Eraldo Baldini e il nuovo romanzo: «Ancora a Lancimago, per raccontare la peste»

L’autore parla de “La palude dei fuochi erranti”, ambientato in un’abbazia del 1630

CopertinaDopo tre anni dall’ultimo romanzo, finalmente Eraldo Baldini torna in libreria con La palude dei fuochi erranti, pubblicato da Rizzoli. Si tratta di una storia molto nelle sue corde per ambientazioni e atmosfere, si torna infatti a Lancimago, nella zona nord di Ravenna, in mezzo a paludi e acquitrini. Siamo nel 1630, in un’abbazia, la peste sta mietendo vittime nel nord Italia ed è arrivata fino a Imola. Qui arriva un delegato del commissario apostolico per tentare di fermare l’avanzata della malattia, mentre misteriosi scheletri emergono da una fossa comune. Da questo punto in poi (circa il primo capitolo) diventa poi difficile raccontare la trama del romanzo che mescola giallo, mistero e anche azione, senza rischiare di rovinare il piacere della lettura.

Possiamo dire che chi conosce Baldini da tempo vi troverà molti suoi topoi, ma in una trama riccamente intrecciata e con personaggi molto intriganti, che è difficile dividere chiaramente tra buoni e cattivi. E allora, tralasciando la trama, abbiamo provato a capire da lui qualcosa di più sulla genesi di questo nuovo romanzo.

Eraldo Baldini

Innanzitutto, Eraldo, sono passati tre anni dal tuo ultimo Stirpe Selvaggia. Cosa hai fatto per tutto questo tempo?
«Ho soprattutto scritto saggi, sono tornato con più intensità di prima alla ricerca e allo studio storico e antropologico della Romagna con cui sono partito e che continua ad appassionarmi, sto cercando di portare a termine le ricerche sviluppate nel corso degli anni. Anzi, non a caso, sempre per Il Ponte Vecchio è appena uscito un primo libro sulla storia dei terremoti in questo territorio che copre il periodo dall’antichità alla fine del settecento, a cui seguirà un secondo volume. Del resto, lavoro sempre su due tavoli a seconda anche dell’ispirazione».

Tra i tanti saggi pubblicati ultimamente c’è Il fango, la fame e la peste. Nasce forse da lì lo spunto per questo libro?
«Probabilmente sì, per quel saggio mi sono trovato come sempre a consultare molti documenti di prima mano e sono stato sollecitato ad ambientare un romanzo nell’anno dell’ultima grande pestilenza, quella di manzoniana memoria, mantenendo l’ambientazione che preferisco, nel nostro territorio, in una comunità marginale nel nord del Ravennate, tra le estese paludi di quella zona».

C’è quindi una parte documentata storicamente. Ma come nasce, in particolare, la figura del protagonista Diotallevi?
«Nelle mie ricerche mi sono appunto imbattuto nella figura del commissario apostolico Gaspare Mattei che operava a Faenza e stabilì i cordoni sanitari per evitare che la peste si diffondesse in Romagna. Una figura che viene descritta efficientissima e implacabile, si dice che girasse con una forca portatile per punire chiunque trasgredisse, chiunque anche solo con un piede superasse le righe e i confini che tracciava. Un personaggio per certi versi spietato, ma dietro quell’apparente crudeltà c’era la ricerca di un’efficacia».

All’inizio del libro la peste è arrivata a Imola…
«Sì, sappiamo che arrivò a Imola e da Imola passò in Bassa Romagna. Ma gran parte della Romagna e tutte le città furono risparmiate dal flagello, probabilmente anche grazie alla drastiche misure del commissario apostolico…».

Dunque un Diotallevi è esistito veramente?
«Non volevo ricorrere a un personaggio realmente esistito, perché questo mi avrebbe imposto troppi vincoli. Allora ho immaginato un suo delegato con alcune di quelle caratteristiche di rigidità ed efficienza a cui ho cercato di dare una complessità interiore e figlia dell’epoca: Diotallevi ha una mente curiosa, ma è pur sempre un soldato della Chiesa della controriforma. E ha anche i suoi traumi personali».

Tra i filoni intrecciati del libro c’è anche una sorta di scontro a distanza tra fede e ragione. Come nasce il personaggio dello scienziato? Anch’esso peraltro ambiguo per tanti punti di vista…
«Lui è invece in anticipo sui tempi. Fa cose e ha intuizioni che apparterranno ad Alessandro Volta un secolo dopo. Ma chissà, magari qualcuno aveva iniziato anche prima di Volta? Del resto siamo nel secolo che precede la rivoluzione illuminista, un secolo intrigante. In generale, ho cercato di non essere manicheo, tutti i personaggi sono colpevoli e innocenti allo stesso tempo, in base al punto di vista, alla situazione a cui si trovano davanti, ai principi che li guidano».

Perché scegliere un’abbazia per l’ambientazione? Peraltro con più di un precedente…
«È vero, ma a differenza di altri casi, come naturalmente il più celebre, quello di Umberto Eco, a me interessava raccontare un conflitto più “materiale” delle disquisizioni dotte e teologiche».

In questa idea della minaccia esterna da cui proteggersi tracciando dei confini c’è qualcosa del mondo di oggi?
«Mah, per me la storia è nata dalla suggestione generale della peste come un’ombra che arriva e si profila su una comunità che peraltro non ha solo quel problema di sopravvivenza e di difficoltà. Quando l’ho iniziata non avevo un disegno chiaro di come sarebbe proseguita. Diciamo che è un po’ come un deserto dei tartari dove il nemico però arriva. Questo gravare di una minaccia che viene attesa è stimolante dal punto di vista narrativo. E dentro c’è tutto lo spaccato di un mondo preso tra difficoltà materiali, tensioni culturali, frustrazioni. È un affresco che ha riguardato i nostri progenitori in epoche di cui oggi ci sfugge molto».

A Lancimago, antico nome per San Michele, hai ambientato altri romanzi, di epoche successive. Stai forse costruendo la storia di un luogo inesistente ma così simile a quello che possiamo immaginare?
«Lancimago è una scelta fatta per gusto estetico e infatti la storia non è ambientata a San Michele, ma più a nord, dove si svolge, negli anni Trenta del Novecento, anche Mal’aria (e Quell’estate di sangue e di luna che ha luogo nel 1969, ndr). In effetti mi affascina l’idea di scattare una fotografia migrante nel tempo di un luogo».

Come in Mal’aria, e non solo, c’è anche l’estraneo che arriva nella comunità.
«Sì, ormai è un mio leit motiv, un vezzo da antropologo: solo un estraneo che non conosce il luogo si può trovare in una situazione di difficoltà e scontro rispetto a una comunità abituata a vivere secondo certe consuetudini da tempo».

E il personaggio sull’albero che subito ci fa pensare a Calvino?
«Mi piaceva l’idea che fosse salita sull’albero per sfuggire al “ballo diabolico”, a un’epidemia coreutica, un fatto tutt’altro che inventato che ha molti precedenti storici. Interi gruppi di persone ballavano fino a morirne, senza poter smettere. Che fenomeno era? Isteria collettiva? Intossicazioni alimentari? Nel medioevo e in età moderna, nelle piccole comunità chiuse, si sono registrati più casi di quanto non si pensi. L’ultimo del resto risale a fine Ottocento, in Friuli Venezia Giulia».

Dopo diciassette anni e tanti romanzi, sei passato da Einaudi a Rizzoli, che ripubblicherà anche L’uomo nero e la bicicletta blu.
«Sì, fa parte dell’accordo con il nuovo editore, si tratta di un libro da due anni introvabile e che invece è ancora richiesto. Lo scorso anno fu citato negli Invalsi somministrati a tutti i bambini delle quinte elementari d’Italia… Con Einaudi, si è interrotto un feeling. A volte nel rapporto editore-autore, dopo tanti anni, si rischia di dare tutto per scontato, quando non lo è. C’è bisogno dello stimolo di un nuovo inizio».

L’ultima domanda al Baldini lettore. Qual è l’ultima scoperta che ti ha appassionato?
«Sul comodino ho l’ultimo di Stephen King. In generale ho letto più saggistica, anche per ragioni di studio, e sono tanti i romanzi che ho iniziato senza finire. Forse dipende da me, ma forse anche dal fatto che non stiamo attraversando uno dei momenti migliori per la narrativa. Tra le scoperte recenti per me come lettore c’è stato sicuramente Kent Haruf, ma confesso di non essere aggiornatissimo».

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