Alla scoperta di un “nuovo” Ottocento: Mazzocca e il secolo da non dare per scontato

Parla il curatore della mostra ai Musei di San Domenico di Forlì: «Un’arte che può cambiare la nostra concezione stereotipata per confrontarsi con i grandi temi universali»

Fernando Mazzocca

Fernando Mazzocca

C’era davvero bisogno di un’altra mostra sull’Ottocento? Il secolo del realismo, del divisionismo, degli Impressionisti, dei Macchiaioli, del simbolismo, dei poeti maledetti a mollo nell’assenzio, dei covoni infiammati al tramonto e delle falesie tinte d’azzurro? Secondo i curatori Fernando Mazzocca e Francesco Leone assolutamente sì: ai forlivesi Musei di San Domenico, dal 9 febbraio al 16 giugno ci sarà infatti “Ottocento. L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini”, una mostra che si è data l’ambizioso obiettivo di restituire una visione esaustiva dell’Ottocento italiano, dopo un florilegio di proposte (a volte, diciamolo, piuttosto ruffiane) che si sono succedute in anni e luoghi diversi, pescando a mani basse da argomenti, filoni o autori facilmente “vendibili”.

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Benedetta dal coordinamento scientifico di Antonio Paolucci, questa retrospettiva si propone invece di scandagliare in modo esaustivo e coerente l’Ottocento italiano, mettendone in luce le interconnessioni con quel che c’era prima e quel che sarebbe venuto dopo, perseguendo quel felice equilibrio tra rigore scientifico ed efficacia divulgativa cui Forlì ci ha abituato in quattordici anni di intensa attività. A Fernando Mazzocca, docente universitario perfezionato alla Normale di Pisa e grande conoscitore del “lungo XIX”, già coinvolto in importanti e rigorosi progetti su Hayez e Canova, abbiamo chiesto perché questa mostra sia assolutamente da vedere.

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Angelotommasi

Angiolo Tommasi, “Emigranti”

Dopo aver scandagliato approfonditamente il Novecento nel corso delle ultime stagioni espositive, Forlì ora indaga i sessant’anni dall’Unità d’Italia alla Prima Guerra Mondiale…
«Rispetto al privilegio delle avanguardie e alle correnti sperimentali in genere, che sono fenomeni di rottura rispetto a quanto c’era prima, qui si è scelto di adottare una visuale più ampia: l’oggetto di indagine è l’arte condivisa da tutti in grado di superare i regionalismi, un linguaggio nazionale – anche una tradizione inventata – in cui tutti si possano riconoscere. Vale per la pittura di soggetto storico – il “genere nobile” – la pittura del Risorgimento che ha celebrato le battaglie dell’Unità. E vale anche per la pittura sociale che cerca di capire le difficoltà di un’Italia economicamente molto divisa e piena di disparità: è un’arte che fa riflettere gli italiani sulla loro storia e sulla loro attualità».
A proposito di tradizione e di presente, di questo secolo di grandi cambiamenti, cosa vedremo rappresentato in mostra di antico e cosa di moderno?
«Da una parte il paesaggio e il tema di un’Italia “incontaminata” e dall’altra parte la vita “moderna” nelle città della Belle Époque. L’Italia è una terra particolare rispetto alle altre nazioni: ha conosciuto civiltà antichissime, penso alla Magna Grecia, agli Etruschi… Il peso della tradizione è quindi sempre molto forte, ma la sfida qui è tradurre tutto questo in senso moderno. Pensiamo a Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, che non è in mostra ma ben esemplifica: è realizzato con una tecnica nuova, ma l’impostazione è classica e ricorda la Scuola di Atene di Raffaello. Molto più che nel resto dell’Europa, in Italia anche l’artista più innovatore deve fare i conti con il passato».

Francesco Hayez 017

Il Tempio di Gerusalemme di Francesco Hayez

Rispetto agli autori e ai temi selezionati, se le chiedessimo di raccontarci il profondo lato oscuro di questo Ottocento?
«Sicuramente partirei da Il tempio di Gerusalemme di Francesco Hayez, un’opera del 1867 che parla della diaspora del popolo ebraico sotto l’imperatore Tito: nel quadro sono rappresentate in modo estremamente visionario duecento figure, un popolo annientato, massacrato. Poi l’emiliano Giovanni Muzzioli che rappresenta l’Impero romano, ma non quello celebrato e trionfale dell’Età di Augusto, bensì l’atrocità e la decadenza che contraddistinsero il governo di Nerone. Così come il ferrarese Gaetano Previati sceglie di dipingere Cesare Borgia a Capua (Il Valentino) – e non Lorenzo il Magnifico – un’opera onirica e drammatica che raffigura il Borgia mentre rapisce le donne per violentarle insieme ai suoi soldati, un episodio atroce tradotto in un quadro enorme realizzato nel 1880 con uno stile che anticipa il Divisionismo. Riscuote molto successo e impressiona fortemente Giuseppe Verdi, probabilmente anche per lo spessore “musicale” del suo colore, di cui ritroviamo un pendant nei melodrammi verdiani».
Insomma, usciremo dal San Domenico con un’idea diversa di Ottocento?
«Sicuramente vedremo rappresentati anche i fatti meno noti e nobili della storia: in molti c’è un approccio allo scandaglio della psiche che anticipa gli studi di Sigmund Freud, un’arte che può cambiare la nostra concezione stereotipata, superando l’ideale piccolo borghese per confrontarsi con i grandi problemi universali. A Forlì si è sempre cercato di coniugare rigore scientifico e attenzione nel trasmettere contenuti, con la finalità di far crescere il pubblico. A volte le cose note sono più rassicuranti, ma non va sottovalutato il desiderio di novità: mostrare quel che non si è ancora scoperto è una scommessa vincente».

Ottocento. L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini – Musei San Domenico – Piazza Guido da Montefeltro, Forlì – dal 9 febbraio al 16 giugno 2019
Orari: Da martedì a venerdì ore 9.30 – 19.00; sabato, domenica e festivi 9.30 – 20.00
La biglietteria chiude un’ora prima. Lunedì chiuso. 22 e 29 aprile apertura straordinaria

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