Damilano: «Non vorrei guastare la festa, ma il progetto del Pd ormai è finito»

Il direttore de l’Espresso tra gli ospiti della festa nazionale dell’Unità a Ravenna il 3 settembre per presentare il suo libro su Aldo Moro e moderare il confronto Fico-Delrio: «Chiederò all’ex ministro come se la passa il partito del popcorn, quelli del “lasciamoli governare che ci divertiamo”. Al presidente della Camera chiederò cosa fanno i Cinque stelle in un governo di destra…»

Marco Damilano International Journalism Festival 2015 (cropped)«C’è la festa nazionale dell’Unità a Ravenna e io sono pure invitato, non è buona educazione guastare le feste ma… credo che il progetto Pd cominciato con Walter Veltroni sia finito». Marco Damilano non vuole fare quello che mette i piedi sul tavolo quando entra a casa di altri ma, come accade a chi fa il giornalista, gli tocca anche il delicato compito di dare notizie sgradite. E quando gli chiedi che fine farà il Partito democratico non ha altra risposta, resa appena meno drammatica dal tono pacato della voce e dalla consapevolezza di non fare uno scoop: «Credo ne siano convinti anche gli attuali dirigenti». Il 50enne romano, firma del settimanale l’Espresso dal 2001 e direttore da un anno, sarà alla festa del Pd il 3 settembre come moderatore di un confronto (ore 18.30) e poi come autore alla presentazione del suo libro “Un atomo di libertà” (20.30).

Nel 2009 usciva il suo libro “Lost in Pd” che comincia raccontando una convention del 2008 con Veltroni al Pala De Andrè e l’immagine di un ragazzo con il codino che distribuiva cartelloni verdi invece di bandiere rosse. Dieci anni dopo quel ragazzo fa l’assessore comunale ma intanto è passato a Mdp. Partiamo da qui…
«Sono venute meno le tre o quattro condizioni su cui si poggiava la nascita del Pd: il bipolarismo, un’idea di Europa come destino dell’Italia, il confronto con un centrodestra che aveva la parola centro e alcuni punti in comune, il pluralismo di culture dentro un partito unico, il famoso “ma anche” della sintesi veltroniana tanto beffeggiata da Crozza che pur perdendo quelle elezioni prese 14 milioni di voti, in termini assoluti anche più del 40 percento di Renzi e circa un 20 percento di differenza in più rispetto all’ultimo voto per cui i dirigenti di adesso farebbero follie. Oggi l’Europa è diventata il punto di fuga da cui allontanarsi, di fronte c’è una destra fatta di populismo aggressivo che per Dna rifiuta qualunque dialogo bipartisan e il pluralismo di culture è fallito al punto tale che il ragazzo con il codino è andato in un altro partito».

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La figura capace di essere un riferimento per il centrosinistra è da cercare tra chi è già uscito allo scoperto o deve ancora nascere politicamente?
«Tra chi si è già esposto finora voglio fare due nomi, due che ci hanno messo la faccia e si sono presi i fischi a Genova ai funerali di Stato per le vittime del ponte Morandi: Roberta Pinotti e Maurizio Martina. Però poi penso che la ripartenza del partito dovrà per forza passare da quelli che non ci sono, di cui magari non sappiamo nulla, persone che non si sentono rappresentate dall’attuale Pd. Prendo l’esempio del presidente dell’Aifa, Stefano Vella, che si è dimesso: è un signore che rinuncia a dei soldi perché dice di non poter accettare la violazione della Costituzione fatta dal Governo sulla nave Diciotti. Io non so nemmeno per chi voti questa persona ma rappresenta un mondo con cui interloquire».

Sarà moderatore di un incontro tra Fico e Delrio. Il presidente della Camera rappresenta l’ala grillina più insofferente al ruolo di ombra della Lega. I Cinque stelle resteranno compatti? Non è che invece di un contradditorio sarà un esperimento per future alleanze?
«Non bisognerebbe dare spoiler ma inizierò l’incontro chiedendo a loro di raccontarci i momenti in cui Mattarella diede a Fico il mandato esplorativo. Chiederò a Fico che cosa è andato storto portando alla nascita di un governo di destra mentre l’M5s si è sempre detto di sinistra e oggi va a traino della Lega. A Delrio chiederò se al partito del popcorn, quello del “lasciamoli governare che ci divertiremo”, sia andato di traverso qualcosa in platea».

Da alcune testate, tra cui anche l’Espresso, sta arrivando una critica dura al Governo. Quando si sceglie di prendere posizioni così esplicite e nette lo si fa guardando anche alle vendite?
«Direi di no perché non c’è un calcolo cinico sul pubblico che ti torna a leggere se prendi una posizione o un’altra. Invece c’è piuttosto una questione giornalistica: il giornalismo è un contropotere a chi sta al governo. Lo facciamo ora ma lo facevamo anche prima: penso alle inchieste sui contatti Renzi-Consip o Banca Etruria. Adesso che il governo è Salvini, gli chiediamo conto dei 48 milioni della Lega. È curioso che il governo del cambiamento non tolleri domande, mentre apprezzava questo giornalismo quando era all’opposizione. In questo nessuna novità rispetto al passato. Però aumenta la costante deligittimazione del giornalismo che passa dai social con l’idea di disintermediare. Infine c’è un altro versante che va tenuto distinto ed è quello del piano dell’intervento civile, culturale e politico: già in passato, in momenti di assenza dell’opposizione politica, intellettuali e giornalisti hanno assunto un ruolo di supplenza. Non lo considero un ruolo positivo».

È legittima la sensazione che il giornalismo in Italia sia più cane da guardia solo con certe forze politiche al governo?
«È un problema più generale. Il giornalismo italiano ha una grande tradizione di faziosità, attacca i nemici e protegge gli amici. L’idea del giornalismo anglosassone che non guarda in faccia nessuno è più minoritaria. E ad ogni cambio di governo il giornalismo che non è stato abbastanza attento a criticare i suoi amici finisce per avere un problema di credibilità che sicuramente esiste e diventa appiglio facile per i populisti. Il problema della credibilità esiste davvero, non lo inventano Di Maio e Salvini ma loro lo usano per buttare giù qualcosa di importante per la democarazia».

Sarà alla festa anche come autore con un libro su Aldo Moro. Cosa direbbero Moro e Zaccagnini oggi della scena politica?
«È una domanda impensabile. Erano uomini che vivevano in tutt’altra stagione, quella dei grandi partiti di massa, dove la politica rappresentava la società e la guidava. Oggi chi detiene il potere si comporta continuamente come se fosse il capo dell’opposizione usando gli strumenti dati dal potere per bombardre tutti gli altri».

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