«L’Europa va in ordine sparso sulla crisi energetica, ma deve restare unita»

Il consigliere regionale Bessi (Pd): «La guerra è riuscita dove non era riuscita la Brexit: non c’è compattezza nella Ue». Sulla ricerca di nuove fonti: «Non possiamo sostituire il gas russo con il Gnl americano in un giorno»

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Gianni Bessi, consigliere ravennate Pd all’essemblea della Regione Emilia-Romagna

Da tempo il ravennate Gianni Bessi, consigliere regionale del Pd, si occupa di questione energetiche e con i suoi ultimi due libri, House of Zar del 2020 e Post Merkel del 2021, aveva già evidenziato questioni cruciali per il futuro dell’Europa. In particolare rispetto al tema del gas russo che oggi è la questione dirimente nell’ambito del conflitto in corso in Ucraina e che impone, secondo alcuni, un ripensamento e un’accelerazione delle politiche energetiche europee e italiane.

Bessi, la prima domanda è: l’aumento del gas a cui assistiamo è già un effetto della guerra, sono già calate le forniture?
«Il prezzo del gas, e anche dell’energia elettrica, è aumentato già nel secondo trimestre del 2021 per cause diverse e globali: da un calo di produzione di energia da fonti rinnovabili, per alcuni eventi naturali imprevisti, all’aumento delle richieste sempre per motivi legati al clima, alla ripresa economica in particolare del Far East e un aumento del prezzo trattato alla borsa olandese Ttf, il mercato virtuale per lo scambio del gas naturale. Questa situazione è stata definita una tempesta perfetta. La leva finanziaria e quella del sistema regolatorio del mercato sono, quindi, decisive per definirne il prezzo, al di là del meccanismo dell’offerta e della domanda. È chiaro che la guerra di invasione della Russia in Ucraina ha come prospettiva, se guardiamo i futuri dell’andamento Ttf, che il prezzo sarà stabile verso l’alto o crescerà, soprattutto se la Russia deciderà di chiudere le forniture o se l’Ue deciderà di bandirle. Non dimentichiamo che l’Europa dipende per il 40 per cento dalle forniture di gas dalla Russia. Ora, le forniture in questo momento non sono in calo e rispecchiano i contratti in essere: è una materia scottante perché proprio una rinuncia agli approvvigionamenti sarebbe la sanzione più efficace che l’Ue può mettere in campo. È il tema del momento che hanno discusso nel recente G7».

Ma noi possiamo davvero pensare di rinunciare ad acquistare gas dai russi come scelta politica? Era questo il senso della frase di Draghi quando parlava di “pace o aria condizionata”?
«Si tratta evidentemente di una questione cruciale e, come era facile prevedere, la dipendenza di alcuni Paesi sta pesando sul tavolo delle decisioni politiche dell’Ue che sta mostrando qualche incrinatura dopo la compattezza iniziale. Il governo di Olaf Scholz, in Germania, il Paese più dipendente dai rifornimenti russi, per esempio si è dichiarato pronto a sostenere l’embargo europeo verso il petrolio russo, ma non nell’immediato, ma ha anche rimarcato come una simile misura se estesa al gas provocherebbe un’enorme crisi economica, che il Ceo del colosso Basf, Martin Brudermüller, non ha esitato a definire «la peggiore dalla seconda guerra mondiale». La Bundensbank ha stimato una perdita di 180 miliardi di euro per la Germania. Facendo una proporzione per l’Italia potremmo parlare di circa 100 miliardi di euro».

E quindi, come si ovvia a questo rischio?
«L’Europa sta andando in ordine sparso, purtroppo. I tedeschi hanno approvato l’acquisto di rigassificatori galleggianti di Gnl (Gas naturale liquefatto) e iniziato l’iter per renderli operativi al più presto. Inoltre si sta muovendo per riprendere le estrazioni di gas nel mare del nord. Olaf Scholz, e il suo vice del partito dei Verdi Robert Habeck, quindi si fanno forza del fatto che ritengono di essere già a buon punto nella processo di reperibilità di altri fornitori di idrocarburi, ma allo stesso tempo ci tengono ad avvisare che non tutti gli altri membri dell’Ue sono nelle stesse condizioni».

Ma quanto è vero che i russi hanno bisogno che noi compriamo il loro gas tanto quanto noi abbiamo bisogno dei loro rifornimenti?
«La Cina potrebbe forse assorbire, non nell’immediato ovviamente, l’enorme produzione russa rinunciando nello stesso tempo al Gnl che acquista dagli Stati Uniti, che nel 2021 è cresciuto fino a toccare i quasi 13 miliardi di metri cubi. La linea dei gasdotti del Power Siberia ha limiti strutturali ma la penisola dello Yamal ha le potenzialità per produrre Gnl e si sta già intervenendo a un potenziamento della via marina artica, ma non è certo un’operazione semplice, né rapida».

Impianto Oil & GasA quel punto noi potremmo contare su più gas americano? Il rigassificatore ravennate, per esempio, funzionerà proprio con l’import americano. E si parla di 15 miliardi di metri cubi in più da quest’anno per l’Ue e 50 miliardi dal 2030.
«Nemmeno questo è così semplice, perché entrano in gioco elementi di costo e logistica. E di volumi. Non è che potremo da un giorno all’altro sostituire il gas russo con il Gnl americano: intanto il Gnl va riportato allo stato gassoso, e servono impianti adeguati, ma ancora più importante sarà definire come poi potremo trasportarlo dagli hub di rigassificazione fino alle zone dove serve. Il governo, e anche l’Ue, stanno lavorando per risolvere questa emergenza e gli Usa sono una parte della risposta, perché da soli non sono in grado di assicurare la sostituzione dei 155 miliardi di metri cubi che in questo momento arrivano dalla Russia in Europa. E anche gli altri possibili fornitori, tra cui Congo e Algeria, nell’immediato non sono in grado di dare una risposta per limiti di produzione e di trasporto con i gasdotti».

Per quanto riguarda i costi, non si può pensare a un tetto massimo deciso dai governi?
«L’ipotesi di istituire un price-cap sul prezzo del gas è un cavallo di battaglia del premier Mario Draghi. In realtà, mentre Spagna e Portogallo l’hanno già approvato, con il beneplacito dell’Ue, sembra una soluzione con più ombre che luci: come ha spiegato bene sulla “Staffetta quotidiana” Luigi De Paoli , “Se una Autorità interviene a fissare il prezzo di una merce, in particolare fissandolo a un livello più basso di quello espresso in quel momento dal mercato, vuol dire che deve essere in grado di far diminuire la quantità acquistata attraverso forme di razionamento”».

Ci aspetta una crisi energetica e quindi economica e un’Europa più divisa che mai?
«Oggi l’impressione è che quello che non ha potuto la Brexit è riuscita a farlo la guerra in Ucraina, con i membri dell’Ue che, al di là di una compattezza ribadita pubblicamente, stanno procedendo in ordine sparso. Il disordine richiede un intervento, se non si vuole che generi discordie e fratture maggiori: le migliori idee, le migliori volontà e perfino i migliori provvedimenti se non sostenuti, e non solo politicamente, da una pianificazione non generano benefici. Ecco perché chi sa pianificare si sta avvantaggiando in un scenario così disarticolato. Ma ho fiducia nell’Europa. Come per il Covid-Sars l’unica risposta è stare uniti».

Lei parla di “pianificazione” da tempi non sospetti, sostenendo che la svolta green vada accompagnata in un periodo di coesistenza con l’aumento, per esempio, dell’estrazione del gas. Ma è pensabile un’autonomia italiana da fonti rinnovabili nel medio periodo? E non dovrebbe essere questa situazione una spinta in questa direzione? La sensazione è che invece ci si stia concentrando più su rigassificatori e nuove estrazioni, con una spinta che arriva proprio in particolare dalla nostra città.
«Il futuro, non solo per l’Italia ma per tutta l’Europa, è nel segno di una produzione energetica per la quasi totalità assicurata dalle rinnovabili. parliamo di energia elettrica. Ma servirà comunque una fonte che assicuri la stabilità del sistema, cioè il suo funzionamento quando, per motivi insiti nella loro natura, le rinnovabili non sono in grado di produrre energia. E il gas è la fonte “più pulita” tra quelle fossili. Inoltre per arrivare a una predominanza delle rinnovabili, serve una transizione energetica che può essere attuata solo e soltanto se ne farà parte anche una fonte fossile, come il gas appunto. Gas naturale e rinnovabili non sono in alternativa ma, almeno fintano che la transizione non sarà completata, parte dello stesso mix energetico che potrà assicurare il funzionamento dei distretti industriali, dei trasporti, del riscaldamento. In questa logica, Ravenna si è candidata a ospitare un rigassificatore, potendo contare su un distretto energetico di primo piano non solo in Italia, con imprese che hanno prestigio ed esperienza a livello internazionale. E condivido e sostengo la linea di De Pascale dei 4 Si per l’Italia. Insieme al rigassificatore occorre aumentare le estrazioni per diminuire le importazioni, sviluppare il Parco eolico marino e più rinnovabili possibili diffuse e sviluppare lo stoccaggio e il riutilizzo della CO2 rilanciando il nostro distretto chimico. Ravenna con il suo porto può essere la piattaforma logistica dell’economia circolare e dell’energia del Mediterraneo. Occorre una visione olistica e non di contrapposizione. È il momento di decidere a livello nazionale».

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