Il Dante “senza maiuscole” nel nuovo libro di Marco Martinelli

Il lavoro del fondatore del Teatro delle Albe sulla storia dell’Alighieri, intrecciata a quella del padre

Dante

La copertina del libro di Marco Martinelli su Dante

È un libro che vuole togliere le maiuscole al più grande dei poeti, a Dante Alighieri, per restituircelo in una versione umana che nulla toglie alla sua grandezza di poeta, anzi.

Il libro di Marco Martinelli, Nel nome di Dante (edito da Ponte alle Grazie), è un viaggio su un doppio binario che a tratti si sovrappone: c’è la storia di suo padre Vincenzo, c’è la storia di Dante. A scriverla è appunto uno dei fondatori del Teatro delle Albe, quel Martinelli che si racconta autodidatta del teatro e che nella sua pluridecennale carriera, al fianco di Ermanna Montanari, ha vinto premi e ha portato il suo lavoro in tutto il mondo, ha scritto e diretto spettacoli che hanno segnato la scena nazionale e ha inventato quel prodigioso strumento di conoscenza per gli adolescenti che è la non-scuola. E del resto l’educazione, la trasmissione del sapere è evidentemente anche al centro di questo libro, della sua lettura di Dante, del racconto di suo padre, guida e “insegnante” sui generis che Martinelli ricorda con amore e stima e che non possiamo fare a meno di ammirare e anche un po’ invidiare (chi non vorrebbe un padre così? Soprattutto, chi non vorrebbe essere un genitore così?). Del resto, lo dice esplicitamente Martinelli, i lettori a cui spera di rivolgersi sono i giovani, sono proprio quei ragazzi della non-scuola, in un’età di passaggio, che qui possono trovare sicuramente un Dante più vivo, più umano di quello che spesso si apprende sui banchi di scuola.

In poco più di cento pagine, con quel linguaggio accurato ma diretto e mai altisonante che abbiamo trovato anche in Aristofane a Scampia (sempre edito da Ponte alle Grazie), Martinelli riesce così a intrecciare più piani. Il primo è appunto quello biografico del Sommo Poeta bambino, ragazzino e poi giovane uomo e infine politico. La sua ascesa e il dolore di quell’esilio, di quel fallimento, di quella selva oscura in cui si è trovato. Spogliato appunto dei grandi titoli.

Poi c’è la lettura poetica della Divina Commedia, vista come una grande opera teatrale con cinquecento personaggi in scena. Breve, accennata, facile, immediata, perché qui non ci sono parafrasi, esegesi, qui si cerca l’essenza dell’uomo e della poesia, di quell’opera universale che parla dell’everyman che dopo sette secoli è letta e studiata (ora con Martinelli e Montanari anche rappresentata) in tutto il mondo (breve, ma molto efficace, a questo proposito anche il riferimento alla fortuna dell’opera di Dante nei secoli). L’Inferno come viaggio fra le atrocità di cui può essere capace l’uomo, il Purgatorio come “scuola” e purificazione e “ricominciare”, dove guarda caso Dante pone il maggior di numero di artisti, e infine quel Paradiso da rivalutare, da riscoprire per eliminare quel velo posato da tanta critica che l’ha bollato come “noioso”.

E poi c’è il piano autobiografico e personale, la storia del padre Vincenzo, che svegliava il figlio la mattina con un racconto, “dolce padre” come Virgilio per Dante, deluso e perdente nella vita politica (da funzionario della Dc) come il Dante esule, capace di ricominciare e rimettersi in gioco attraverso la cultura (e qui scopriamo per esempio come nacque la Capit a Ravenna).

E poi c’è il gusto della narrazione puro, nel capitolo sulle ossa di Dante che Martinelli ci racconta così come amava raccontarglielo il padre, con un tocco di humor dissacrante.

Un libro che rappresenta un pezzetto importante anche se autonomo del lavoro sulla Commedia che Martinelli sta realizzando partendo da Ravenna ma guardando al mondo, una messa in scena corale della Commedia che diventa teatro, che coinvolge centinaia di cittadini, che restituisce in primis alla città che accolse il Poeta e lo onorò riconoscendone, tramite Guido Novello, forse per prima la sua immensa grandezza.

Un’operazione che è molto più di un omaggio, è la capacità di rendere accessibile e popolare quel poeta che scelse la lingua popolare del tempo per costruire la sua opera attraverso la rilettura di un uomo di teatro che, per una fortuna del caso, non restò a Reggio Emilia, non finì a Caserta, ma arrivò da bambino a Ravenna e qui ha costruito un’esperienza teatrale che, comunque la si pensi, ha cambiato il volto di questa città e ha influenzato generazioni di spettatori prendendoli per mano fin da giovani.

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