Il grillino Fico si smarca ancora da Salvini e conquista la festa dell’Unità

La prima volta per un pentastellato alla kermesse dei dem: il presidente della Camera fa il politico in un confronto con Delrio, ribadisce le sue posizioni antileghiste sul caso Diciotti e ricorda con nostalgia le battaglie di sinistra da cui partì il Movimento

Un grillino sul palco della festa dell’Unità non si era mai visto e lui non metteva piede sotto quelle bandiere da quindici anni, eppure a giudicare da come è stato accolto e da come si è mosso è sembrato fosse un militante di casa. Roberto Fico, presidente della Camera e primo esponente del Movimento 5 Stelle a partecipare alla kermesse dei dem, era a suo agio a Ravenna ieri sera, 3 settembre: strette di mani e selfie tra un morso a una pizza fritta e un sorso di birra, «pagata da me». Per brindare agli amici «che sono venuti a trovarmi». Gesti che ti aspetteresti da un segretario Pd e non da un big del fronte nemico.

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Fico6Ma quella passeggiata tra gli stand nell’area esterna del Pala De Andrè – di propria iniziativa senza particolari inviti – è arrivata dopo che la platea della sala dibattiti aveva lanciato segnali inequivocabili a Fico: applausi a scena aperta che hanno di gran lunga schiacciato qualche isolato commento di contestazione. Del resto al popolo rosso Fico ha detto quello che voleva sentirsi dire e che già aveva affermato in altre occasioni, a cominciare dalla questione calda dell’immigrazione: «Non si sequestrano le persone, i migranti della nave Diciotti dovevano scendere il primo giorno». La visione per la gestione dell’emergenza immigrazione è fatta di tre punti: sbarcare in Italia deve significare sbarcare in Europa, corridoi umanitari con i Paesi in difficoltà, hotspot sui luoghi di partenza per pratiche e aerei e non barconi per chi davvero può chiedere protezione. Ma sul tema non si può criticare solo il gruppo di Visegrad e fare finta di niente con la Francia «dopo quello che ha fatto a Ventimiglia e Bardonecchia e dopo aver spinto per l’intervento in Libia lasciando la situazione che sappiamo».

Le affinità con la base democratica erano già nell’aria da tempo, in un’ora è diventato quasi amore. Per farlo è bastato smarcarsi da Salvini e dalla Lega, nemmeno questa una novità per il presidente della Camera: «Non è vero che sono stato lasciato solo dal Movimento quando ho espresso le mie critiche». In uno degli ultimi fortini rossi, seppure scricchiolanti, Fico è andato più in veste di politico che ha fondato l’M5s che nel ruolo istituzionale di terza carica dello Stato, come dimostra il contorno della sua visita: sul palco ha risposto alle domande del direttore de l’Espresso Marco Damilano in un confronto con Graziano Delrio, che è il capogruppo Pd alla Camera e non una carica istituzionale. Una scelta ben diversa rispetto a quella fatta da Maria Elisabetta Alberti Casellati che stasera sarà sul palco da sola, intervistata dal direttore de La Stampa Maurizio Molinari.

Fico2Ma non è proprio stato tutto tarallucci e vino. D’accordo le critiche al vicepremier leghista per il caso Diciotti, «ma ero critico anche con la politica di Minniti e dei centri di detenzione in Libia che sono dei lager». Una stoccatina al predecessore di Salvini al ministero degli Interni che a queste latutiduni non tanti vogliono sentire (Minnisti sarà ospite alla festa il 6 settembre alle 21.30).

A tratti è sembrato un Fico nostalgico, come sottolineato anche da Damilano, del Movimento che fu e che ora, almeno alla prova dei fatti, sembra non vedersi così apertamente. Sul finire dell’incontro il grillino ha ricordato i suoi inizi, nel 2005 nella sua Napoli: le battaglie per l’acqua pubblica, per la riduzione dei rifiuti, per un Parlamento senza condannati, per la riduzione dei vitalizi, per cancellare i rimborsi elettorali. Come si concilia questo Fico di sinistra con il leader politico Luigi Di Maio in un governo di destra? Damilano lo chiede, il presidente della Camera glissa.

Dove invece il grillino non si nasconde è nel raccontare cosa è andato storto quando a fine aprile il presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli affidò un mandato esplorativo per la composizione di un governo Pd-M5s e sembravano esserci spiragli di alleanza: in buona sostanza Fico dice che tutto è naufragato per lo strappo di Matteo Renzi dallo studio di “Che tempo che fa” tre giorni prima della direzione Pd che probabilmente avrebbe sposato l’accordo con i pentastellati e invece non si fece nulla. Questa volta a glissare tocca a Delrio.

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