Nevio Spadoni, tra poesia e teatro in dialetto romagnolo

Parla l’autore ravennate, invitato lo scorso settembre al Festival della Letteratura di Mantova

Nevio Spadoni

Il poeta ravennate Nevio Spadoni è stato invitato all’edizione 2018 del Festival della Letteratura di Mantova dove a inizio settembre è stato rappresentato il suo lavoro teatrale E’ bal con Roberto Magnani e Simone Marzocchi del Teatro delle Albe di Ravenna.

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Un bel riconoscimento che premia anche il suo impegno di scrittura teatrale ormai pluridecennale…
«Sì, tutto è iniziato grazie all’amicizia con Ermanna Montanari con cui ho origini comuni visto che lei è di San Pietro in Campiano e io di San Pietro in Vincoli. Proprio lei, dopo aver letto alcuni miei lavori, mi ha spinto a scrivere per il teatro e a cominciare questa forma di contaminazione che prevede inevitabilmente anche un lavoro in società».
Tutto è iniziato con Lus nel 1995, anno in cui l’opera è stata messa in scena al Teatro Rasi. Un bel successo a cui poi ne sono seguiti altri…
«Sì, il monologo è stato poi presentato in diverse città italiane e in alcuni paesi europei e anche negli Stati Uniti. Nel 1999 è stato tradotto in inglese da Teresa Picarazzi. Da lì è poi seguito il monologo La Pérsa, andato in scena con la regia di Marco Martinelli, che qualche anno dopo è stato riproposto da Daniela Piccari nell’ambito del Ravenna Festival. Nel 2000 alla Biennale di Venezia ha debuttato L’isola di Alcina, sempre con Ermanna che ha vinto per quella interpretazione il Premio Ubu. Ho lavorato poi con Elena Bucci che alla basilica di San Vitale ha interpretato il mio Galla Placidia per il Ravenna festival 2003 e anche con Chiara Muti, in scena con Francesca da Rimini sempre per il festival l’anno successivo. E nel 2005 Muti e Bucci sono state protagoniste del mio Lord Byron e Teresa Guiccioli: un amore».
Un poeta come lei, abituato a scrivere in lingua e in dialetto, come è approdato al teatro?
«Mi piace ripetere le parole del più grande regista polacco del Novecento Tadeusz Kantor, secondo cui al teatro ci si arriva con altre esperienze. Lui attraverso la pittura, io con la poesia».
A partire da quella in dialetto, la sua prima lingua?
«Sì, come è normale che fosse per un figlio di mezzadri. L’italiano l’ho imparato a scuola. Nella mia famiglia, abbiamo pensato, parlato, sognato e giocato in dialetto».
La passione per la poesia, come è maturata?
«Già a 15 anni scrivevo, prediligendo il dialetto appunto, per la sua maggiore autenticità. Ho fatto leggere qualcosa al medico condotto del paese Gioachino Strocchi, che si era trovato in un campo di concentramento insieme a Tonino Guerra in Germania. Lui mi ha dato buoni consigli. Poi, dopo l’università, è nato il confronto con poeti affermati ed è arrivato l’incoraggiamento di tanti amici fra cui Giovanni Nadiani, Giuseppe Bellosi e Tolmino Baldassari».
Cosa significa far parte della nuova generazione di poeti romagnoli?
«Rifiutare anzitutto di essere “incasellati” attraverso i più noti luoghi comuni della Romagna, ma anche aprirsi alla contaminazione della modernità. Per esempio, nel monologo Lus, per cui Emilia Romagna Teatro ha prodotto un nuovo allestimento nel 2015, ho “incastonato” alcune poesie nei testi teatrali».
Come valuta oggi lo stato del dialetto romagnolo in una società sempre più multietnica?
«Abito a Ravenna nel borgo San Rocco, dove ormai sento parlare tutte le lingue del mondo… Temo che il dialetto, massima espressione dell’oralità, farà la stessa fine del latino. Devo dire però, e questo mi fa ben sperare, che c’è un grande interesse da parte dei giovani che mi ascoltano sempre molto attenti durante le mie incursioni nelle scuole superiori. Ero scettico al riguardo, invece ho trovato gli studenti curiosi. Certo, pochi di loro lo sanno parlare anche fra chi viene dalle campagne, al massimo riescono a capirlo…».
Come mai si sta perdendo il nostro dialetto, mentre in regioni come il Veneto o nel Sud è ancora parlato? «Credo sia questione di usi, costumi e tradizioni. Il nostro dialetto ha una grande forza ed energia, come diceva il grande Raffaele Baldini: “Possiamo parlare con Dio, ma non di Dio”. Per dire che si presta a parlare di tutto perché è una lingua diretta e immediata, meno di grandi questioni filosofiche… Probabilmente è stato abbandonato a causa di forti pregiudizi, perché si diceva che fosse la lingua dei poveri e degli ignoranti. Invece i più grandi poeti romagnoli hanno scritto in dialetto… Non è la lingua, ma come la si usa…».
Prossimi impegni?
«Siccome mi avvicino ai settant’anni, sto lavorando a un progetto che mi sta molto a cuore: dopo Poesie (1985-2017), edita da Il Ponte Vecchio, vorrei realizzare una raccolta analoga di tutti i lavori teatrali, visto che i singoli volumi sono esauriti da tempo. Uscirà nel 2019».

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