sabato
10 Ottobre 2026
l'intervista

Armi, Barattoni vuole costruire una rete dei sindaci della città portuali

Per chiedere al Governo completa trasparenza

Condividi

Il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, è al lavoro per costruire una rete dei sindaci delle città portuali che chieda ai ministeri competenti la completa trasparenza dei dati dei transiti di armi e materiale bellico. Già avviati i contatti con alcuni colleghi, l’intenzione di Barattoni è di coinvolgere l’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci), cioè l’organismo di rappresentanza nei dialoghi istituzionali.

Sindaco, che ragioni ha questa battaglia per la trasparenza?
«Cittadini, istituzioni e lavoratori dei porti meritano di sapere, per poter giudicare, verso quali Paesi vengono inviate le armi e per quali fini, in modo da sapere con chi in questi anni, nel silenzio generale, l’Italia ha stretto delle relazioni. Perché l’industria bellica esiste e l’Italia oggi è il sesto esportatore di armi al mondo e ogni giorno nelle strade, nei porti e negli aeroporti queste armi transitano; sapere per dove e quante è importante anche perché ormai sappiamo che politica estera e politica commerciale sono molto legate nel sostenere o nel fare concludere conflitti in corso».

Però un report annuale dei transiti di armi è già previsto dalla legge 185 del 1990. Non basta?
«Viene inviato alla commissione Trasporti e Infrastrutture del Parlamento, ma evidenzia solo i traffici autorizzati dall’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama) che dipende dal ministero degli Esteri e non si esprime sui carichi partiti da altri Stati Ue e solo in transito dall’Italia».

Così finisce che la trasparenza dipende dalla sensibilità dei lavoratori o delle istituzioni locali dei casi specifici…
«E non è accettabile. Perché poi si corre il rischio che quei lavoratori addirittura paghino le conseguenze delle loro scelte. L’abbiamo visto a settembre 2025 quando bloccammo due container di materiale esplosivo per il porto di Haifa. Abbiamo dato un messaggio di sensibilizzazione all’opinione pubblica, ma quei container poi hanno trovato un altro porto italiano da dove partire».

Da allora non ci sono state più notizie di container bloccati. Non sono più passate armi?
«I container di esplosivi sono più facili da identificare dai lavoratori, anche in assenza di dati dalle Dogane, perché seguono procedure specifiche e viaggiano scortati. Questo mi porta a dire che non sono più passati esplosivi da Ravenna, né per Haifa e né per altri porti».

In quella occasione gli enti pubblici soci di Sapir chiesero che il terminalista modificasse il suo codice etico. A che punto siamo?
«A maggio il Cda di Sapir ha introdotto un esplicito riferimento alla promozione della pace, al rispetto dei diritti umani, della Costituzione italiana e del diritto internazionale».

Anche in assenza dei dati completi, che opinione ha della politica estera italiana?
«Negli ultimi anni si è deciso di non prendere mai posizione e di essere subalterni sempre e costantemente alle decisioni di Trump e di Netanyahu, due governi criminali che mettono a rischio l’intero pianeta per via delle loro scelte scellerate. L’Italia ha perso quel ruolo di negoziatore che poteva avere con tutti. Ma penso sia ancora più grave scegliere di non far sapere ai propri cittadini come l’Italia ha deciso che con alcuni Paesi non ci dovevano essere restrizioni, sanzioni o limitazioni agli scambi commerciali di materiale bellico».

Queste informazioni, limitatamente ai transiti dal porto di Ravenna, si potranno sapere in base all’esito dell’udienza dell’8 ottobre del Consiglio di Stato che dovrà decidere se l’ufficio Dogane di Ravenna dovrà rendere noti i dati del Candiano richiesti da una giornalista-attivista e da un avvocato. Come mai il Comune non si è costituito ad adiuvandum, cioè a sostegno dei cittadini che hanno fatto ricorso, nel procedimento?
«Credo che la costituzione dei cittadini sia legittima, ma il Comune non si costituisce accanto ai cittadini contro un altro ente perché al Comune non spetta un ruolo giudiziario, ma un ruolo politico e infatti insieme alla Regione abbiamo inviato una lettera alla direzione nazionale delle Dogane per chiedere che anche l’ufficio di Ravenna fornisca i dati così come ha fatto quello di Livorno».

È passato più di un mese da quella lettera alle Dogane. Avete ricevuto risposte?
«Non ancora. E questo mi spinge ancora di più a portare avanti il canale istituzionale dell’Anci con altri sindaci italiani».

Come si spiega la differenza fra Livorno e Ravenna?
«È una disparità che non ha senso, le Dogane dipendono dal ministero dell’Economia, non sarebbe corretto pensare che siano valutazioni dei singoli lavoratori dei singoli uffici. Anzi, colgo l’occasione per ringraziare il personale delle Dogane di Ravenna che sta svolgendo un lavoro egregio sul nostro scalo, a partire dalla gestione delle crociere».

Condividi

Riviste Reclam

Vedi tutte le riviste ->

Chiudi