Giuseppe Catozzella, l’autore che scrive romanzi per cambiare il mondo

Lo scrittore a Rimini con il suo nuovo volume “E tu splendi”: «Bisogna far capire ai ragazzi che la lettura è una cosa figa, non da sfigati»

Catozzella

Giuseppe Catozzella in una foto di Eleonora Rapezzi scattata durante Scrittura Festival

Lui le storie non le sa solo scrivere, le sa anche raccontare. Ha una bella voce Giuseppe Catozzella. Avvolgente. Il pubblico presente nella sala Dantesca della Biblioteca Classense di Ravenna, all’interno degli appuntamenti letterari di Scrittura Festival, ascolta attento, rapito il giovane scrittore. Sabato 16 giugno promette di fare lo stesso effetto al pubblico più giovane di “Mare di Libri”, a Rimini, quando sarà intervistato da Fabio Geda alle 9.45, al Museo della Città.

Milanese, laurea in Filosofia, poeta con un passato da emigrato in Australia, consulente editoriale per Mondadori ed editor per Feltrinelli, Catozzella si è imposto con forza all’attenzione della critica con il romanzo-inchiesta Alveare (2011) da cui stati tratti spettacoli teatrali e il film tv L’assalto. Il successo di pubblico però è arrivato nel 2014 con Non dirmi che hai paura , caso editoriale che ha venduto più di 200mila copie in Italia e quasi 500mila nel mondo, e due anni dopo con Il grande futuro. A marzo è uscito un nuovo libro: E tu splendi (Feltrinelli), titolo preso da una famosa frase di Pasolini. L’autore, come ci spiega, voleva capire i meccanismi di rifiuto verso lo straniero, l’altro, «mettere in scena quello che succede dentro di noi quando troviamo in casa qualcuno di non invitato» e farlo sfidandosi come scrittore: «Volevo sperimentare il registro tragicomico. La chiave era il costante stato di struggimento. Per questo il personaggio di Pietro (il protagonista, ndr) è orfano, piccolo. Diventerà grande affrontando il tema della Morte». Ma soprattutto questa è la storia del «momento esatto in cui smettiamo di essere bambini. Il racconto dell’attimo in cui perdiamo l’innocenza. A splendere non ci insegna nessuno, siamo noi che dobbiamo decidere di splendere, diventare quello che siamo. Un momento doloroso ma essenziale, il primo passo verso la vita adulta».

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Giuseppe, leggendo i tuoi romanzi non si può fare a meno di notare la tua estrema sensibilità verso l’infanzia, verso temi come l’immigrazione e la paura dello straniero, il disagio di sentirsi tale. Da dove viene questa urgenza di raccontare?
«Secondo me è proprio una questione biografica mia. Sono figlio di genitori meridionali immigrati al nord, a Milano, e da quando sono bambino sono abituato a sentirmi straniero a casa perché i miei amici, o comunque il gruppo in cui ero ero immerso, mi ci facevano sentire. Non passava giorno – e i bambini, si sa, a volte possono essere cattivi – in cui anche i miei migliori amici, quelli con cui facevo tutto, non segnassero questa distanza, questa estraneità. Non solo differenza, ma vera e propria inferiorità. Questa cosa mi ha marcato in qualche modo, mi ha fatto sviluppare questa affinità col tema dello straniero, dell’altro. Ognuno di noi è straniero all’altro, ma anche straniero a se stesso».
Hai incontrato molti ragazzi visitando scuole, sia come insegnante (come docente di letteratura italiana e di scrittura creativa collabora con l’italiana Scuola Holden e con l’Università di Miami e la Seton Hall University di New York, ndr) e sia come ambasciatore per l’Unhr. Come li vedi questi giovani, hanno voglia di leggere?
«Se devo essere onesto, il mio punto di vista, per quello che vedo andando in giro per scuole, è che c’è una maggioranza di ragazzi che non ha voglia di fare quella fatica che è la lettura. Leggere è una fatica, si, ma come tutte le cose belle che valgono, richiede impegno, costanza. Credo che la maggir parte dei più giovani non abbia più voglia. Però fortunatamente ce ne sono anche tantisimi che questa fatica la fanno e sono grandissimi lettori. Il discorso è lungo e complesso: dovremmo dare gli strumenti ai ragazzi, la scuola dovrebbe intervenire, lo Stato, i genitori, far capire ai più giovani che la lettura è una cosa figa, non una cosa da sfigati… »
Parteciperai al festival riminese “Un Mare di Libri”, festival di letteratura in Italia dedicato agli adolescenti…
«I festival aiutano tantissimo, sono uno stimolo potente. Un Mare di Libri funziona davvero molto perché è un festival che viene dai ragazzi, fatto dai ragazzi per i ragazzi».
Qual è il tuo lettore, tipo? Cosa intendi provocare nel tuo lettore?
«Non ho in testa un lettore tipo, le volte che mi son fatto domande in questo senso ho scritto le cose peggiori. In realtà più che voler suscitare qualcosa nel lettore, la mia è una missione ancora più folle, più alta, cioè cambiare il mondo. Un poco almeno. Attraverso chi legge i miei libri modificare deteminati aspetti. Far cambiare al lettore il suo modo di vedere, smartellare i suoi pregiudizi, metterlo in crisi, cambiargli la visione degli aspetti che ho deciso di trattare scrivendo. I miei libri trattano d’immigrazione, Non dirmi che hai paura ad esempio è riuscito a fare immedesimare un lettore in un migrante, pensa che roba assurda, un salto incredibile, i migranti noi li consideriamo sempre gli altri, invece se tu leggi e se anche solo per un minuto ti immedesimi con la protagonista, ecco il miracolo! Il migrante sono io, si ribalta il punto di vista sul mondo, cadono certe dinamiche e preconcetti. E cambi il mondo».

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