I bio-docu su Mapplethorpe, Peggy, Lynch

Il meglio della quindicesima edizione di “Non morire di televisione”

Due appuntamenti storici a Ravenna per il mese di marzo: la 15ma edizione della rassegna Per non morire di televisione, dal 10 al 18 marzo, dedicata al documentario d’autore; e la 18ma edizione del Festival Corti da Sogni, dal 22 al 25 marzo.
I cortometraggi sono da sempre territorio di novità, opere di giovani autori non ancora celebri, ma tra i quali incontreremo i registi futuri.

Per quanto riguarda invece i documentari che saranno proiettati all’interno di “Per non morire di televisione”, potrete vederne alcuni tra i migliori della stagione, in due filoni tematici che intrecciano arte e sessualità.

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Un frame del documentario su Robert Mapplethorpe

Iniziamo col bio-docu Mapplethorpe: Look at the Pictures, sulla vita e la carriera del grande fotografo americano Robert Mapplethorpe. Apertamente gay, Mapplethorpe ha dedicato la sua vita a esporre il sesso maschile, la nudità e il fetish come nuova forma d’arte, in un’esplorazione del corpo maschile e della sua sessualità nelle sue infinite possibilità di essere arte: tra uomini nudi, primi piani di erezioni, volti sensuali, si dipana un’opera controversa in vita e anche adesso, a 27 anni dalla morte di Mapplethorpe, che nulla ha perso della sua carica provocatoria e sovversiva. Un film che attraversa la vita artistica e personale di Mapplethorpe recuperando molto materiale raro o inedito, tra cui numerose interviste.

Un frame dal documentario su Peggy Gugghenheim

Un altro film dedicato all’arte sarà Peggy Gugghenheim: Art Addict, biografia della celebre mecenate e collezionista d’arte diventata icona dell’arte del XX secolo, donna anticonformista e “scandalosa”, dalla vita selvaggia e iconoclasta. Dalla morte del padre Solomon nella tragedia del Titanic, al suo trasferimento nella Parigi degli anni ’20  dove conobbe tutti i pittori e gli scrittori d’avanguardia, tra i quali Samuel Beckett, Max Ernst, Jackson Pollock, Marcel Duchamp; e poi a Londra, dove aprì la sua prima galleria, dedicandosi principalmente all’arte astratta e al surrealismo; e a Venezia, dove stabilì la sua casa museo sul Canal Grande; un film che racconta l’arte di un intero secolo attraverso lo sguardo e le azioni di una donna che, come racconta lei stessa: «Ho sempre fatto quello che ho voluto. Sono stata una donna libera ben prima che inventassero il termine emancipazione».

E poi il nuovo documentario David Lynch: the Art Life, un intimo e personale viaggio nel tempo nel quale il regista americano racconta gli anni della sua formazione artistica, fino a diventare uno dei più enigmatici e amati autori del cinema contemporaneo. Originale miscela di immagini, musica ed estratti dai suoi primi film, il documentario illumina gli oscuri meandri del mondo psichico di Lynch, ne scopre le paure e le contraddizioni, la genesi dei suoi affreschi visionari figli di una creatività che, come dice lo stesso Lynch: «Ogni volta che creiamo qualcosa, un dipinto così come un film, si parte sempre con tante idee, ma è quasi sempre il nostro passato che le reinventa e le trasforma. Anche se si tratta di nuove idee, il nostro passato le influenza inevitabilmente».
E infine potrete vedere l’ultimo documentario dell’italo-svedese Erik Gandini, già autore nel 2009 del formidabile Videocracy, che ha ora realizzato un film altrettanto potente e simbolico: La teoria svedese dell’amore. Tutto parte nel 1972, quando in Svezia esce il manifesto politico sulla Famiglia del Futuro. In un sistema di welfare avanzato e di ricerca di autonomia e indipendenza per le persone, si afferma l’idea sociale e politica che ogni relazione umana autentica deve basarsi  sulla indipendenza dei singoli: le mogli dai mariti, i figli dai genitori, gli anziani dai giovani. Ma c’è un rovescio della medaglia, perché il Dna del popolo svedese è più forte di ogni buona intenzione. L’eccesso di indipendenza azzera i contatti e le interazioni sociali e comunitarie, e circa metà della popolazione svedese vive sola: donne single che si affidano alla banca sperma più grande del pianeta per diventare madri; persone che muoiono in solitudine o che si suicidano senza che nessuno se ne accorga addirittura per anni; esistenze che vogliono essere autonome, ma al costo di una separazione radicale con gli altri esseri umani. La parabola di un’indipendenza sicura, protetta e garantita che si è paradossalmente estremizzata in atomismo sociale. Un vasto ritratto della solitudine, un manifesto esistenziale nel quale alla fine compare anche Zygmunt Bauman, per dirci che eliminare i problemi non significa automaticamente creare la felicità, ma al contrario rischia di cadere nella noia più assoluta. E per questo diventa fondamentale affrontare la vita come quel chirurgo svedese che si è trasferito in Etiopia in un ospedale con pochissimi mezzi, al limite dell’artigianeria: perché salvare esseri umani è vivere in una società dove non si è mai soli.

*Albert Bucci (Ravenna, 1968) è direttore artistico del Soundscreen Film Festival e consulente alla selezione del Ravenna Nightmare. È stato docente di Sceneggiatura presso l’Università Iulm di Milano, e produttore esecutivo di spot pubblicitari. In una vita parallela, possiede anche una laurea in Fisica Teorica. (Il suo vero nome è Alberto, ma in effetti è meglio noto come Albert).

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