In anteprima nazionale ecco Stefano Bollani Superstar

L’estroso pianista porta al Pavaglione di Lugo le sue variations per tastiera – intonata sulla frequenza di 432 Hz – del celebre “Jesus Christ Superstar”, musical a ritmo di rock nato nel 1970 dal genio di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice

Stefano Bollani

foto Valentina Cenni

Bollani è di casa al Ravenna Festival, accolto sempre come una star, ma stavolta, in occasione della prima assoluta del suo nuovo progetto solistico in programma il 25 luglio al Pavaglione di Lugo, è una superstar. Il giochino di parole viene spontaneo: il pianista, o se volete superpianista, presenta infatti la sua personale rilettura di Jesus Christ Superstar, la rock-opera di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice che tanto clamore fece al suo apparire, come doppio album nel settembre del 1970, e anche dopo, con le numerose rappresentazioni in palcoscenico e la trasposizione filmica del 1973 ad opera di Norman Jewison (con Ted Neeley nei panni di Gesù al posto dell’originario Ian Gillan dei Deep Purple).

Il successo di Jesus Christ, in tutte le sue edizioni e reincarnazioni, è sempre stato planetario, così come anche le polemiche che l’hanno sempre accompagnato. Attorno alla rock-opera (una delle prime; Tommy degli Who risale al 1969) si sono infatti accapigliati fronti fondamentalisti opposti, criticando, per esempio, il Gesù un po’ hippy o la Maddalena di lui innamorata. Ma pare anche che Papa Paolo VI, nel visionare la pellicola in anteprima, ne sia rimasto addirittura entusiasta.
Jesus Christ Superstar, nel suo insieme di disco, spettacolo e film, rimane qualcosa di unico, tramutandosi anche in un fatto di costume dell’ultima parte di un Novecento affamato di miti, Gesù incluso.

Stefano Bollani è un adolescente quando vede per la prima volta il film e ne rimane irrimediabilmente colpito: si innamora della musica, della storia, dell’atmosfera, delle scene e impara presto tutte le parole dei testi. Ai tempi, però, non osa suonarne la musica, per la verità un po’ kitsch. Ma, evidentemente, l’amore per le musiche di Andrew Lloyd Webber si rivela duraturo, resiste al tempo e alle mode. E si fa largo fra le tante passioni bollaniane: Carosone, Frank Zappa, il Brasile, Napoli, ecc. Lo ammette lo stesso pianista, motivando la scelta di cimentarsi in totale solitudine: «Ho scelto la forma del pianoforte solo perché la storia d’amore è tra l’opera rock e me – spiega –. E una storia d’amore cresce in bellezza se resta intima».

Con il benestare del compositore inglese, si è preso delle libertà – se non fosse stato così non sarebbe Bollani – e si è messo a improvvisare sulle melodie originali, ma senza mancare di rispetto nei confronti dell’autore e della sua opera. E ancora, per omaggiare e per far sì che la sua musica trasmettesse il calore e la profondità dei personaggi creati da Lloyd Webber e Tim Rice, ha deciso di suonare il pianoforte intonato a 432 Hz, una scelta inusuale che ha permesso di restituire un suono caldo, suadente, profondo e al tempo stesso un suono limpido. Nell’album e anche in concerto Bollani non scompiglia la scaletta originale, rispettandone la struttura narrativa da cui partire per le sue esplorazioni sulla tastiera.

«Di solito prendo la musica che mi piace, la smonto e la rimonto, non necessariamente nello stesso ordine. Mi soffermo su un dettaglio o su un altro nella massima libertà, ma mai come stavolta ho voluto fortemente mantenere la struttura emotiva originale – racconta l’estroso musicista –. Per la prima volta sono entrato in studio sapendo esattamente quale sarebbe stata la scaletta. Abbiamo chiesto l’autorizzazione e ci è stata concessa, nonostante Lloyd Webber non ami che le sue musiche vengano eseguite diversamente da come lui le ha pensate. Un’esigenza che, ad esempio, sentivano anche Puccini e Verdi».
E che siano proprio questi ultimi due il prossimo obbiettivo di Bollani?
Staremo a vedere. Intanto godiamoci le sue ineffabili variazioni sulla superstar più grande che ci sia.

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