Per cosa si vota il 26 gennaio, ovvero cosa può cambiare davvero in cinque anni

Il centrosinistra ha impostato la campagna elettorale sugli ottimi risultati raggiunti, il centrodestra sul bisogno di cambiamento quasi a prescindere. In ballo, in realtà, due visioni di società opposte

Affection Beach Child 173666Al netto delle promesse elettorali più o meno mirabolanti, il grosso di questa campagna si è giocato tra due realtà di fondo contrapposte, che poco hanno a che fare con i programmi elettorali in quanto tali.

Sul fronte del centrosinistra ci si può appigliare a un fatto difficilmente contestabile anche per gli oppositori: l’Emilia-Romagna rappresenta un’eccellenza in Italia e in Europa, Bonaccini è amministratore stimato anche dai colleghi del centrodestra, la regione è in testa a classifiche di economia, welfare e salute. Perché cambiare?
Dall’altro lato, il centrodestra invece fa leva sull’idea che, dopo tanti anni, un cambiamento non possa fare che bene, quasi a prescindere da chi va a sostituire chi. Su questo poi il centrodestra ha avuto tutto l’interesse a innestare una campagna di fatto nazionale, collegando l’eventuale vittoria a Bologna alla possibile caduta del governo giallorosso a Roma e a un ritorno del leader carismatico Salvini al governo (tanto che il “capitano” ha di fatto oscurato la vera candidata Borgonzoni).

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Entrambe le parti stanno cercando di convincere gli indecisi che si tratta di una battaglia epocale, idea sicuramente rafforzata anche dalla mobilitazione massiccia del movimento delle sardine, nate proprio in funzione “antisalvini”. E dal centrosinistra il messaggio che arriva è che è in ballo addirittura l’identità stessa dell’Emilia-Romagna oltre che le sue progressive sorti.

Ma sarà davvero così? In fin dei conti, come molti ripetono, la Lega governa Veneto e Lombardia da tempo senza che siano dovute intervenire forze aliene a salvare i cittadini, che anzi continuano a confermarli. In fin dei conti, il 27 gennaio gli emiliano romagnoli che tutti descrivono come laboriosi, capaci, solidali, saranno sempre loro.

Non solo, al netto del tema sulla qualità della classe dirigente (che adesso non è misurabile se non con una buona dose di pregiudizio), le differenze nei programmi non sono così abissali. E se vincesse, il centrodestra non avrebbe alcun interesse a smontare una macchina che funziona (per esempio nell’impiego dei fondi europei, un grande merito che va più forse ai funzionari che ai politici di via Aldo Moro). A ben guardare, sui grandi temi economici, dal porto alle infrastrutture, dalla sanità pubblica efficiente ma con la collaborazione anche del privato alla necessità di sburocratizzare le posizioni non sono antitetiche. Sono molto più distanti da Bonaccini le liste di estrema sinistra che ne contestano le politiche “liberiste” (un esempio su tutti, il sistema di subbalto di alcuni servizi in sanità). Certo, il centrosinistra parla più di servizio pubblico e politiche green, la destra promette meno tasse, al solito. Chissà. E comunque, tra cinque anni si rivota.

La differenza vera e già misurabile e che si potrà notare da subito sta altrove, sta nell’idea di società, di famiglia, di diritti civili. Questioni che non hanno per forza a che fare con la crescita economica (o forse sì) e sottendono una visione valoriale di un certo tipo.

Molto probabilmente quindi, nell’arco di cinque anni, la differenza sostanziale starà nei “dettagli” in voci che comportano poca spesa ma molta resa dal punto di vista mediatico. Lo abbiamo visto nelle città vicine come Forlì e Ferrara, passate pochi mesi fa al centrodestra. Nella prima hanno impedito che nelle scuole venissero portati avanti progetti contro la violenza di genere in nome della famiglia tradizionale, nella seconda il sindaco si è premurato di ordinare crocifissi nuovi per tutte le aule scolastiche.

Perché se il centrosinstra ha da tempo abbandonato tante battaglie che ne caratterizzavano l’identità dal punto di vista economico, si è invece ricostruito attorno a un’idea di progresso dei diritti civili. L’ultima Assemblea regionale ha votato, tanto per fare un esempio, la legge sull’omotransfobia. C’è da scommettere che una maggioranza di centrodestra la cancelli (e così promette un volantino in circolazione rivolto esplicitamente ai cattolici). Perché il centrodestra da parte sua, con buona pace dei laici berlusconiani, sta invece sempre più sposando posizioni oltranziste su temi come l’identità religiosa e la famiglia “tradizionale” per non dire “patriarcale”, la negazione di conquiste civili per gay o trans. La Regione oggi finanzia progetti, politiche, azioni su questi temi. Per il bilancio complessivo sono spiccioli, ma sono spiccioli che fanno la differenza. I danni o i benefici prodotti sono enormi e relativamente rapidi. Tra cinque anni, chiunque vinca, difficilmente avremo la E55, ma già da settembre potrebbero sparire, per fare uno esempio tra mille, decine di progetti di educazione sessuale e parità di genere per i ragazzi, o potrebbero ridursi i programmi per l’integrazione degli stranieri. Potrebbe sparire il lavoro di associazioni e volontari a favore di nuove associazioni e nuovi volontari con obiettivi e modelli diversi.

C’è forse un argomento su tutti che la dice lunga: Bonaccini promette nidi gratis, Borgonzoni sposa l’idea di un assegno per le madri che stanno a casa dal lavoro per i primi anni di vita del figlio. Forse, in fondo in fondo, si tratta soprattutto di scegliere tra questi due modelli.

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