Fabio Stassi: «Leggere ci rende umani, i libri mi hanno salvato la vita»

Lo scrittore e bibliotecario ospite a Ravenna e Lugo per raccontare il valore terapeutico dei libri

Stassi

Fabio Stassi, di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma dove è direttore della biblioteca di Studi Orientali della Sapienza. Scrive sui treni. Ha pubblicato numerosi romanzi, il più recente è Ogni coincidenza ha un’anima (Sellerio), in cui vediamo tornare Vincenzo Corso, protagonista già de La lettrice scomparsa. Vincenzo detto Vince, per vent’anni è stato prigioniero delle graduatorie della Scuola secondaria superiore, insegnamento delle materie letterarie e ora cura le persone, non con medicine o psicologia, ma consigliando libri.

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Fabio Stassi sarà ospite de “Il Tempo Ritrovato” il 7 novembre alle 18 alla biblioteca Classense, alle 21 al Caffè Letterario di Lugo e la mattina dell’8 novembre terrà un incontro ai ragazzi delle scuole alla sezione Holden della Classense intitolato “Crescere con i libri, Rimedi letterari per mantenere i bambini sani, saggi e felici” come il saggio di Ella Berthoud e Susan Elderkin di cui ha curato l’edizione italiana per Sellerio.

Come è stato tornare sul personaggio di Vincenzo Corso, avevi già deciso che ci fosse una serialità nelle sue storie?
«All’inizio avevo una vaga idea di serialità, ma particolare, ovvero volevo che ogni libro fosse autonomo. Che avesse una sua urgenza di scrittura. Quando ho finito il primo ho avuto la sensazione che il personaggio non fosse finito, che avesse bisogno di tornare. Ma questo non è il secondo libro di una serie. È proprio un altro libro, non c’è un ordine».
Un tema al centro del libro è la memoria e come la letteratura possa in qualche modo formare i ricordi delle emozioni di una persona.
«Volevo scrivere un piccolo trattato sulla memoria, o meglio sulla perdita della memoria, che è una malattia atrocemente presente nel nostro paese. Volevo raccontare la storia di un uomo anziano che dopo aver letto molto perdeva la memoria, che è un modo per parlare della perdita della cultura del nostro passato. Il tema della memoria mi sta a cuore da sempre. Vengo da una famiglia molto umile ma con un legame quasi sacro con le storie del proprio passato. Oggi accumuliamo fotografie nei nostri cellulari ma alla fine non le riguardiamo mai, allo stesso modo accumuliamo ricordi che si perdono. Dobbiamo imparare a selezionare».
Tu dirigi una biblioteca quindi hai un rapporto diretto con i libri e la memoria. In questo mondo così cambiato e iperconnesso che ruolo ha una biblioteca?
«Credo che oggi il ruolo delle biblioteche sia più che mai fondamentale. In Inghilterra dicono che una biblioteca che presta libri è un buon servizio, ma una vera biblioteca è quella che fa comunità. La biblioteca non è un museo, bisogna trovare modi di renderla viva. La mia biblioteca ha libri in oltre trenta lingue. Ieri abbiamo inaugurato una parte in lingua coreana ed è venuto un poeta coreano che è diventato ministro della cultura. Gli ho detto che mi piacerebbe molto vivere in un paese che ha un poeta come ministro. Oggi il ruolo dei bibliotecari spesso non è compreso da chi ci governa. Il bibliotecario è un mestiere molto diverso da un tempo, e internazionale. Siamo una internazionale di operatori della cultura».
Al curare con i libri, hai dedicato due romanzi e curato due saggi. La lettura ha una matrice salvifica secondo te?
«Ne ho parlato con lo scrittore messicano Paco Ignacio Taibo II che mi ha detto “ma la letteratura es l’inferidad”, ovvero “è la malattia non la cura”. Di fatto chi scrive e chi legge lo fa per un bisogno, per una necessità, a volte per una ossessione. È una forma di nevrosi perché non si accetta il mondo così come è e di fronte all’ingiustizia diventa una rivincita. La lettura è però anche una cura, perché è un veicolo di affetti. Io mi ricordo chi mi ha regalato i libri che ho, perché è un modo per dire qualcosa a una persona. Credo che leggere sia il gesto che, più di ogni altro, ci rende esseri umani».
Ci sono dei libri che a te sono serviti da cura in certi momenti particolari della tua vita?
«I libri mi hanno salvato la vita in più di un’occasione. Una volta dopo una operazione… Ma anche nella quotidianità. Io sono un pendolare, sto ogni giorno in treno molto tempo e senza i libri sarei invecchiato molto più tristemente. Invece la lettura ha alleggerito la mia vita quotidiana, il primo libro che ho portato sul treno come me è stata l’autobiografia di Vittorio Foa che diceva “Sembrano traversie, ma sono opportunità”. Poi c’è un libro a cui sono molto affezionato di Eduardo Galeano che si chiama “Il libro degli abbracci”. Chiedo sempre aiuto ai libri».
Hai un rapporto particolare, anche nella scrittura, con la letteratura sudamenticana…
«È il primo amore. L’ho scoperta a 18 anni e sentivo gli autori sudamericani molto affini a me e alla mia famiglia, meridionale e multietnica. Ritrovato il racconto della memoria, delle speranze perdute, l’utilizzo delle immagini non scontate, l’impegno civile e questa fiducia nel potere della fantasia. Mostrare la realtà attraverso l’immaginazione».
C’è stato un autore che ha segnato questo tuo primo innamoramente?
«All’inizio Garcia Marquez e Amado. Poi molti altri: Cortazar, Rulfo, ma forse soprattutto Osvaldo Soriano».
Il tuo romanzo è anche un giallo, che rapporto hai con il genere?
«Ho un rapporto molto incosciente. Le regole sono fatte per essere infrante. Come le famiglie che hanno sangue diverso nei loro cromosomi anche io mescolo generi. La letteratura in sé è il giallo più interessante. Più che scoprire l’assassino la ricerca della letteratura è scoprire perché siamo infelici».

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