sabato
20 Giugno 2026

L’opera italiana spiegata da Riccardo Muti

La prima masterclass del Maestro

Orchestra Cherubini e MutiLa platea è quasi piena, e anche molti palchi sono occupati. Le luci accese illuminano la distesa di sedie e leggii che riempiono la scena. In sala c’è un chiacchiericcio diffuso, sembra la pausa fra due lezioni a scuola. E in un certo senso lo è: stanno per ricominciare le prove del Falstaff, che Riccardo Muti dirigerà al teatro Alighieri il 23, il 25 e il 26 luglio. L’allestimento del capolavoro di Verdi è anche l’occasione per mettere in campo un nuovo progetto. Il Maestro, da sempre impegnato nella trasmissione del sapere e nella formazione dei nuovi talenti, ha tenuto infatti dal 10 al 21 luglio la prima masterclass dell’Italian Opera Academy (vedi correlato).

L’accademia nasce come ideale proseguimento del percorso didattico già iniziato da Muti nel 2004 con la costituzione dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, vivaio di giovani strumentisti accuratamente selezionati, tutti sotto i trent’anni e provenienti da tutte le regioni d’Italia. La masterclass che si è svolta i giorni scorsi era riservata ad aspiranti direttori d’orchestra e maestri collaboratori. Le domande di ammissione sono arrivate a centinaia da ogni parte del mondo e, dopo una prima scrematura dei candidati, è stato il Maestro in persona a scegliere gli otto allievi – quattro direttori e quattro collaboratori – a cui insegnare preziosi frammenti della propria arte. I fortunati che hanno avuto l’opportunità di perfezionarsi con Riccardo Muti si sono dovuti confrontare proprio con il Falstaff, esempio perfetto di quell’opera italiana che è un banco di prova irrinunciabile per i giovani musicisti. Gli allievi avranno presto modo di mettere a frutto quanto imparato salendo sul podio dell’Orchestra Cherubini nel concerto in programma il 27 luglio all’Alighieri, interamente incentrato sul Falstaff.

Riccardo Muti e Vladimir OvodokFinisce la pausa. Entrano i musicisti della Cherubini, si siedono ai loro posti e iniziano ad accordare gli strumenti. Molti nel pubblico sono a loro volta studenti di musica: all’ingresso dell’orchestra aprono gli spartiti, su cui prenderanno appunti per l’ora seguente. I quattro giovani direttori d’orchestra si sistemano su un lato del palcoscenico: sanno che fra poco saranno messi alla prova. Infatti il Maestro sale sul palco ma non occupa il podio, si siede poco distante e chiama uno di loro a dirigere. Su-Han Yang ha ventisei anni e il suo volo per l’Italia è partito da Taiwan. Ad un suo gesto i contrabbassi spezzano il silenzio, ma lui li ferma subito, c’è qualcosa da correggere. Più volte ripetono l’attacco, ricevono molte indicazioni e richieste. Deve crearsi quell’alchimia che rende l’orchestra uno strumento nelle mani del direttore.

Muti interviene per offrire suggerimenti sia all’allievo che ai musicisti. Dà istruzioni precise su come dirigere, spiega come ottenere un certo risultato dall’orchestra esprimendosi con il movimento delle mani. Un concerto in fondo non è che un dialogo fra la volontà del direttore, che con gesti tutt’altro che casuali propone ai suoi interlocutori la propria idea dell’opera, e l’interpretazione degli strumenti, che rispondono con il ritmo, con l’intensità, con la loro versione. Come in ogni altra forma di comunicazione è inevitabile il fraintendimento, la difficoltà nell’adattarsi al punto di vista altrui: a lungo si riprovano le stesse battute, col desiderio comune di raggiungere il miglior compromesso possibile fra le diverse aspettative.

Il Maestro insiste molto sull’espressività della musica in relazione al testo. Ogni nota, ogni tempo deve intrecciarsi ai significati delle parole, interpretandole, svelandone i sottintesi. Le sfumature che emergono dal libretto dell’opera devono essere riprodotte dall’orchestra. Muti riprende costantemente il testo, evoca per i suoi giovani allievi le atmosfere e le sensazioni che loro dovranno ricreare in musica per il pubblico. Essenziale è quindi l’intima conoscenza dell’opera, di tutti i particolari e i retroscena, della sua genesi e del suo autore: è questo quadro minuzioso che contribuisce a definire nella mente del direttore il risultato cui aspira. In piedi davanti ai musicisti, con gli spartiti sotto gli occhi, ha ben chiara nella sua immaginazione l’esecuzione perfetta, e tenta di riprodurla correggendo e guidando gli strumenti in ogni minimo dettaglio.

Su-Han torna a sedersi fra il suo collega bielorusso Vladimir Ovodok e l’unica ragazza del quartetto, Erina Yashima, che viene da Berlino. È il turno di Vincenzo Milletarì, venticinquenne tarantino che dirige cantando le strofe del Falstaff. Muti continua a richiamare l’attenzione sul legame fra musica e parole, si sofferma a limare le singole battute e gli accenti: «Dobbiamo caratterizzare ogni nota, questo è il punto» dice agli allievi. Esigente nel richiedere che ogni passaggio assuma un ben preciso colore, il Maestro utilizza per insegnare un linguaggio ricco di immagini: «La paura non è il fortissimo ma il pianissimo, come il ringhiare basso di un cane».

FalstaffMentre proseguono le prove conduce una sorta di esegesi del Falstaff, cercando di traghettare i giovani musicisti al di là del fiume della trama, delle scene e degli intrighi, per scoprire il cuore, il messaggio nascosto dell’opera di Verdi. “Tutto nel mondo è burla”: una constatazione disillusa, cui il compositore, giunto a 82 anni e colto dal pensiero che tutto ciò che ha scritto non sia altro che una beffa, non può sfuggire. «Il Falstaff non è un’opera allegra: anche nei suoi momenti più leggeri mantiene sempre un retrogusto amaro, che rivela una profonda tristezza. Non è il banale racconto di uno scherzo divertente, ma la metafora paradossale della tragicità dell’esistenza, del gioco crudele della vita e della morte, dell’amore e della sua delusione», spiega il Maestro alla platea silenziosa.

La complessità dell’universo evocato da Verdi è tale che sembra non sia possibile esprimerla in musica, si può solo percepire dagli spartiti: «Viene descritto un mondo talmente preciso e perfetto che metterci le mani per riprodurlo significa inevitabilmente rovinarlo. Appena dalla carta si porta in vita l’opera ci si rende conto che qualsiasi esecuzione sarà sempre inferiore alla partitura: è il limite umano». La perfezione si può solo inseguire, e bisogna farlo con la tecnica, con l’esercizio, con la disciplina e lo studio. Nulla è lasciato al caso o approssimato, dietro ogni gesto c’è un’intenzione consapevole e meditata. E, soprattutto, ispirata da una grande passione.

Quando ci si immerge nelle sue profondità immancabilmente l’arte si intreccia alla vita. Fra battute e aneddoti, Riccardo Muti trasmette agli allievi il proprio sapere attraverso storie e suggestioni. Non vuole solo insegnare i trucchi del mestiere, renderli abili, ma piuttosto consegnare nelle loro mani un tesoro di racconti di vita e musica vissuta, un vero patrimonio culturale di cui è depositario: la sua esperienza di musicista e di uomo.

«Recintare il parcheggio della basilica di Classe con tariffa per l’accesso»

Dopo un confronto con i cittadini, le proposte di Lpr per risolvere i problemi legati alla presenza estiva di nomadi nella località

Sanzionare i campeggiamenti abusivi, recintare il parcheggio e introdurre una tariffa di accesso vietando l’ingresso notturno, ordinanze specifiche per la stagione estiva. È la sintesi delle proposte avanzate da Lista per Ravenna a proposito dei «noti e annosi irrisolti problemi dello stazionamento abusivo dei nomadi, durante la stagione estiva, nella località di Classe, e dei problemi di accattonaggio insistente, di degrado igienico e di ordine pubblico che, in contemporanea, rovinano l’esistenza agli abitanti del posto e alle loro attività». Nella serata di ieri 20 luglio nei pressi della basilica di Sant’Apollinare in Classe, nel cui parcheggio si verificano le situazioni più esposte soprattutto all’attenzione dei turisti, Lpr ha incontrato i cittadini elaborando queste proposte da sottoparre all’amministrazione comunale specificando che «Lpr rifugge dalla facile polemica fine a se stessa».

L’ultimo provvedimento adottato dal sindaco di Ravenna non convince il capogruppo di Lpr Alvaro Ancisi: un’ordinanza per il periodo 22-28 luglio impone il divieto di parcheggio nell’area camper della basilica di Classe e la chiusura della fontanella dell’acqua «ma è come buttare via il bambino con l’acqua sporca impedendo ai turisti di parcheggiare col camper a Classe e ai cicloturisti che numerosi percorrono la ciclabile alternativa alla statale Adriatica di dissetarsi con l’acqua pulita, nel caso la celebrata acqua del sindaco».

Di seguito le quattro proposte di Lpr così come comunicate alla stampa:

1) Sanzionare – come finora non si ha notizia che sia mai stato fatto – gli stazionamenti abusivi dei nomadi in questione sia nel parcheggio camper a lato della Basilica con forme diffuse, ben visibili, di campeggiamento vietate dal codice della strada, sia in un’area poco distante che ha destinazione urbanistica esclusiva ad orti: questa, se di proprietà di persona appartenente al medesimo raggruppamento (come sembra), può costituire, insieme alla proprietà dei mezzi di circolazione, ragione perché il Comune di Ravenna si possa rivalere del mancato eventuale pagamento delle sanzioni;

2) da valutare anche di introdurre il divieto generale di uso del parcheggio in orario notturno o, più organicamente, recintarlo e sbarrarlo, applicando una tariffa equa a chi vi accede: chi vi arriva in camper è ben lieto di pagare qualche euro, allo stesso modo che in altre destinazioni turistiche anche meno pregiate, pur di parcheggiare in sicurezza da furti, rapine, danneggiamenti e lordure;

3) possibile emissione di ordinanze del sindaco, applicabili a tempo determinato sulla stagione estiva e legittimate dal Testo unico sugli enti locali per “gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana” (utile al riguardo anche il decreto del ministero dell’Interno del 5 agosto 2008) e/o per “emergenze di igiene pubblica”: a questo proposito è agli atti della polizia municipale lo schema di ordinanza, che il sindaco annunciò nel 2008, il quale, “per motivi di carattere igienico-sanitario” ordina “lo sgombero immediato…di tutti i mezzi e le persone che…stazionano non a fini di parcheggio, ma a fini di sosta e di campeggio” sul suolo comunale, con l’uso “delle forze di Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Polizia Municipale”;

4) nel caso di urgenza o di grave necessità pubblica – come la stampa stessa ha documentato in questi soli ultimi giorni – il Testo unico di pubblica sicurezza dispone che il Prefetto possa adottare egli stesso provvedimenti indispensabili per la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza: su questo aspetto chiederò un incontro al Prefetto stesso, anche nella sua veste di presidente del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.

«Alla festa in Darsena la Ravenna più aperta, creativa ed europea»

Riflessioni sul successo dell’evento del 18 luglio del coordinatore della Capitale Italiana della Cultura, Alberto Cassani

Alberto Cassani in DarsenaIn una nota inviata alla stampa, le riflessioni sul successo dell’evento del 18 luglio del coordinatore della Capitale Italiana della Cultura, Alberto Cassani, che pubblichiamo di seguito integralmente.

«Quella del 18 luglio in Darsena non è stata solo una grande festa. È stata un’occasione molto particolare in cui una sana voglia di spensieratezza e di divertimento si è combinata con una altrettanto sana volontà di partecipare e di sentire come proprio un luogo di grande suggestione come la nostra Darsena.
Da questo punto di vista si è ripreso uno dei fili dell’ampio discorso formulato dalla candidatura per il 2019. Quel discorso parlava, e continua a parlare, della Ravenna del futuro. Una Ravenna che si voleva, e che si continua a volere, più aperta, più creativa e più europea. La Darsena, quella che vorremmo, ne era uno dei simboli, un banco di prova, un terreno su cui cimentarsi.

A mio avviso, l’esperienza del 18 luglio ci dice che a Ravenna ci sono realtà, forze ed energie, soggetti pubblici e privati, persone e associazioni e soprattutto tanti giovani che sono disponibili, come è stato per gran parte del percorso di candidatura, a ragionare e ad operare insieme di fronte a grandi obiettivi comuni. Insomma ci dice che in città non c’è solo il gusto della polemica sterile e del lamento facile. Ma ci dice anche, e ancora una volta, che a Ravenna è la cultura a svolgere un ruolo propulsivo: è la cultura che traccia strade inedite, innova, unisce, propone visioni positive e immagina il futuro.

 

Concerto Bombino DarsenaD’altra parte non è un caso che tutto ciò sia stato reso possibile grazie alle risorse arrivate con il titolo di Capitale Italiana della Cultura. Un titolo, è bene ricordarlo, ottenuto in virtù del valore dei nostri progetti e del nostro piazzamento nella competizione per il 2019 (per il quale ribadire di essere arrivati al secondo posto non attenua il dispiacere per non aver vinto, ma fa capire che ci siamo fatti valere fino in fondo con grande onore). Anche per questo considero di fondamentale importanza che i temi che hanno ispirato il nostro percorso di candidatura, Darsena compresa, trovino spazio nell’agenda di governo della città nei prossimi anni.
Naturalmente quello del 18 luglio non è un punto di arrivo, è però una tappa importante, che ci indica un cammino. Molte cose devono essere fatte perché la nostra Darsena di città possa sfruttare le sue potenzialità. C’è bisogno della collaborazione tra pubblico e privato e occorre recuperare risorse e stimolare concretezza e operatività. Il successo del 18 luglio va inteso come un segno di speranza: tutti insieme possiamo farcela.
Ora, intanto, bisogna pensare a onorare il titolo di Capitale Italiana della Cultura fino alla fine: a dicembre vogliamo animare Palazzo Rasponi come è successo per la Darsena, chi ha idee si faccia avanti!».

«Alla festa in Darsena la Ravenna più aperta, creativa ed europea»

Riflessioni sul successo dell’evento del 18 luglio del coordinatore della Capitale Italiana della Cultura, Alberto Cassani

Alberto Cassani in DarsenaIn una nota inviata alla stampa, le riflessioni sul successo dell’evento del 18 luglio del coordinatore della Capitale Italiana della Cultura, Alberto Cassani, che pubblichiamo di seguito integralmente.

«Quella del 18 luglio in Darsena non è stata solo una grande festa. È stata un’occasione molto particolare in cui una sana voglia di spensieratezza e di divertimento si è combinata con una altrettanto sana volontà di partecipare e di sentire come proprio un luogo di grande suggestione come la nostra Darsena.
Da questo punto di vista si è ripreso uno dei fili dell’ampio discorso formulato dalla candidatura per il 2019. Quel discorso parlava, e continua a parlare, della Ravenna del futuro. Una Ravenna che si voleva, e che si continua a volere, più aperta, più creativa e più europea. La Darsena, quella che vorremmo, ne era uno dei simboli, un banco di prova, un terreno su cui cimentarsi.

A mio avviso, l’esperienza del 18 luglio ci dice che a Ravenna ci sono realtà, forze ed energie, soggetti pubblici e privati, persone e associazioni e soprattutto tanti giovani che sono disponibili, come è stato per gran parte del percorso di candidatura, a ragionare e ad operare insieme di fronte a grandi obiettivi comuni. Insomma ci dice che in città non c’è solo il gusto della polemica sterile e del lamento facile. Ma ci dice anche, e ancora una volta, che a Ravenna è la cultura a svolgere un ruolo propulsivo: è la cultura che traccia strade inedite, innova, unisce, propone visioni positive e immagina il futuro.

 

Concerto Bombino DarsenaD’altra parte non è un caso che tutto ciò sia stato reso possibile grazie alle risorse arrivate con il titolo di Capitale Italiana della Cultura. Un titolo, è bene ricordarlo, ottenuto in virtù del valore dei nostri progetti e del nostro piazzamento nella competizione per il 2019 (per il quale ribadire di essere arrivati al secondo posto non attenua il dispiacere per non aver vinto, ma fa capire che ci siamo fatti valere fino in fondo con grande onore). Anche per questo considero di fondamentale importanza che i temi che hanno ispirato il nostro percorso di candidatura, Darsena compresa, trovino spazio nell’agenda di governo della città nei prossimi anni.
Naturalmente quello del 18 luglio non è un punto di arrivo, è però una tappa importante, che ci indica un cammino. Molte cose devono essere fatte perché la nostra Darsena di città possa sfruttare le sue potenzialità. C’è bisogno della collaborazione tra pubblico e privato e occorre recuperare risorse e stimolare concretezza e operatività. Il successo del 18 luglio va inteso come un segno di speranza: tutti insieme possiamo farcela.
Ora, intanto, bisogna pensare a onorare il titolo di Capitale Italiana della Cultura fino alla fine: a dicembre vogliamo animare Palazzo Rasponi come è successo per la Darsena, chi ha idee si faccia avanti!».

«Alla festa in Darsena la Ravenna più aperta, creativa ed europea»

Riflessioni sul successo dell’evento del 18 luglio del coordinatore della Capitale Italiana della Cultura, Alberto Cassani

Alberto Cassani in DarsenaIn una nota inviata alla stampa, le riflessioni sul successo dell’evento del 18 luglio del coordinatore della Capitale Italiana della Cultura, Alberto Cassani, che pubblichiamo di seguito integralmente.

«Quella del 18 luglio in Darsena non è stata solo una grande festa. È stata un’occasione molto particolare in cui una sana voglia di spensieratezza e di divertimento si è combinata con una altrettanto sana volontà di partecipare e di sentire come proprio un luogo di grande suggestione come la nostra Darsena.
Da questo punto di vista si è ripreso uno dei fili dell’ampio discorso formulato dalla candidatura per il 2019. Quel discorso parlava, e continua a parlare, della Ravenna del futuro. Una Ravenna che si voleva, e che si continua a volere, più aperta, più creativa e più europea. La Darsena, quella che vorremmo, ne era uno dei simboli, un banco di prova, un terreno su cui cimentarsi.

A mio avviso, l’esperienza del 18 luglio ci dice che a Ravenna ci sono realtà, forze ed energie, soggetti pubblici e privati, persone e associazioni e soprattutto tanti giovani che sono disponibili, come è stato per gran parte del percorso di candidatura, a ragionare e ad operare insieme di fronte a grandi obiettivi comuni. Insomma ci dice che in città non c’è solo il gusto della polemica sterile e del lamento facile. Ma ci dice anche, e ancora una volta, che a Ravenna è la cultura a svolgere un ruolo propulsivo: è la cultura che traccia strade inedite, innova, unisce, propone visioni positive e immagina il futuro.

 

Concerto Bombino DarsenaD’altra parte non è un caso che tutto ciò sia stato reso possibile grazie alle risorse arrivate con il titolo di Capitale Italiana della Cultura. Un titolo, è bene ricordarlo, ottenuto in virtù del valore dei nostri progetti e del nostro piazzamento nella competizione per il 2019 (per il quale ribadire di essere arrivati al secondo posto non attenua il dispiacere per non aver vinto, ma fa capire che ci siamo fatti valere fino in fondo con grande onore). Anche per questo considero di fondamentale importanza che i temi che hanno ispirato il nostro percorso di candidatura, Darsena compresa, trovino spazio nell’agenda di governo della città nei prossimi anni.
Naturalmente quello del 18 luglio non è un punto di arrivo, è però una tappa importante, che ci indica un cammino. Molte cose devono essere fatte perché la nostra Darsena di città possa sfruttare le sue potenzialità. C’è bisogno della collaborazione tra pubblico e privato e occorre recuperare risorse e stimolare concretezza e operatività. Il successo del 18 luglio va inteso come un segno di speranza: tutti insieme possiamo farcela.
Ora, intanto, bisogna pensare a onorare il titolo di Capitale Italiana della Cultura fino alla fine: a dicembre vogliamo animare Palazzo Rasponi come è successo per la Darsena, chi ha idee si faccia avanti!».

Concerti ed eventi per festeggiare Sant’Apollinare

A Mirabilandia biglietto d’ingresso ridotto per i residenti in provincia. Animazione all’Esp

In occasione della settimana dedicata a Sant’Apollinare, che i ravennati festeggiano il 23 luglio come santo patrono, sono previsti in città alcuni eventi. Mercoledì 22 luglio la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo ospiterà alle 21 il concerto del Quintetto Sarti, con l’arpista Agnese Contadini. In programma musiche di Vivaldi, Bach, Mozart. L’evento è a cura dell’Associazione Emilia Romagna Concerti in collaborazione con BCC (Biglietto 8 euro in vendita in Basilica il giorno del concerto dalle ore 19. info: erconcerti@yahoo.it).
Sempre mercoledì sono in programma momenti liturgici nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe. Alle 18 i primi Vespri di Sant’Apollinare, poi dal Duomo di Ravenna alle 20 partirà il pellegrinaggio con le reliquie del santo: il percorso si snoderà tra Piazza del Popolo, Sant’Apollinare Nuovo, San Lorenzo in Cesarea, Area archeologica degli Scavi di Classe, fino al prato antistante Sant’Apollinare in Classe, per concludersi dentro la Basilica. Per il ritorno è previsto un servizio di pullman fino a Via De Gasperi a Ravenna.

Sant'ApollinareGiovedì 23, quando la città si fermerà per la festa del patrono, i ravennati potranno andare a divertirsi a Mirabilandia usufruendo di un particolare sconto: l’ingresso al parco sarà infatti a 12,90 euro (anziché 34,90) per i residenti in provincia. La direzione di Mirabilandia, in accordo col Comune, ha stabilito di offrire questa forma di omaggio ai cittadini, che potranno godersi le attrazioni di Mirabilandia dal mattino fino alle 23. Inoltre, per due amici di ciascun abbonato sarà riservata la speciale tariffa d’ingresso a 9,90 Euro. Il biglietto di ingresso include l’accesso a tutte le attrazioni e spettacoli, e il giorno dopo, se si vuole, si entra gratis.
Oltre alle 43 attrazioni a disposizione, ci sarà dunque la possibilità di assistere ai nuovi show in programma da luglio e in particolare all’emozionante spettacolo serale, il night show novità del 2015 “Le nuove avventure di Peter Pan”: una fiaba indimenticabile, in grado di far sognare grandi e piccini, accompagnata dalle performance aeree de Les Farfadais, rinomata compagnia francese di nouveau cirque. Il night show, che trae ispirazione dall’omonima serie animata in onda su DeAKids, andrà in scena presso la Stunt Arena di Mirabilandia.

Anche l’Esp organizza un evento per la festa del patrono: dopo il successo dello scorso anno ritorna la grande iniziativa in collaborazione con Safari Ravenna e Fiabilandia di Rimini. Giovedì 23 il centro commerciale sarà aperto con il normale orario feriale, e dalle 18 ospiterà clown, giocolieri e artisti del parco divertimenti Fiabilandia che intratterranno adulti e bambini in spettacoli divertenti e coinvolgenti.
Inoltre per l’occasione verranno distribuiti biglietti omaggio e sconti per ingressi agevolati a Safari Ravenna e Fiabilandia. L’evento è pensato per tutte le famiglie che decideranno di trascorrere anche solo qualche ora all’Esp e festeggiare questa giornata in modo originale e divertente.

Infine il centro sociale La Quercia di piazza Medaglie d’Oro, con l’assessorato al Decentramento, propone due appuntamenti: mercoledì 22 luglio alle 21 andrà in scena la commedia dialettale “Agenzia matrimoniale della signora Ivonne”, a cura della compagnia del Buon Umore di Porto Fuori. Prima e dopo la commedia, dalle 20.30, il pubblico potrà partecipare a un baratto di libri, abbigliamento, calzature e altro (esclusi abiti e accessori invernali e oggetti in cattivo stato).
Per giovedì 23 luglio è invece in programma musica dal vivo, alle 21, con Jessica Doccioli, Claudio Menghi ed Emanuela (prevista una raccolta fondi per autofinanziamento). Collaborano alla realizzazione delle due iniziative Conad City via Aquileia, Cna, Hera, Cmc e Coop Adriatica.

L’Eresia dei non-scuolini, «altro che vacanza»!

A piena voce (2) da Milano

Eresia tribu Martinelli Milano

Sul selciato
della mia anima, battuta in lungo e in largo,
i passi degli alienati
incrociano i calcagni di dure frasi

V. M.

Le tribù sbarcano all’ex Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini“ verso le tre. Un grande cancello, graffiti. Resistenza, urla una scritta bianca su sfondo rosso. Il complesso è formato da più strutture immerse in un parco immenso. Un museo d’arte, un bar, un ostello, un portico di cemento, una chiesa, vari padiglioni primo-novecenteschi cinti da recinzioni arrugginite, l’ex cucina trasformata in teatro, giù in fondo, dove alloggeranno i ragazzi.

L’atmosfera non è quella inquietante e squallida che ci si potrebbe aspettare da un ex sanatorio. Nessuna eco delle urla dei pazzi, nessun ricordo di sfrigolii di elettroshock, nessun fantasma di quelle esistenze rotte e sprecate a fare capolino tra i viali alberati dell’istituto. C’è invece una luce morbida nell’aria, una dolcezza eccitata, da risveglio estivo, che ricorda le vacanze in colonia. Le macchine non si sentono quasi. Milano è un vago accenno di palazzi tra i rami degli ippocastani.

 

Cicale e il vociare emozionato delle varie tribù dei non-scuolini, come vengono chiamati dalle guide. C’è chi sbuffa per il caldo; i più scafati chiamano nomi di ragazza a caso Marta!, Valentina!, Giorgia!, per studiare il viso di quelle che si girano. Alcuni si conoscono già, si abbracciano, si aggiornano. Altri si accendono una sigaretta e fanno le presentazioni. «Tra zanzare e caldo sarà dura stasera – sento dire a qualcuno – però che posto, diomio».

 

Chiesa ex ospeddale Psichiatrico Paolo Pini a MilanoParlo con Thomas Emmenegger, psichiatra, la guida del progetto Olinda, grazie al quale è stato possibile organizzare Eresia della felicità a Milano. Mi spiega che quando arrivò qui dalla Svizzera, nel ’92, il sogno basagliano di chiusura degli istituti manicomiali non aveva neanche sfiorato il “Paolo Pini“. Tra le mura dei suoi padiglioni erano recluse più di 500 persone. Oggi è un luogo di convivenza, dove «si fa città», come gli piace dire: c’è un orto botanico, un teatro, campi da calcio. Specularmente all’esperienza triestina di Basaglia, qui, invece che far uscire il manicomio in città, si è fatta entrare la città nel manicomio. Ma d’altronde, come suona il motto di Olinda, da vicino nessuno è normale: tanto meno una città schizofrenica come Milano. Che infatti al manicomio sembra starci benissimo.

«Là dove vedi il bar – mi dice – c’era l’obitorio. Avevano pensato di costruire un manicomio modello, il più grande di Milano, dove poter fare ricerca scientifica. Per questo hanno costruito l’obitorio, che di solito nei manicomi manca del tutto. Studiavano i corpi, catalogavano i disturbi psichici. Crearono un Museo dei reperti anatomici. Durante una festa nel ’96, qui al Paolo Pini sono entrate più di 20 mila persone. È stato un gesto simbolico, senz’altro violento, un segnale per far avvicinare l’istituzione al quartiere, naturalmente sospettoso. E abbiamo vinto, nonostante la ritrosia dei proprietari del Pini, Asl e ospedali. Allo stesso modo, per noi, la non-scuola del Teatro delle Albe è un esperimento diverso rispetto alle altre realtà italiane. Non si tratta di portare il teatro in una classe scolastica già esistente. Si tratta piuttosto di creare una classe qui, tra persone diverse tra loro, con i loro problemi, le loro realtà, e di metterle a confronto».

Verso le sei, i duecento ragazzi delle tribù si ritrovano in mezzo al campo da calcio. Divisi in cinque gruppi regionali, incontrano per la prima volta il regista Marco Martinelli, che cerca di farsi sentire tra il vociare e le risate. Spiega brevemente che cosa succederà domani, al Castello Sforzesco, poi li sprona a farsi avanti, a parlare, a scegliere un inno per la loro tribù. Chi propone un rap, chi una filastrocca.

Esporsi. Esporre. È forse questo il mestiere del regista. Esporsi al ridicolo, alle risate, agli sguardi dei ragazzi scettici come solo loro sanno essere; ma farlo per esporre, per porli fuori, per farli parlare come solo loro sanno parlare.

«Possiamo tornare al bar adesso»?, chiede qualcuno, forse dei ravennati. Martinelli ghigna, divertito: «Se vi hanno detto che sarebbe stata una vacanza, allora vi hanno fregato alla grande».

L’Eresia dei non-scuolini, «altro che vacanza»!

A piena voce (2) da Milano

Eresia tribu Martinelli Milano

Sul selciato
della mia anima, battuta in lungo e in largo,
i passi degli alienati
incrociano i calcagni di dure frasi

V. M.

Le tribù sbarcano all’ex Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini“ verso le tre. Un grande cancello, graffiti. Resistenza, urla una scritta bianca su sfondo rosso. Il complesso è formato da più strutture immerse in un parco immenso. Un museo d’arte, un bar, un ostello, un portico di cemento, una chiesa, vari padiglioni primo-novecenteschi cinti da recinzioni arrugginite, l’ex cucina trasformata in teatro, giù in fondo, dove alloggeranno i ragazzi.

L’atmosfera non è quella inquietante e squallida che ci si potrebbe aspettare da un ex sanatorio. Nessuna eco delle urla dei pazzi, nessun ricordo di sfrigolii di elettroshock, nessun fantasma di quelle esistenze rotte e sprecate a fare capolino tra i viali alberati dell’istituto. C’è invece una luce morbida nell’aria, una dolcezza eccitata, da risveglio estivo, che ricorda le vacanze in colonia. Le macchine non si sentono quasi. Milano è un vago accenno di palazzi tra i rami degli ippocastani.

 

Cicale e il vociare emozionato delle varie tribù dei non-scuolini, come vengono chiamati dalle guide. C’è chi sbuffa per il caldo; i più scafati chiamano nomi di ragazza a caso Marta!, Valentina!, Giorgia!, per studiare il viso di quelle che si girano. Alcuni si conoscono già, si abbracciano, si aggiornano. Altri si accendono una sigaretta e fanno le presentazioni. «Tra zanzare e caldo sarà dura stasera – sento dire a qualcuno – però che posto, diomio».

 

Chiesa ex ospeddale Psichiatrico Paolo Pini a MilanoParlo con Thomas Emmenegger, psichiatra, la guida del progetto Olinda, grazie al quale è stato possibile organizzare Eresia della felicità a Milano. Mi spiega che quando arrivò qui dalla Svizzera, nel ’92, il sogno basagliano di chiusura degli istituti manicomiali non aveva neanche sfiorato il “Paolo Pini“. Tra le mura dei suoi padiglioni erano recluse più di 500 persone. Oggi è un luogo di convivenza, dove «si fa città», come gli piace dire: c’è un orto botanico, un teatro, campi da calcio. Specularmente all’esperienza triestina di Basaglia, qui, invece che far uscire il manicomio in città, si è fatta entrare la città nel manicomio. Ma d’altronde, come suona il motto di Olinda, da vicino nessuno è normale: tanto meno una città schizofrenica come Milano. Che infatti al manicomio sembra starci benissimo.

«Là dove vedi il bar – mi dice – c’era l’obitorio. Avevano pensato di costruire un manicomio modello, il più grande di Milano, dove poter fare ricerca scientifica. Per questo hanno costruito l’obitorio, che di solito nei manicomi manca del tutto. Studiavano i corpi, catalogavano i disturbi psichici. Crearono un Museo dei reperti anatomici. Durante una festa nel ’96, qui al Paolo Pini sono entrate più di 20 mila persone. È stato un gesto simbolico, senz’altro violento, un segnale per far avvicinare l’istituzione al quartiere, naturalmente sospettoso. E abbiamo vinto, nonostante la ritrosia dei proprietari del Pini, Asl e ospedali. Allo stesso modo, per noi, la non-scuola del Teatro delle Albe è un esperimento diverso rispetto alle altre realtà italiane. Non si tratta di portare il teatro in una classe scolastica già esistente. Si tratta piuttosto di creare una classe qui, tra persone diverse tra loro, con i loro problemi, le loro realtà, e di metterle a confronto».

Verso le sei, i duecento ragazzi delle tribù si ritrovano in mezzo al campo da calcio. Divisi in cinque gruppi regionali, incontrano per la prima volta il regista Marco Martinelli, che cerca di farsi sentire tra il vociare e le risate. Spiega brevemente che cosa succederà domani, al Castello Sforzesco, poi li sprona a farsi avanti, a parlare, a scegliere un inno per la loro tribù. Chi propone un rap, chi una filastrocca.

Esporsi. Esporre. È forse questo il mestiere del regista. Esporsi al ridicolo, alle risate, agli sguardi dei ragazzi scettici come solo loro sanno essere; ma farlo per esporre, per porli fuori, per farli parlare come solo loro sanno parlare.

«Possiamo tornare al bar adesso»?, chiede qualcuno, forse dei ravennati. Martinelli ghigna, divertito: «Se vi hanno detto che sarebbe stata una vacanza, allora vi hanno fregato alla grande».

L’amico dei foreign fighter «Dodici sono partiti da Ravenna»

Le rivelazioni di chi conosceva anche l’arrestato diretto in Siria «Volevano diventare ricchi e ora credono di trasformarsi in eroi»

«Dimenticatevi i terroristi con la barba lunga. Dimenticatevi della shashia, il copricapo tradizionale dei musulmani del nord Africa. Dimenticatevi del niqab, del chador, del burqa o di qualsiasi velo che copra i capelli e il volto. Dimenticatevi delle cinque preghiere quotidiane, in ginocchio rivolti alla Mecca. Dimenticatevi dell’astinenza da alcol e droghe. Dimenticatevi il divieto di fare del male al più debole e di uccidere. Dimenticatevi insomma tutti i pilastri dell’Islam e vedrete chi sono i veri foreign fighter. Se cercate ancora combattenti islamici con la barba lunga e il turbante non li troverete mai». A sette mesi dalla nostra prima inchiesta sull’arruolamento di combattenti dell’Isis da Ravenna siamo tornati nei luoghi dove passavano molto del loro tempo quelli che poi sarebbero diventati jihadisti.

All’epoca a molti pareva impossibile, oggi invece sono emersi casi concreti e c’è stato anche un arresto, quello del ventisettenne Noussair Louati sospettato di voler partire per raggiungere la Siria e abbracciare la bandiera del Califfato. Abbiamo incontrato un connazionale di Louati, un giovane in città da tempo che conosceva bene non solo lui ma anche diversi degli altri ragazzi partiti per il fronte siriano e con loro frequentava spesso gli stessi luoghi di ritrovo. Secondo le indagini della Digos sarebbero sei i foreign fighter con trascorsi nel nostro territorio, ma altri sono giunti in città senza documenti, per poi ripartire, scomparendo definitivamente senza lasciare traccia. Secondo il nostro contatto il conto corretto da fare è di dodici persone: si sarebbero arruolati nell’Isis tutti tra il 2012 e il 2013.

Arruolati da Ravenna in tempi recenti?
«Dopo gli attentati alle moschee sciite nel 2014 è diventato più complicato partire per la Siria, perché si sapeva che il governo tunisino non ti avrebbe più fatto rientrare. So di diverse persone che sono là e che ora vorrebbero tornare in Tunisia, ma non possono perché sarebbero subito messi in carcere».

Louati e gli altri qui erano conosciuti?
«Voi vi immaginate ancora i foreign fighter girare come integralisti islamici che fanno parte di una comunità religiosa. Louati non era mai entrato nella moschea di Ravenna. Non la frequenta nessuno del giro di chi vuole partire per l’Isis».

Ma sono fondamentalisti islamici…
«Certo, vedono in Dio la salvezza. Non sono riusciti a realizzare i propri sogni, sono depressi, e trovano lì un nuovo modo di realizzarsi. Si chiudono in se stessi e l’estremismo gli permette di creare un mondo alternativo nella loro testa. Ti assicuro che se avessero avuto modo di comprarsi una Lamborghini non sarebbero mai diventati estremisti. Il problema è che sognavano di diventare ricchi e importanti e non ci sono riusciti, così credono che diventando martiri dell’Isis diventeranno eroi ed avranno il paradiso, le vergini e tutto il resto».

Ma come si spiega che bevono alcol e si ubriacano? Non è incoerente per un islamico?
«Certo che è incoerente. Se lo chiedevi a Louati ti avrebbe risposto che lui pregava ogni giorno Dio per dargli la forza di smettere, ma intanto continuava. Ma non bevono solo, si drogano anche. Si drogavano qui e continuano a farlo là. Credi che chi combatte in Siria non si droghi? Li stordiscono bene prima dei combattimenti, anfetamine e cocaina, per dargli il coraggio di fare cose che altrimenti non farebbero».

Se tu oggi volessi andare nello Stato Islamico a combattere come faresti?
«Vai in Turchia e poi passi il confine, come fanno tutti. Posso arrivare a Istanbul con un volo di linea da 50 euro da Bologna». Ma è così semplice passare il confine? «Fa comodo a tutti mandare gli integralisti là. Gli Stati europei si liberano di loro, che altrimenti rimarrebbero qui. Il governo turco invece li lascia passare perché l’Isis combatte contro i curdi, “infedeli” da sempre odiati dai turchi».

Tornando in Italia, tu pensi che gli integralisti che non riescono a partire per l’Isis e rimangono a Ravenna potrebbero essere pericolosi e organizzare attentati?
«Come potrebbero farlo? Con che mezzi? Per fare attentati ci vuole una organizzazione che non hanno. Ci vogliono soldi. La differenza tra Al Quaeda e l’Isis è che Al Quaeda era un’idea diffusa per il mondo, e quindi una serie di piccoli gruppi più o meno organizzati, l’Isis è uno Stato. L’Isis ha bisogno di braccia per combattere e cerca di portare più persone possibili lì. Non mandano soldi o armi in giro per il mondo perché stanno combattendo una guerra».

Allora come ti spieghi gli attentati in Europa e in nord Africa?
«Si tratta di pazzi isolati. In Tunisia era un ragazzo fatto di cocaina che è andato in spiaggia con un kalashnikov e si è messo a sparare. È un folle, una cosa del genere non si può prevedere ovviamente e potrebbe succedere ovunque, ma potrebbe succedere anche se quel matto non è musulmano. È successo con uno studente americano in un campus, molte volte. In Tunisia hanno dato la colpa all’Isis, in America a cosa? Ai videogiochi violenti? Sono pazzi armati, punto e basta. Il problema non è l’ideologia in quel caso, ma la facilità a reperire le armi».

Una informativa della polizia ha segnalato una serie di luoghi a rischio attentati, tra cui ci sarebbe anche la tomba di Dante, che ha messo Maometto all’Inferno nella Divina Commedia.
(ride) «Prova a chiedere a un italiano dove è la tomba di Dante. Non saprà dirti nemmeno se è a Ravenna, a Firenze o a Roma. Credi che un tipo come Louati sappia chi è Dante?».

Sapevi che Ravenna è stata dichiarata la città italiana dove si sono arruolati più foreign fighters?
«Sì, l’ho letto su Facebook».

Qual è stato secondo te il ruolo di Roberto Cerantonio Musa, l’italiano convertito all’Islam divenuto reclutatore dell’Isis, e passato anche da Ravenna nel 2012 per un incontro?
«Non mi risulta che abbia avuto un ruolo determinante. Louati e gli altri non erano frequentatori della moschea o incontri del genere».

Musa venne in città proprio per un incontro organizzato dal Centro di cultura e studi islamici della Romagna della Moschea di Ravenna. Possibile che non sapessero che era un personaggio pericoloso?
«La moschea di Ravenna è stata realizzata anche con denaro proveniente da altri paesi del medioriente. Può essere che Musa fosse stato “raccomandato” da qualche finanziatore della moschea. Ma nel 2012 Musa non era ancora così noto come è diventato poi, non era un nome conosciuto per il proprio estremismo, era un italiano convertito».

A piena voce (1). Il Diario di Eresia della felicità a Milano

Dal nostro inviato Iacopo Gardelli

Castello MilanoLe tribù stanno per muoversi. Dalla Darsena di Ravenna, da Napoli, da Seneghe in Sardegna, da Lamezia Terme, lunedì piegheranno assieme verso il cuore simbolico di Milano, il Castello Sforzesco. Cingeranno di un assedio poetico la città, questi 200 ragazzi, imbracciando i versi del grande poeta futurista Vladimir Majakovskij. Dai ciglioni erbosi dei fossati del castello, queste truppe della felicità spareranno in faccia al pubblico i versi violenti e sognanti del russo: un unico grande coro di voci compatte, come è già successo a Santarcangelo nel 2011, a Venezia l’anno seguente, a New York nel 2014.

Ma questa volta, come ha confessato Alessandro Argnani durante la presentazione ufficiale dello spettacolo, lo scorso sabato all’Almagià, non saranno solo le “guide” artistiche ad andare in tournée, pronte a dirigere i ragazzi “indigeni”; questa volta sarà Ravenna, la città stessa (e con lei, le altre città rappresentate) che attraverso i ragazzi della non-scuola sarà in scena a Milano, cercando di intronare l’universo con la possanza della sua voce, per usare un verso dello stesso Majakovskij.

Iacopo GardelliSeguiremo quotidianamente questa esperienza milanese del Teatro delle Albe, appuntando le scene più curiose, svelando qualche aneddoto, descrivendo dall’interno le giornate di preparazione nell’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini (sede della fondazione Olinda nonché ospite delle tribù delle Albe) e tentando di riportare a tutti i lettori qualcosa dell’atmosfera elettrica e internazionale che si respirerà nella città meneghina, la futurista per eccellenza.

Dal vostro inviato, Iacopo Gardelli.

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Ma questa volta, come ha confessato Alessandro Argnani durante la presentazione ufficiale dello spettacolo, lo scorso sabato all’Almagià, non saranno solo le “guide” artistiche ad andare in tournée, pronte a dirigere i ragazzi “indigeni”; questa volta sarà Ravenna, la città stessa (e con lei, le altre città rappresentate) che attraverso i ragazzi della non-scuola sarà in scena a Milano, cercando di intronare l’universo con la possanza della sua voce, per usare un verso dello stesso Majakovskij.

Iacopo GardelliSeguiremo quotidianamente questa esperienza milanese del Teatro delle Albe, appuntando le scene più curiose, svelando qualche aneddoto, descrivendo dall’interno le giornate di preparazione nell’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini (sede della fondazione Olinda nonché ospite delle tribù delle Albe) e tentando di riportare a tutti i lettori qualcosa dell’atmosfera elettrica e internazionale che si respirerà nella città meneghina, la futurista per eccellenza.

Dal vostro inviato, Iacopo Gardelli.

Lotta al degrado davanti alla basilica di Classe: camper vietati e fontana chiusa

Ordinanza del sindaco in vigore dal 22 al 28 luglio dopo le tante segnalazioni per le situazioni legate alla presenza di nomadi

Divieto di parcheggio dei camper e disattivazione provvisoria della fontanella nel parcheggio antistante la basilica di Classe dal 22 al 28 luglio: è il contenuto di un’ordinanza firmata dal sindaco di Ravenna oggi 20 luglio, al termine di una riunione in prefettura con il prefetto e il questore, per arginare le situazioni di degrado da tempo segnalate dal comitato cittadino e coincidenti con le frequenti soste in zona di camper di nomadi. La vicenda è agli onori della cronaca locale da diverso tempo (vedi articoli correlati).

«Nei prossimi giorni – scrive il sindaco in una nota inviata alla stampa – valuteremo con la polizia municipale e d’intesa con prefettura e forze dell’ordine, ulteriori iniziative, anche di più lungo periodo, utili e praticabili per assicurare il decoro e la sicurezza di questa bellissima zona di Classe e di tutta Ravenna. Nei giorni scorsi ho ricevuto una lettera del comitato cittadino di Classe che mi descrive la situazione di degrado che si è riproposta nel grande parcheggio. Su questa situazione e sul disagio dei cittadini mi sono confrontato nei giorni scorsi con il presidente del consiglio territoriale Antonio Mellini».

Per questa sera alle 18, proprio nell’area della basilica di Sant’Apollinare in Classe, era già stato programmato dai giorni scorsi un incontro tra una rappresentanza di Lista per Ravenna composta da Elisa Frontini, coordinatrice dei gruppi di ascolto, e da Alvaro Ancisi e Nicola Grandi, capogruppo e vice-capogruppo in Consiglio comunale, e unadelegazione del luogo «per discutere il problema, ormai cronico, dell’impossibile convivenza degli abitanti e delle attività di Classe con i nomadi che parcheggiano, in pianta stabile, coi loro camper, nel parcheggio della basilica».

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