Mark Twain secondo Fabio Geda: «Invidio Tom e Huck, succhiano il midollo della vita»

Parla l’autore del best seller Nel mare ci sono i coccodrilli, ospite della rassegna “Scrittori raccontati da scrittori”

FabiogedaB&N

Fabio Geda

Ogni scrittore trova i suoi maestri nel passato e dialoga con loro attraverso la lettura e la scrittura. L’autore torinese Fabio Geda diventato famoso nel 2010 con Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini Castoldi e Dalai), in cui racconta la storia della migrazione di un bambino afgano arrivato in Italia dopo un lungo viaggio, ha sempre amato Tom Sawyer e Huck Finn, per questo l’autore che ha scelto per “Scrittori raccontati da scrittori”, organizzata dalla associazione Rapsodia, è Mark Twain, di cui parlerà all’ex lavatoio di Morciano il 18 febbraio alle 17.

Cosa ti ha spinto a scegliere di raccontare la figura di Mark Twain?
«Amo da sempre Tom Sawyer e Huck Finn. Da ragazzino avrei dato qualsiasi cosa per potermi unire a loro. Prima ancora di leggere i suoi romanzi ricordo di aver visto insieme a mio padre il film su Tom Sawyer diretto da Norman Taurog nel 1938 e poi quello di Don Taylor del 1973. E ovviamente il cartone animato giapponese mandato in onda da Raiuno per la prima volta nel 1980. Insomma, l’immaginario di Twain mi ha conquistato prima ancora che io sapessi che dietro a quel paradiso dell’infanzia ci fosse lui. Sì, perchè era così che lo consideravo: un paradiso dell’infanzia. Fiumi in cui tuffarsi e pescare, isole in cui nascondersi, indiani e ubriaconi con cui fare comunella o da cui fuggire. Twain aveva semplicemente raccontato il mondo in cui era cresciuto e io quel mondo glielo invidiavo da morire. Poi, dopo, sono arrivati i libri e insieme ai libri la profondità e la complessità di quei racconti, che sono molto più che avventure per ragazzini».
Mark Twain era un autore molto provocatirio pensi che esista una scrittura che oggi ha ereditato la sua carica dissacrante?
«Non esiste più nulla di dissacrante perché ormai non c’è rimasto niente da dissacrare. Esistono scrittori pungenti e intelligenti, certo, ma sono guardati con accondiscendenza, hanno perso l’occasione dello scandalo. La strada della letteratura non è quella, in questo momento. E se vi venisse in mente di chiedermi allora qual è, be’, lasciatemi dire che non sono affatto sicuro di saperlo».
Cosa ci affascina ancora così tanto delle figure di Tom Sawyer e Huckleberry Finn?
«Libertà, innocenza, spavalderia. Il saper urlare al mondo che il re è nudo. Credo ci sia molto di nostalgico nel nostro amare Tom e Huck: sono qualcosa che molti di noi crescendo smettono di essere e non intendo solo anagraficamente, ma culturalmente e moralmente. Sono sintonizzati sulle frequenze dell’avventura e della contemplazione, dello stupore e dell’amicizia. Ci danno la dannatissima impressione di sapersi godere la vita. Li guardiamo e diciamo: accidenti, loro sì che si sanno divertire, loro sì che sanno succhiare il midollo dell’esistenza di cui parlava Henry David Thoreau. Credo che molti di noi li invidino. Io li invidio».
Il personaggio di Ercole nel tuo ultimo romanzo Anime Scalze (Einaudi) ha qualcosa che ricorda Tom Sawyer.
«Tutti i ragazzini di strada hanno qualcosa che ricorda Tom Sawyer. Sono fragili e spavaldi, come li ha definiti lo psicoterapeuta Gustavo Petropolli Charmet in un saggio di una decina di anni fa. Lui parlava degli adolescenti in generale, ma è una definizione particolarmente azzeccata per tutti quelli che si trovano ad abitare le periferie».
Il tuo Nel mare ci sono i coccodrilli uscito otto anni fa, ha avuto un successo che forse nemmeno tu ti aspettavi e oggi è entrato come libro di testo in molte scuole. A cosa è dovuta la sua fortuna secondo te?
«Bisognerebbe chiederlo agli insegnati e ai lettori: gli autori di solito sono i meno indicati a spiegare la fortuna dei propri libri. Non so. Credo sia dovuta al fatto che è un testo emozionante. E l’arte, quando ti fa emozionare, scatena nel fruitore molto più di un sentimento passeggero: radica una certa idea di mondo. Credo sia per questo che è piaciuto e che gli insegnanti lo trovano utile. Possono poi partire dall’empatia per fare pensiero e riflettere su temi sociali quali l’identità, l’accoglienza, l’idea di confine e di famiglia».

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