Le musiche visuali di Lelli e Masotti

Un mostra e una videoinstallazione al Museo d’Arte della Città nell’ambito del Ravenna Festival

Juan Hidalgo,Spazio Fiorucci Milano

Esiste nella storia dell’arte un antico dilemma che ha coinvolto generazioni di artisti nel tentativo di superare la fissità dell’immagine, la sua struttura di oggetto-quadro, oggetto-scultura o immagine, per tradurre il tempo e il movimento. Fino all’invenzione della tecnica cinematografica è stata una sfida quasi continua, talvolta con esiti interessanti. Il problema non vede una risposta determinata soprattutto per quanti – non utilizzando video o pellicola – utilizzano tecniche come la fotografia che, pur possedendo una storia di forte sperimentazione, vede il proprio esito artistico in un oggetto statico. La tensione fra la fluidità del tempo-movimento e il fermo immagine è addirittura potenziata se i soggetti delle fotografie si riferiscono ad un mondo particolare, quello musicale o teatrale, dove i protagonisti risultano i corpi, le voci e gli strumenti. Le arti performative hanno una dimensione temporale preponderante e il movimento è un fattore necessario. Anche in una pausa fra una pièce e l’altra o al buio di un fine spettacolo, lo statuto dei corpi sottintende il tempo/movimento anche solo nella semplice presenza sul palcoscenico.

74435Lelli e Masotti – la sigla che unisce professionalmente due fotografi ravennati, rispettivamente Silvia e Roberto – hanno fatto di questo tema uno dei centri tematici del proprio lavoro fin dal 1974, da quando a Milano hanno iniziato la loro attività dedicandosi all’ambito delle arti performative, in particolare alla musica. Da allora il loro archivio ha accumulato una quantità di scatti inimmaginabile che illustra la storia della musica e del teatro in Italia e in Europa. La collaborazione con molte case discografiche e riviste, con la Scala di Milano, il Teatro dell’Opera di Roma, il Festival di Salisburgo e il Ravenna Festival fra le altre, o il lavoro realizzato a seguito di grandi artisti – musicisti, direttori d’orchestra, compositori, cantanti e danzatori di calibro internazionale – sono una testimonianza storica e una sintesi della loro indagine del rapporto fra immagine e perfomance. Non è un caso che Lelli e Masotti da diversi anni abbiano aggiunto alla produzione fotografica quella audio-video, ricercando un linguaggio che corrisponda in un modo aggiuntivo e non sostituitvo a quel movimento fuggevole che si incarna in scena.

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Nell’ambito della nuova edizione di Ravenna Festival col quale i due fotografi collaborano da tempo, una selezione di questa ricerca che ha superato la soglia di 40 anni è allestita dal 19 maggio al Mar (e fino all’11 luglio), insieme a una esposizione che ha tutt’altro tema ed è a firma di Silvia Lelli.

7813La prima mostra dal titolo Musiche – è una raccolta diacronica che pur presentando scatti databili fra gli anni ‘70 e oggi non ha un’intenzione documentaristica ma concentra l’attenzione sul diaframma fra immagine e fluidità dell’azione performativa. Il titolo al plurale è sintomatico di un desiderio di mescolare generi e tempi, occasioni e palcoscenici, cercando di evidenziare il mezzo in cui la fotografia può evadere dalla sua fissità oggettuale. La storia critica ha già osservato come per le opere artistiche l’unica strada percorribile per superare il proprio status sia l’acme espressivo, il momento in cui lo spettatore rivive l’emozione rappresentata, recuperando la sua dimensione temporale. Quei corpi raffigurati parlano, raccontano, permettendo di rivivere quasi in presenza l’intensità gestuale del maestro Sinopoli mentre prova con l’orchestra della Fenice o quella intimamente drammatica di Bernstein a Milano. I visi e le espressioni coinvolgono in modo da riattualizzare il clima complice fra Keith Jarrett e Jan Garbarek mentre suonano a Zurigo o fra Bobby McFerrin e Sandro Laffranchini in un concerto alla Scala. Che siano le reazioni del pubblico, le esibizioni funamboliche di un pianista o il rapimento di un musicista sul palco, la via emozionale è il ponte che unisce la realtà della scena a quella dello spettatore. E poiché la sequenza espressiva non è in grado di restituire il suono, a chiusura del percorso Lelli e Masotti hanno realizzato un video che rivisita le fotografie in mostra, aggiungendone altre sempre varie e diverse, e restituisce il suono delle musiche – dalla classica al jazz, dall’opera alle improvvisazioni – grazie al missaggio di Massimo Falascone e al montaggio di Gianluca Lo Presti.

L’assenza del suono è il limite da superare anche nel secondo progetto presentato al Mar a cura di Silvia Lelli: Vuoto con memoria è una videoinstallazione realizzata su un tema apparentemente liminare al mondo della musica come Palazzo San Giacomo a Russi. Impariamo dall’autrice che la scoperta dell’antica residenza seicentesca della famiglia Rasponi è avvenuta circa 4-5 anni fa, quando l’aia retrostante venne utilizzata (come avviene tuttora) per uno dei concerti estivi di Ravenna Festival. Il Palazzo, utilizzato come camerini dai musicisti, si è presentato allora come uno spazio affascinante per le infilate di stanze a canocchiale, la ricchezza dei cicli decorativi e il gioco di ombre, i rimandi fra passato e presente, fra interno ed esterno.
Il video realizzato nell’edificio passa da scatti fotografici a brevi girati con estrema fluidità grazie alla versatilità della tecnica di ripresa, in modo da rendere percettibilmente l’andamento esplorativo dell’occhio, le soste, il suo divagare e perdersi negli spazi. La proiezione su uno schermo di 5 metri diventa avvolgente, immersiva.
Lo slittamento di senso fra lo spazio pieno del passato e l’attuale vuoto, fra il tempo della memoria e quello presente testimoniato dalle voci e dai rumori esterni, sospende l’edificio in un Limbo: il Palazzo si presenta un contenitore spoglio, un non-luogo labente del tutto in disuso ma contemporaneamente, ogni segno architettonico o decorativo racconta di una dimensione passata, ricca di vita. Similmente, a corollario di questa esperienza sensoriale lo spettatore viene avvolto dai suoni registrati in situ, dai versi degli uccelli al passaggio del treno o di un elicottero, integrati nell’architettura sonora appositamente concepita da Luigi Ceccarelli e in larga parte basata su variazioni alla chitarra elettrica prodotte da Alessandra Novaga.
La percezione rompe il silenzio del passato come quello presente – lo separa dalle voci che vivevano e che possono essere solo immaginate – grazie ad una metafora visivo-musicale in cui le improvvisazioni, i suoni a volte metallici, ricreano un clima di sospensione, una sorta di unione fra due dimensioni ineluttabilmente distanti.

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