni pubbliche, sul valore irrinunciabile della legalità, sulla lotta alla corruzione, ai clientelismi, allo strapotere e all’invasione della politica nell’economia e nella società. Ogni risorsa politica ed umana della nostra comunità non deve essere dispersa». È un messaggio di apertura quello che Massimiliano Alberghini, candidato sindaco a sostenuto da Lega Nord e Lpr, indirizza ai grillini rimasti orfani di lista. Come noto infatti lo staff centrale dei Cinquestelle ha deciso che a Ravenna non presenterà il simbolo.

Alberghini, 50enne commercialista che scende in politica per la prima volta, esprime solidarieta a chi aveva lavorato con impegno per preparare una lista M5s: «Si riducono, obiettivamente, gli spazi di una competizione aperta e partecipata che sono il sale della democrazia. Gli attivisti e gli esponenti del Movimento avrebbero potuto arricchire il dibattito, contribuendo a qualificarlo».

Ma anche senza una lista in campo, Alberghini è convincto che «nelle diverse forme di partecipazione dei cittadini al presidio delle proprie istituzioni, non mancherà, già in questa delicata e forse storica fase di formazione del nuovo governo della città, il loro diretto e consapevole coinvolgimento alla formazione delle idee e delle mozioni in campo». Ecco perché, «a prescindere dalle diverse e finanche diametralmente opposte convinzioni politiche», si dice pronto a incontrare e ascoltare attentamente, dirigenti, militanti e simpatizzanti dei 5 Stelle: «Facciamo parte tutti di quelli che sono convinti che, dopo mezzo secolo di ininterrotto governo di una città, che inevitabilmente produce sempre deleterie incrostazioni di interessi, mettere alla prova una proposta, almeno dignitosa, di alternanza sia preferibile all’immutabile».

Greenpeace: «Le trivelle inquinano» Eni: «Gas estratto rispettando l’ambiente»

L’Ong ambientalista segnala anche superamenti nei monitoraggi
delle cozze raccolte sulle piattaforme. Il Paguro smentisce

«Le trivelle sono impianti inquinanti: dove esistono dei limiti di legge da rispettare risulta che buona parte delle piattaforme offshore non rispetta tali limiti». Nel vasto dibattito nato attorno alle estrazioni in mare, in vista del referendum del 17 aprile sulla durata delle concessioni entro le dodici miglia, interviene anche Greenpeace e lo fa diffondendo un rapporto (scaricabile in versione integrale dal link in fondo alla pagina) che prende in considerazioni i dati richiesti e ottenuti dal ministero dello Sviluppo economico (Mise). Ma alla posizione espressa dalla Ong ambientalista risponde direttamente Eni, proprietaria delle piattaforme oggetti delle analisi: «Non vi sono criticità per l’ecosistema marino riconducibili alle attività di produzione di idrocarburi in nessuna delle matrici ambientali monitorate» (anche la nota integrale di Eni è in fondo alla pagina in formato pdf).

A luglio Greenpeace ha richiesto al Mise i dati 2012-13-14 relativi ai monitoraggi ambientali effettuati in prossimità delle piattaforme offshore nei mari italiani. Delle oltre 130 piattaforme operanti sono stati consegnati a Greenpeace solo i dati relativi ai piani di monitoraggio delle piattaforme attive in Adriatico che scaricano direttamente in mare, o iniettano/reiniettano in profondità, le acque di produzione. Si tratta di 34 impianti (33 nel 2012 e 2014) che estraggono gas, tutti di proprietà di Eni. I monitoraggi sono realizzati da Ispra (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente) con la committenza di Eni e prevedono analisi chimico-fisiche su campioni di acqua, sedimenti marini e mitili (le comuni cozze) che crescono nei pressi delle piattaforme. «Dal lavoro di sintesi e analisi di questi dati emerge un quadro per lo meno preoccupante». Ad esempio, dice Greenpeace, «l’analisi della presenza di sostanze chimiche, tossiche e pericolose per la salute nei tessuti delle cozze raccolte in prossimità delle piattaforme ha mostrato evidenti criticità».

«A seconda degli anni considerati, il 76 percento (2012), il 73,5 (2013) e il 79 (2014) delle piattaforme presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Tra i composti che superano con maggiore frequenza i valori definiti dagli Standard di Qualità Ambientale (o Sqa, definiti nel DM 56/2009 e 260/2010) fanno parte alcuni metalli pesanti e alcuni idrocarburi». La risposta di Eni delinea invece un quadro diverso: «È necessario precisare che i limiti presi inconsiderazione da Greenpeace per le sostanze oggetto di monitoraggio non rappresentano limiti di legge definiti per valutare l’eventuale inquinamento derivante da una specifica attività antropica. Tali valori sono utilizzati da Ispra come riferimento tecnico nelle relazioni di monitoraggio dell’ecosistema marino circostante le piattaforme unicamente per valutarne le eventuali alterazioni, sulla base di un confronto con standard di qualità utilizzati per aree incontaminate. I limiti presi a riferimento da Greenpeace, ossia gli Standard di Qualità Ambientale, sono utilizzati per definire una classificazione comune a livello europeo circa lo stato di salute di un ambiente incontaminato in corpi idrici superficiali e riguarda, pertanto, le acque marine costiere all’interno della linea immaginaria distante 1 miglio nautico (circa 1,8 km) dalla linea di costa, mentre tutte le 34 piattaforme, oggetto dell’analisi, sono ubicate ad una distanza dalla costa compresa tra 6 miglia (10,5 km) e 33 miglia (60 km). Circa quanto riportato da Greenpeace sull’inquinamento da idrocarburi nel Mediterraneo, è utile ricordare che studi effettuati da Università e Istituti scientifici evidenziano che per il 60 percento tale inquinamento deriva da scarichi civili e industriali e per il 40 percento dal traffico navale, che riversa in mare circa 150.000 ton/anno di idrocarburi. Insignificante, invece, l’apporto dell’attività petrolifera (meno dello 0,1 percento)».

C’è poi il capitolo cozze. «Gli inquinanti monitorati sono tre – scrive Greenpeace –: mercurio, esaclorobenzene ed esaclorobutadiene. Di queste tre sostanze solo il mercurio viene abitualmente misurato nei mitili nel corso dei monitoraggi ambientali. I risultati mostrano che circa l’86 percento del totale dei campioni analizzati nel corso del triennio 2012-2014 superava il limite di concentrazione di mercurio identificato dagli Sqa». Ma anche su questo aspetto Eni respinge le accuse e a questa posizione si allinea quella di Giovanni Fucci, presidente dell’associazione Paguro: «La Cooperativa Pescatori di Ravenna è autorizzata alla raccolta e commercializzazione delle cozze per uso alimentare da parte della Regione Emilia Romagna ed i molluschi sono soggetti a continui controlli da parte della Asl sulla componente biologica, metalli e idrocarburi, prima dell’autorizzazione all’immissione sul mercato. La normativa sanitaria prevede analisi molto specifiche e dal 1991 vengono realizzate ogni anno circa 900 analisi per tutti gli impianti di allevamento mitili e piattaforme offshore presenti sul territorio regionale. Ispra confronta i risultati delle analisi sui mitili prelevati dalle piattaforme con le analisi effettuate su mitili cresciuti in aree incontaminate (Portonovo). Alla luce di tale confronto, sebbene i mitili che nascono sui piloni delle piattaforme presentino in alcuni casi concentrazioni di alcuni parametri superiori a quelli prelevati in aree incontaminate, Ispra conclude sulla base di anni di analisi che l’effetto sugli ecosistemi marini prossimi alle piattaforme non è significativo. Si può escludere che i mitili provenienti dalle piattaforme e commercializzati comportino alcun tipo di rischio per la salute delle persone».

Addirittura Fucci, presidente cooperativa allevamento mitili in mare, si spinge oltre: «Tutto il rapporto è costruito non su dati reali, rilevamenti effettuati, ma su congetture ed ipotesi pseudoscientifiche tese a dimostrare una loro verità. Le norme per la raccolta e/o l’allevamento dei mitili è soggetta a precise norme di carattere sanitario Reg.CE 852, 853, 854 del 2004 che prevedono specifiche analisi, metodi, tempi ed in particolare: settimanalmente prelievo di campioni di molluschi per effettuare analisi delle biotossine (Psp, Asp, Acido okadaico, Yessotossine, Azasparacidi); mensilmente prelievo di campioni di molluschi per analisi batteriologiche (Escherichiacoli, Salmonelle); semestralmente prelievo di campioni di molluschi per effettuare analisi chimiche (piombo, mercurio, cadmio). In presenza di risultati positivi viene emanato dalle autorità l’immediato divieto di raccolta e commercializzazione del prodotto per il consumo umano, servono almeno due ulteriori referti negativi per riprendere la raccolta del prodotto. La frequenza dei campionamenti, in presenza di positività, viene dimezzata. In 24 anni di campioni ed analisi per il rilevamento della presenza di prodotti chimici nelle cozze delle piattaforme offshore, solo nel 2015 è stato rilevato uno sforamento del valore di piombo presso una monotubolare (in attesa di ulteriori analisi), per tutte le altre analisi i parametri sono stati entro i limiti di legge e della normativa sanitaria nazionale e comunitaria in materia».

Greenpeace: «Le trivelle inquinano». Eni: «Gas estratto rispettando l’ambiente»

L’Ong ambientalista segnala anche superamenti nei monitoraggi delle cozze raccolte sulle piattaforme. Il Paguro smentisce

«Le trivelle sono impianti inquinanti: dove esistono dei limiti di legge da rispettare risulta che buona parte delle piattaforme offshore non rispetta tali limiti». Nel vasto dibattito nato attorno alle estrazioni in mare, in vista del referendum del 17 aprile sulla durata delle concessioni entro le dodici miglia, interviene anche Greenpeace e lo fa diffondendo un rapporto (scaricabile in versione integrale dal link in fondo alla pagina) che prende in considerazioni i dati richiesti e ottenuti dal ministero dello Sviluppo economico (Mise). Ma alla posizione espressa dalla Ong ambientalista risponde direttamente Eni, proprietaria delle piattaforme oggetti delle analisi: «Non vi sono criticità per l’ecosistema marino riconducibili alle attività di produzione di idrocarburi in nessuna delle matrici ambientali monitorate» (anche la nota integrale di Eni è in fondo alla pagina in formato pdf).

A luglio Greenpeace ha richiesto al Mise i dati 2012-13-14 relativi ai monitoraggi ambientali effettuati in prossimità delle piattaforme offshore nei mari italiani. Delle oltre 130 piattaforme operanti sono stati consegnati a Greenpeace solo i dati relativi ai piani di monitoraggio delle piattaforme attive in Adriatico che scaricano direttamente in mare, o iniettano/reiniettano in profondità, le acque di produzione. Si tratta di 34 impianti (33 nel 2012 e 2014) che estraggono gas, tutti di proprietà di Eni. I monitoraggi sono realizzati da Ispra (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente) con la committenza di Eni e prevedono analisi chimico-fisiche su campioni di acqua, sedimenti marini e mitili (le comuni cozze) che crescono nei pressi delle piattaforme. «Dal lavoro di sintesi e analisi di questi dati emerge un quadro per lo meno preoccupante». Ad esempio, dice Greenpeace, «l’analisi della presenza di sostanze chimiche, tossiche e pericolose per la salute nei tessuti delle cozze raccolte in prossimità delle piattaforme ha mostrato evidenti criticità».

«A seconda degli anni considerati, il 76 percento (2012), il 73,5 (2013) e il 79 (2014) delle piattaforme presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Tra i composti che superano con maggiore frequenza i valori definiti dagli Standard di Qualità Ambientale (o Sqa, definiti nel DM 56/2009 e 260/2010) fanno parte alcuni metalli pesanti e alcuni idrocarburi». La risposta di Eni delinea invece un quadro diverso: «È necessario precisare che i limiti presi inconsiderazione da Greenpeace per le sostanze oggetto di monitoraggio non rappresentano limiti di legge definiti per valutare l’eventuale inquinamento derivante da una specifica attività antropica. Tali valori sono utilizzati da Ispra come riferimento tecnico nelle relazioni di monitoraggio dell’ecosistema marino circostante le piattaforme unicamente per valutarne le eventuali alterazioni, sulla base di un confronto con standard di qualità utilizzati per aree incontaminate. I limiti presi a riferimento da Greenpeace, ossia gli Standard di Qualità Ambientale, sono utilizzati per definire una classificazione comune a livello europeo circa lo stato di salute di un ambiente incontaminato in corpi idrici superficiali e riguarda, pertanto, le acque marine costiere all’interno della linea immaginaria distante 1 miglio nautico (circa 1,8 km) dalla linea di costa, mentre tutte le 34 piattaforme, oggetto dell’analisi, sono ubicate ad una distanza dalla costa compresa tra 6 miglia (10,5 km) e 33 miglia (60 km). Circa quanto riportato da Greenpeace sull’inquinamento da idrocarburi nel Mediterraneo, è utile ricordare che studi effettuati da Università e Istituti scientifici evidenziano che per il 60 percento tale inquinamento deriva da scarichi civili e industriali e per il 40 percento dal traffico navale, che riversa in mare circa 150.000 ton/anno di idrocarburi. Insignificante, invece, l’apporto dell’attività petrolifera (meno dello 0,1 percento)».

C’è poi il capitolo cozze. «Gli inquinanti monitorati sono tre – scrive Greenpeace –: mercurio, esaclorobenzene ed esaclorobutadiene. Di queste tre sostanze solo il mercurio viene abitualmente misurato nei mitili nel corso dei monitoraggi ambientali. I risultati mostrano che circa l’86 percento del totale dei campioni analizzati nel corso del triennio 2012-2014 superava il limite di concentrazione di mercurio identificato dagli Sqa». Ma anche su questo aspetto Eni respinge le accuse e a questa posizione si allinea quella di Giovanni Fucci, presidente dell’associazione Paguro: «La Cooperativa Pescatori di Ravenna è autorizzata alla raccolta e commercializzazione delle cozze per uso alimentare da parte della Regione Emilia Romagna ed i molluschi sono soggetti a continui controlli da parte della Asl sulla componente biologica, metalli e idrocarburi, prima dell’autorizzazione all’immissione sul mercato. La normativa sanitaria prevede analisi molto specifiche e dal 1991 vengono realizzate ogni anno circa 900 analisi per tutti gli impianti di allevamento mitili e piattaforme offshore presenti sul territorio regionale. Ispra confronta i risultati delle analisi sui mitili prelevati dalle piattaforme con le analisi effettuate su mitili cresciuti in aree incontaminate (Portonovo). Alla luce di tale confronto, sebbene i mitili che nascono sui piloni delle piattaforme presentino in alcuni casi concentrazioni di alcuni parametri superiori a quelli prelevati in aree incontaminate, Ispra conclude sulla base di anni di analisi che l’effetto sugli ecosistemi marini prossimi alle piattaforme non è significativo. Si può escludere che i mitili provenienti dalle piattaforme e commercializzati comportino alcun tipo di rischio per la salute delle persone».

Addirittura Fucci, presidente cooperativa allevamento mitili in mare, si spinge oltre: «Tutto il rapporto è costruito non su dati reali, rilevamenti effettuati, ma su congetture ed ipotesi pseudoscientifiche tese a dimostrare una loro verità. Le norme per la raccolta e/o l’allevamento dei mitili è soggetta a precise norme di carattere sanitario Reg.CE 852, 853, 854 del 2004 che prevedono specifiche analisi, metodi, tempi ed in particolare: settimanalmente prelievo di campioni di molluschi per effettuare analisi delle biotossine (Psp, Asp, Acido okadaico, Yessotossine, Azasparacidi); mensilmente prelievo di campioni di molluschi per analisi batteriologiche (Escherichiacoli, Salmonelle); semestralmente prelievo di campioni di molluschi per effettuare analisi chimiche (piombo, mercurio, cadmio). In presenza di risultati positivi viene emanato dalle autorità l’immediato divieto di raccolta e commercializzazione del prodotto per il consumo umano, servono almeno due ulteriori referti negativi per riprendere la raccolta del prodotto. La frequenza dei campionamenti, in presenza di positività, viene dimezzata. In 24 anni di campioni ed analisi per il rilevamento della presenza di prodotti chimici nelle cozze delle piattaforme offshore, solo nel 2015 è stato rilevato uno sforamento del valore di piombo presso una monotubolare (in attesa di ulteriori analisi), per tutte le altre analisi i parametri sono stati entro i limiti di legge e della normativa sanitaria nazionale e comunitaria in materia».

Schianto frontale tra scooter e Suv Muore un 42enne imprenditore edile

Inutili le manovre di rianimazione del 118. In compagnia della vittima un amico in sella a un’altra moto: ha evitato l’impatto finendo nel fosso

Un 42enne imprenditore edile di Fosso Ghiaia, Domenico Raggini, è morto nel pomeriggio di oggi 19 marzo in un incidente stradale avvenuto in via Rustica nelle campagne ravennati tra San Pietro in Vincoli e Santo Stefano. L’uomo era in sella a uno scooterone e si è scontrato frontalmente con un Suv che viaggiava in direzione opposta. Sul posto è arrivato il 118 con l’elicottero e nonostante i tentativi di rianimarlo andati avanti per mezzora non c’è stato nulla da fare: il personale sanitario ha dovuto constatare il decesso. Il 42enne era in compagnia di un amico che viaggiava a bordo di un’altra motocicletta ed è rimasto solo ferito finendo nel fossato laterale alla strada ma evitando l’impatto con la vettura. Sul posto per i rilievi la polizia municipale di Ravenna.

Ha casa in Puglia ma tenta di occuparne una in Romagna: arrestato padre di 8 figli

Lavora come operaio e vive in appoggio da una cognata. Due volte con un trapano ha provato a entrare in un apparamento in vendita

Ha una casa in Puglia dove vivono la moglie incinta e i sette figli ma ha trovato lavoro nel Ravennate e per portare in Romagna la famiglia aveva deciso di occupare abusivamente un appartamento in vendita a Castel Bolognese: ci ha provato due volte in una settimana e alla seconda è stato arrestato dai carabinieri per danneggiamento aggravato. In manette un 44enne di Bari: davanti al giudice ha ammesso gli addebiti dichiarando di trovarsi in precarie condizioni economiche. Dopo la convalida dell’arresto sono stati concessi al difensore i termini a difesa ed è stato rimesso in libertà con l’obbligo di presentarsi quotidianamente ai carabinieri di Castel Bolognese.

Le manette sono scattate ieri pomeriggio. I condomini dello stabile dove si trova l’appartamento scelto dall’uomo hanno sentito il rumore del trapano nella serratura e hanno chiamato il 112 dopo essersi presi ingiurie e minacce quando hanno tentato di fermarlo. I carabinieri della stazione di Castel Bolognese quando sono arrivati sul posto lo hanno trovato nascosto negli scantinati e lo hanno arrestato per danneggiamento aggravato visto che aveva forzato la serratura rendendola inservibile.

La settimana precedente aveva tentato la stessa cosa. Era stato identificato e allontanato dai carabinieri dopo aver litigato con gli altri residenti dicendo che quell’abitazione gli spettava di diritto dal Comune non avendo una casa dove dormire. Per la cronaca la casa è di una 62enne che l’ha messa in vendita: raggiunta telefonicamente è arrivata poco dopo per constatare i danni e non è riuscita nemmeno ad aprire la porta a causa della manomissione. E dagli accertamenti fatti dai militari risulta che l’uomo stia in appoggio a casa di una cognata ma, a suo dire, spesso sarebbe costretto a dormire nel furgone della ditta per cui lavora.

In sella a una bici rubata con la droga in tasca Carabiniere fuori servizio arresta un 23enne

La bicicletta era stata rubata il giorno prima, valore 600 euro. Il giudice ha rinviato la decisione al 13 aprile applicando la misura cautelare dell’obbligo di firma tre volte la settimana

Quella bicicletta così nuova e costosa sembrava stonare con il giovane che la cavalcava e così un carabiniere fuori servizio della stazione di Cervia, verso la mezzanote del 18 marzo, ha avvertito i colleghi di quel dettaglio: una volta controllato il giovane, un 23enne tunisino Bechir Ben Amara, è stato trovato con tre dosi di cocaina e hashish destinate allo spaccio e il velocipede del valore di 600 euro è emerso che era stato rubato il giorno prima in via Leoparti a Cervia con il proprietario che ne aveva denunciato il furto proprio quel giorno. La bici è stata restituita e questa mattina, 19 marzo, il giudice ha convalidato l’arresto, rinviando la decisione al 13 aprile prossimo a applicando la misura cautelare dell’obbligo di firma, tre volte la settimana, ai carabinieri della stazione di Cervia.

Buffet, ciambella e prosecco alla festa dei grandi affari del mercatino dell’usato

A Cervia e Ravenna un sabato dedicato al compro-vendo

Con la primavera alle porte si impone il momento del cambio guardaroba negli armadi e allora per fare posto agli indumenti più leggeri e magari dare una seconda vita agli oggetti che ci hanno accompagnato nelle passate stagioni ma che non ci piacciono più si può usufruire dei mercatini per la compravendita dell’usato che offrono anche una buona occasione per guadagnare qualche soldo. Il 19 marzo il Mercatino dell’usato organizza la festa dei grandi affari a Cervia e Ravenna dove chiunque potrà vendere e fare acquisti.

A Ravenna l’appuntamento è dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19 in via Medulino 3 a Ravenna (angolo via Trieste, zona Pala de Andrè) con buffet per tutti. A Cervia invece dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19 in via Di Vittorio 5 con una degustazione di ciambella e prosecco. Per maggiori informazioni anche sulle future giornate di compravendita è possibile consultare i siti internet www.cervia.mercatinousato.com oppure www.ravenna.mercatinousato.com.

Poggiali, otto ore a cercare l’unanimità per l’ergastolo: tutti i dubbi dell’Assise

Pranzo al sacco, telefonini spenti, la cancelliera come unico contatto con l’esterno: è la camera di consiglio che condannato l’ex infermiera

Una volta chiusa la porta e spenti i telefonini, per otto ore non è uscito nessuno. Dall’esterno sono entrati solo i caffè affidati dal barista alla cancelliera, l’unica autorizzata a varcare la soglia della camera di consiglio. Sono state le sue visite, per avere aggiornamenti sul tempo ancora necessario, a scandire i lavori del lungo pomeriggio dell’11 marzo in cui gli otto giudici (sei popolari e due togati) della Corte d’Assise di Ravenna hanno sentenziato l’ergastolo per l’ex infermiera Daniela Poggiali.

Quel giorno si erano presentati in tribunale tutti preparati: ognuno con il proprio pranzo al sacco da casa. Avevano messo in conto, loro come la stampa e gli addetti ai lavori, la possibilità di andare per le lunghe. Una eventualità che invece, spiazzando tutti in aula, è parsa remota quando verso le 12.30 il presidente della corte, al termine delle considerazioni finali della difesa, aveva fissato il ritrovo per la lettura del dispositivo da lì a quattro ore. Al punto che qualcuno tra i presenti tra i denti aveva malignato l’ipotesi di un verdetto già pronto e la volontà di darlo in tempi comodi per il circo mediatico. C’è invece voluto il doppio con buona pace del tiggì delle 20. Una durata che lascia intuire come il verdetto sia stato un parto delicato: non c’era unanimità al momento della prima votazione, avvenuta dopo circa tre ore, e più di un segnale lascia ipotizzare che la sentenza pronunciata alle 20.15 non sia frutto di otto voti nella stessa direzione. Ma la procedura prevede che l’esito della votazione non venga reso pubblico: la maggioranza decide e quello conta.

A comporre la giuria, come detto, otto persone. Il giudice Corrado Schiaretti a presiedere i lavori e Andrea Galanti a latere. Loro i togati. A rappresentare il popolo italiano altre sei persone, con la fascia tricolore. Persone estratte a sorte tra gli iscritti a un albo comunale (richiesta la terza media e un’età tra 30 e 65 anni). Per tutte le diciotto udienze dei cinque mesi di dibattimento sono state presenti in aula anche due riserve: sarebbero subentrati in caso di assenze improvvise dei primi sei ma non è stato necessario (e non hanno quindi preso parte alla camera di consiglio). Migliaia di pagine di carte, tra verbali di udienza e perizie, da leggere per in parallelo all’andamento del processo fino al momento clou in cui tutti e otto si sono trovati attorno a un tavolo.

L’interrogativo sollevato dalla difesa – siamo sicuri si possa parlare con certezza di omicidio e non di morte naturale indagata male perché partiti già con la convinzione che fosse un omicidio? – ha ronzato nella testa dei giudici a lungo in un clima di grande pathos ma sereno. Il potassio negli occhi? Il deflussore con il Dna maschile? L’attenzione in quelle ore di tensione si è focalizzata soprattutto sui contributi apportati da quattro professionisti con le loro consulenze e testimonianze. Con lo scopo di maturare una convinzione, in senso innocentista o colpevolista, oltre ogni ragionevole dubbio come recita la giurisprudenza. Alla fine un verdetto è arrivato.

Con 80 cent di etichetta falsa il maglione cinese da 13 euro diventa italiano da 150

Sequestrati 26mila pezzi, la metà al porto di Ravenna: 350mila euro di valore ma avrebbero fruttato 2,5 milioni. Quattro denunciati

Con una spesa di 80 centesimi di euro per sostituire l’etichetta originale Made in China con una falsa Made in Italy, il maglione da 13 euro diventava un capo da vendere in boutique fino a 150 euro e 60 all’outlet. La guardia di finanza ha sequestrato due container, di cui uno sbarcato dalla Cina al porto di Ravenna, con 26mila maglioni taroccati. Quattro persone denunciate.

Il valore stimato della merce all’importazione era di circa 350mila euro, la vendita sul mercato avrebbe fruttato circa due milioni e mezzo. Il prezzo medio di acquisto era circa 13 euro cadauno ma dopo il maquillage sono stati trovati dai Finanzieri in vendita a 90 euro in un negozio d’abbigliamento della provincia di Ravenna rimasto raggirato e fino a 150 euro in una boutique di Roma nei pressi dei Parioli.

Gli indagati sono: A. Z., imprenditore bolognese di 61 anni, L. S., imprenditore carpigiano di 30 anni e due cittadini di origine cinese, M.B. di 42 anni e X.Z. di 48 anni. L’importazione a fini di commercializzazione di prodotti recanti false o fallaci indicazioni di provenienza o di origine viola il comma 49 dell’articolo 4 della legge 350/2003, costituisce reato ed è punito, ai sensi del codice penale, con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a ventimila euro.

Il giochetto è emerso durante un controllo al porto. La curiosità dei finanzieri è stata attirata dal filo di cotone che si estendeva oltre la cucitura dell’etichetta, quasi fosse un difetto di produzione. Tirando la parte in eccedenza sembrava poi che l’etichetta si sfilasse, come si staccasse dal collo del maglione. Da quel momento, grazie anche alle banche dati informatiche a disposizione della Guardia di Finanza, è stata ricostruita la filiera di consegna della merce e tracciati tutti i passaggi commerciali. La procura di Ravenna ha disposto prima le perquisizioni nelle aziende coinvolte e il sequestro dei capi distribuiti con la falsa indicazione di provenienza. Le indagini hanno permesso di ricostruire anche un’altra importazione analoga dalla Cina tramite la Dogana di Cavenago di Brianza.

Due scontri frontali in poche ore Quattro feriti sulle strade

Nella notte schianto violento sulla Reale a Camerlona con le auto finite nei campi ai lati della carreggiata. In serata era successo lo stesso a Giovecca di Lugo

Le strade in provincia di Ravenna sono state teatro di due scontri frontali fra autovetture avvenuti a distanza di poche ore tra Giovecca di Lugo e Camerlona: in tutto quattro veicoli coinvolti e quattro persone ferite. Nonostante i violenti impatti e le pessime condizioni in cui sono stati ridotti i veicoli, i feriti non sarebbero in gravi condizioni.

Il primo episodio è avvenuto poco prima delle 19 a Giovecca lungo via Bastia. Due uomini di 42 e 54 anni sono rimasti feriti. Nella notte invece, verso l’1.30, lungo via Reale a Camerlona il brutto incidente che ha coinvolto una 27enne e un 68enne.

Grillo sceglie: Ravenna senza lista M5s  Santarella si dimette, Vandini resta

La consigliera guidava una fazione alternativa al meetup che voleva
Guerra come sindaco. Il capogruppo: «Concludo il mandato»

Dopo la decisione dello staff centrale del Movimento 5 Stelle di non presentarsi alle elezioni comunali di giugno a Ravenna, Francesca Santarella si dimette dal consiglio comunale. Lo ha reso notato stamani, 19 marzo, con una nota inviata alla stampa: « Preso atto del giudizio, l’osservanza dei princìpi di onestà, tutela dell’interesse pubblico, impegno, rigorosa coerenza, studio e proposte concrete con cui ho sempre cercato di onorare il mio incarico nelle Istituzioni mi impone ora di rimettere il mandato». Il capogruppo Pietro Vandini ha deciso che porterà a termine il mandato a meno che, ipotesi possibile, nei prossimi giorni lo staff non decida che da subito nessuno possa più utilizzare il simbolo Cinquestelle a Ravenna: «In quel caso mi dimetterei subito».

Come noto la clamorosa decisione maturata dal ristretto gruppo di collaboratori attorno a Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio arriva a mettere fine a una spaccatura dei grillini ravennati che si trascina da tempo ed è deflagrata in maniera esplicita dopo le primarie online del meetup certificato degli attivisti: il voto aveva indicato nell’avvocato Michela Guerra, ex pallavolista e socia della clinica di famiglia San Francesco, la candidata sindaco in attesa di certificazione dall’alto. Ma una seconda lista con Santarella portavoce ha chiesto la stessa certificazione.

«La lista – scrive Santarella nel comunicato odierno (allegando un resoconto di cinque anni di lavoro, scaricabile dal link in fondo alla pagina) – inviata secondo i dettami previsti dal Movimento 5 Stelle, è stata presentata nella speranza che anche a Ravenna potessero continuare ad essere perseguiti i princìpi con cui ho sempre cercato di onorare il mio incarico nelle Istituzioni. Per questi ultimi mesi, se lo vorrà, continuerò a collaborare con il consigliere entrante (Maurizio La Rosa, ndr) in merito alle tematiche a cui stavo lavorando come tutela delle pinete ed aree umide, variante Rue, Pgtu, porto, estrazioni idrocarburi, convenzioni culturali, benessere animale ed altro. Resta fissato l’appuntamento del 10 aprile con l’iniziativa a Lido di Dante del coordinamento nazionale 5 Stelle “Giù le mani dal nostro mare”. Con molto rammarico, ringrazio della fiducia i tanti cittadini che hanno partecipato alla costituzione della lista e collaborato con me in questi anni, scusandomi per gli errori che posso aver commesso».

È abbattuto e demoralizzato Vandini. Anche lui, come chiunque altro, ha saputo della decisione solamente dal blog – «Non stupitevi, funziona così da sempre» – prendendo atto che la scelta è maturata senza consultazioni vere e proprie interne: «Immagino abbiano deciso in base a quello che riportava la stampa da Ravenna e a quello che le due liste hanno comunicato. Forse l’intenzione è stata quella di far capire che dove si litiga non ci si presenta ma così passa il messaggio che il movimento si può facilmente sabotare». Nella rosa delle possibilità c’era anche un ballottaggio interno online: «Posso pensare che forse lo staff temesse di andare incontro a un pessimo risultato alle elezioni a causa delle fratture interne e abbia scelto di evitarlo». Già, le fratture. Ferri corti tra Vandini e Santarella, roba vecchia che ha spaccato il movimento: «Quando due litigano c’è sempre responsabilità da parte di tutti e due. Sapendo questo credo di aver fatto la mia parte quando un anno fa ho detto che non mi sarei più candidato per il bene del movimento. Santarella poteva candidarsi facendo le cose trasparenti o portare avanti sin dal principio la sua lista invece si è mossa di nascosto sapendo quali potevano essere le conseguenze e quelle sono arrivate».

Non ci sarà il simbolo pentastellato ma non sarà impedito a chiunque di dare vita a liste civiche o candidarsi con altre formazioni. Santarella, dalle pagine de Il Resto del Carlino, esclude entrambe le ipotesi per quanto la riguarda. Vandini non ha ancora riflettuto: «Ne parleremo ma è qualcosa a cui al momento non voglio pensare».

Da Facebook in mattinata la reazione di Guerra: «Grazie a tutti! Siete splendidi. Sono serena grazie a voi, ai vostri messaggi, mail, post e grazie alla squadra, più unita che mai».

E alla fine alle elezioni di Ravenna il Movimento 5 Stelle non ci sarà

L’annuncio sul blog di Beppe Grillo dopo la spaccatura interna

«Il MoVimento 5 Stelle non si presenterà a Caserta, Latina, Ravenna, Rimini e Salerno».

Con queste poche parole pubblicate sul blog di Beppe Grillo cala il sipario sulla diatriba interna al Movimento 5 Stelle di Ravenna. Era stata fin da subito una delle ipotesi tenute in considerazione, ma militanti e simpatizzanti non l’avevano forse mai presa davvero troppo sul serio. E invece alle prossime elezioni amministrative di Ravenna sulla scheda non ci sarà il simbolo dei grillini e quindi neppure una lista collegata a esso.

A Ravenna, come noto, il Movimento si era spaccato tra una lista nata alla luce del sole nell’ambito del Meet Up, che aveva scelto (votandola) Michela Guerra come candidata a sindaco, e una nata a sorpresa e rimasta segreta fino all’annuncio della richiesta di certificazione, che vedeva come portavoce la consigliera comunale uscente Francesca Santarella.

Ora i supporter di Guerra (capogruppo uscente in primis, Pietro Vandini) se la stanno prendendo con la Santarella, pronosticando sui social network ironicamente per lei anche un’assessorato in un’ipotetica nuova giunta De Pascale. Ora, infatti, quello che molti consideravano il principale avversario alle elezioni di giugno del Partito democratico (sostenuto anche dal Pri e da alcune liste civiche) non c’è più e resta l’incognita su dove potrebbero convogliare i voti grillini, secondo le previsioni comunque sopra il 10 percento del totale.

In campo, al momento, contro De Pascale e il Pd resta la sinistra con Ravenna in Comune e la candidata Raffaelle Sutter, Massimiliano Alberghini di Lega Nord e Lista per Ravenna (in una coalizione che si arricchirà con tutta probabilità anche con l’ingresso di Forza Italia) e Maurizio Bucci, alla guida della lista civica La Pigna.

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