De Pascale: «Il Pd è in stallo: tutti i dirigenti dovrebbero fare un passo indietro»

Il sindaco nella sua veste più politica: «Non serve rifare la moviola del passato, bisogna costruire un pensiero nuovo sui temi della protezione sociale»

De Pascale Zingaretti Pd

Michele De Pascale con Nicola Zingaretti

Ex segretario provinciale del partito, con trascorsi (ormai remoti) da bersaniano, da sempre considerato un potenziale candidato del territorio a incarichi di livello nazionale, Michele de Pascale, come noto, anche da sindaco di Ravenna non ha mai rinunciato a un ruolo attivo nel dibattito interno del partito. All’ultimo congresso sostenne il cosiddetto ticket “Renzi-Martina” convinto che fosse la scelta migliore, oggi è tra coloro che cercano di smuovere le acque e spingere perché venga fatto un congresso che, invece, ancora non è stato convocato.

Sindaco, cosa si aspetta dalla festa nazionale del Pd che apre il 24 agosto proprio a Ravenna?
«Un po’ immodestamente l’auspicio è che la presenza sul territorio possa essere anche utile al Pd nazionale per parlare con le persone, vedere la nostra esperienza e trarre spunto per uscire da una stazione di stallo e di paralisi molto preoccupante. Sì, spero che la festa possa servire a risvegliarsi da questo torpore poco edificante».
Ma a cosa è dovuto secondo lei questo stallo?
«Temo che sia legato al fatto che nonostante tutti capiscano che sarebbe necessario un cambiamento radicale sia nella costruzione di una nuova linea politica sia nella sua rappresentazione del gruppo dirigente, tutto il gruppo dirigente di fatto non abbia interesse ad aprire una nuova fase. E non parlo soltanto di chi era in maggioranza all’interno del partito, ma di tutti i vertici».
Eppure lei aveva espresso parole di stima per Martina solo un anno fa, votandolo insieme a Renzi. Questa necessità di farsi da parte riguarda anche il segretario attuale?
«Nel gruppo dirigente ci sono tante persone con cui ho collaborato e di cui ho stima e fiducia, ma non voglio iscrivermi nel gruppo, numeroso, di chi dice che devono farsi da parte tutti tranno i loro amici. Servirebbe la generosità di tutti, nessuno escluso. Detto questo, Martina sta facendo un tentativo difficile, in un ruolo in cui c’è poco da guadagnare. Ma è chiaro che l’azione del Pd al momento è palesemente insufficiente».
Lei teme davvero che alla fine, il congresso non si farà nemmeno nel 2019, che sarebbe comunque a un anno dal voto…
«Rischia di non farsi mai perché tutti lo invocano, ma nessuno si batte con durezza perché si faccia. Renzi auspica che sia convocato il prima possibile, ma ha maggioranze solide in tutti gli organismi che potrebbero convocarlo. Il mio pensiero è che si vogliano fare eventi individuali e Leopolde invece di aprire la vera discussione che serve. Per smentirmi, per dimostrarmi che la mia è una preoccupazione infondata, basterebbe fissare la data».
Ma in questo congresso che discussione dovrebbe poi avvenire? Perché tutti parlate del fatto che bisogna guardare al futuro, non al passato. Ma senza prendere le distanze da ciò che è stato, come si può parlare di rinnovamento?
«Non sono impazzito, so che il congresso del Pd non risolve il problema se il Pd non si rigenera. Il punto è che abbiamo governato per cinque anni e gli italiani hanno bocciato quell’esperienza, non prenderne atto come premessa sarebbe un errore clamoroso, così come continuare a spiegare agli italiani che le nostre soluzioni sono le migliori del mondo. Detto questo non possiamo nemmeno rifare il dibattito pro Renzi o contro Renzi che ha caratterizzato i 5 anni scorsi, tanto per responsabilità sua tanto per quella dei suoi oppositori. Il senso del congresso deve essere quello di un progetto nuovo in cui saranno mantenute le cose positive fatte in questi anni, mentre altre saranno cambiate in modo radicale. Serve un pensiero nuovo, e non la moviola del passato».
E quali dovrebbero essere i fondamenti di questo pensiero nuovo, secondo lei?
«Come ho avuto modo di dire, serve lavorare sulla protezione sociale; davanti alla crisi tanti cittadini si sono sentiti indifesi. Allora credo per esempio che il centrosinistra debba caratterizzarsi come quella forza che invece di distinguersi per piccole riduzioni fiscali che alla fine non cambiano la vita delle persone, si caratterizza invece come garanzia di ottimi servizi sulla salute e la formazione, per esempio. E ribadisco che a una linea di legalità, rispetto delle regole e contrasto alla criminalità, il centrosinistra deve avere parole chiare sul tema dell’accoglienza per contrastare questo vento terribile che sta soffiando».
Intanto, a proposito, il Pd ha indetto una manifestazione antirazzista a settembre. Un’azione non proprio tempestiva…
«Il punto è che purtroppo il Pd in questo momento è debole, credo che qui o si levano milioni di voci e ci si attiva per ricostruire una coscienza o non è con una singola iniziativa che si può affrontare un tema così devastante. Pensiamo solo agli episodi di aggressione degli ultimi giorni che effetti possono avere sul piano dell’emulazione. Il punto è, tolto l’elettorato della Lega e di Fratelli d’Italia, come la pensano tutti gli altri? Davvero l’elettorato del Movimento 5 Stelle la pensa come Salvini? E dove è finita l’anima federalista della Lega?»
Ci sono giornali come “L’Espresso” e “Famiglia Cristiana”. E dentro i 5 Stelle c’è il Presidente della Camera che sembra distinguersi. Sarà a Ravenna Fico?
«Ben vengano quei giornali che fanno sì che non soffi solo un vento. Per quanto riguarda il Presidente della Camera, posso anticipare che l’ho invitato ufficialmente come terza carica dello Stato a Ravenna per la celebrazione della Liberazione il 4 dicembre, anche perché ho particolarmente apprezzato le sue parole sul valore della Resistenza nel discorso di insediamento. L’auspicio è che tutte le coscienze critiche battano un colpo».
A proposito di Liberazione. Cosa ne pensa dei segnali che sembra lanciare Salvini con citazioni da Mussolini e abiti dai simboli che rimandano alla galassia dell’estrema destra? Lei ha dato vita qualche mese fa a un comitato antifascista molto criticato dall’opposizione, secondo cui le emergenze sarebbero ben altre.
«Sono segnali ben precisi per blandire un elettorato che infatti nell’urna non ha scelto i movimenti neofascisti, ma il centrodestra. Temo che presto vedremo sorgere anche comitati di nostalgici, direi che c’è una bella differenza».
Tornando al Pd. Lei si è già in qualche modo detto sostenitore di Nicola Zingaretti, per ora unico candidato al congresso che forse si terrà nel 2019. Non è stata una scelta affrettata? E se si dovesse davvero candidare anche Bonaccini?
«Io auspico e credo che Bonaccini sarà in realtà ricandidato per la Regione nel 2019 che per noi è una sfida importantissima, una partita dalla valenza storica e indiscutibilmente la più importante dei prossimi anni. Per quanto riguarda il congresso, come dicevo, per me non è solo questione di stima o rapporto personale, ma di quale progetto si vuole mettere in campo e con quanto coraggio si vuole aprire una nuova fase. La proposta Zingaretti mi sembra positiva perché si iscrive in questo capitolo. Stiamo lavorando per creare pensiero anche se, appunto, il rischio è di allenarsi ora senza poter poi gareggiare».
C’è chi parla di un possibile sostegno Pd a Pizzarotti alle Regionali…
«Di nomi ne sono girati tanti, io dico solo che il candidato dovrà essere scelto dagli emiliano-romagnoli e non in qualche stanza di Roma. E, ripeto, credo che la ricandidatura di Bonaccini sarebbe senza dubbio l’opzione migliore».

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