Il Ponte Vecchio, ricerca filologica per un’identità romagnola che guarda all’altro

Due riviste specialistiche, dodici collane, duemilacinquecento titoli in catalogo (dove la parte del leone la fanno Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, ma non solo) sono i numeri della realtà cesenate nata l’1 aprile del 1992

Roberto Marzio Graziani Il Ponte Vecchio

Roberto e Marzio Graziani de Il Ponte Vecchio

Sembra un pesce d’aprile, invece non lo è: il 1 aprile del 1992 nasceva la casa editrice cesanate Il Ponte Vecchio. Anche la scelta della data racconta un po’ di loro, della adesione alla beffa, all’ironia come forma di sopportazione della miseria dell’umanità.

Questa disponibilità al gioco dei contrari, al capovolgimento scaramantico, si vede anche nel nome: nati vecchi… Certo, il nome, come ci conferma anche Marzio Casalini, è collegato a un aspetto semplicemente territoriale. La sede della casa editrice non dista molto dal Ponte Vecchio sul Savio, quello con i tre archi, più volte distrutto e riedificato, che è diventato vecchio di fatto con l’arrivo della modernità. Sicuramente sono questi aspetti mobili del significato della parola vecchio che interessano agli editori cesenati, come conferma sempre Casalini: «la semantica della vecchiezza ha in sé almeno un doppio registro, tra decrepitezza e saggezza, tra precarietà e lunga durata». E la durata ha premiato la coraggiosa famiglia che negli anni ’90, quando qualcosa stava irrimediabilmente cambiando nel mondo dell’editoria e della stampa, ha deciso di dedicarsi alla nobile arte del produrre libri.

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Un catalogo di oltre 2.500 titoli, due riviste specialistiche (Confini e Romagna arte e storia), rendono sicuramente questo marchio come uno dei più importanti nell’ambito della bibliografia romagnola che riflette sulla Romagna. Che questa è la vera dedizione de Il Ponte Vecchio, che di questi tempi ci tiene a precisare la propria posizione nell’ambito della guerra identitaria: «La provincia esprime valori che vanno individuati, incoraggiati, sollecitati: una dimensione che, lungi dall’essere chiusura provincialistica, è scoperta e valorizzazione dell’identità e rapporto consapevole con le altrui identità: sempreché dalla provincia l’occhio sia fisso su più larghi orizzonti, disponibile a un dialogo sempre aperto: i confini – come poi avremmo intitolato una nostra rivista – sono insieme chiusura e apertura: indicano un limite e insieme il suo superamento: ci garantiscono l’identità, ma perché sia spesa nel rapporto con l’altro, in reciproco arricchimento». Un programma di ricerca, una posizione anche intellettuale, che ci ricorda come l’approccio etno-antropologico, di riscoperta delle tradizioni popolari intese non come strumento di propaganda o tentativo di predominio di una cultura sull’altra, ha avuto da sempre una tensione ambivalente. Da una parte appunto chi ne ha fatto il predominio di un Volk, un popolo, su un altro. Un feticismo che portava all’idolatria, all’idea di una cultura migliore dell’altra. Parallelamente un ampio spazio è stato invece occupato da chi intendeva dare la voce a chi voce per millenni non aveva avuto, dare alla cultura popolare quello statuto culturale che le era stato da sempre negato, in una visione però di esperienza viva, in dialogo con le altre culture innanzitutto. C’è quindi anche una metafora neanche tanto sottesa in quel ponte che unisce, che crea incontro, diversamente dai muri culturali che spesso servono agli impauriti.

Ecco, quindi, un catalogo parlante, che mappa un’ampia gamma di sensibilità, metodologie, codici. La parte del leone la fanno ovviamente Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, i libri sull’enogastronomia di Graziano Pozzetto, ma anche i testi di Gian Ruggero Manzoni, come il fortunato Briganti, saracca e archibugio, dedicato alla storia del brigantaggio romagnolo nell’Ottocento. Ma anche Caterina Sforza. Leonessa di Romagna di Marco Viroli e Il pataca. Un eroe romagnolo di Aristarco, con disegni del bravissimo Ugo Bertotti, sono sicuramente nello zoccolo duro delle vendite del variegato catalogo composto da dodici collane, spesso dai nomi latini che rievocano sicuramente una Romagna pascoliana.

C’è spesso molta ironia, come nel long seller Il pataca, irriverente autoritratto di una romagnolità esibizionista, senza veli… ricordiamoci che sul litorale riminese viene anche eletto il sire dei pataca, dall’apr (Associazione pataca romagnoli), non so se qualcuno vuole essere membro onorario… «t’ci ste un gran pataca», non è poi veramente un insulto. Capiamo che c’è del tenero, che si riconosce la piccolezza e la fragilità dell’altro. Ma c’è anche ricerca filologica e storica vera, come nella collana Storie, di cui vorrei segnalare Ravenna fascista di Alessandro Luparini e Militari ebrei in Romagna di Gagliardo. Quest’ultimo ci ricorda ancora una volta, occupandosi del periodo antecedente al 1938, che l’appartenenza alla fede o semplicemente a famiglia ebraica non determinava le scelte di vita o politiche dei singoli, che erano reazionari, progressisti, pro regime oppure no, a prescindere appunto dalla propria “ebraicità”, come tutti gli italiani.

E come si diventa autori per Il ponte vecchio? Diciamo metodi classici: i testi proposti vengono valutati da una commissione e in caso di approvazione editati, oppure sono progettati e affidati direttamente a persone di fiducia, soprattutto nel caso dei saggi. Chiaro che la linea editoriale bisogna conoscerla… Ad esempio, non confondere il simpaticissimo e un po’ misterioso Aristarco de Il pataca, con il critico cinematografico Guido Aristarco, fondatore del Cinema Nuovo…

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