“Cuneo Rosso” e la musica del futurismo russo

Conversazione con il pianista Daniele Lombardi

Il Pianista Daniele Lombardi

Daniele Lombardi

La rivoluzione d’ottobre passò anche attraverso le note. Si nutrì di una musica che poi il regime fece morire con un ordine perentorio, perché “degenerata”. Aggettivo interessante per descrivere delle note senza immagini e senza parole. Come può una musica risultare “degenerata” e indigesta a un regime? Daniele Lombardi pianista e raffinato studioso del Futurismo ha scelto alcuni brani per raccontare un momento storico con il suo concerto intitolato Cuneo Rosso (il 18 giugno al Ravenna Festival).

 

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Come è nato il progetto Cuneo Rosso?

Cuneo Rosso El Lissitzky

“Spezza i bianchi col cuneo rosso” , El Lissitzky ,1919

«È nato per il centenario della Rivoluzione Russa e ha un programma che parte da un componimento di Skrjabin del 1914 e il suo esasperato romanticismo fatto da un lungo crescendo, fino ad arrivare a Arthur-Vincent Lourié che era amico di Majakovskij ed era un membro attivo nel formalismo moscovita pre-rivoluzionario. Le opere di Lourié sono completamente atonali, era l’avanguardia di Mosca».

Lei ha lavorato molto sul Futurismo italiano, suonando pezzi rari e scrivendo libri, che contatti c’erano tra i futuristi italiani e quelli russi?
«Ho scoperto Lourié proprio grazie a Marinetti. Nel 1914 Marinetti fu invitato a Mosca a presentare il Futurismo italiano, quando arrivò trovò un manifesto firmato da Majakovskij, Lourié e tanti altri in cui si diceva che i “futuristi italiani erano futuristi solo a parole, mentre i veri futuristi erano i russi”. Questo suscitò una polemica che si concluse con una serata congiunta in cui Marinetti lesse dei suoi componimenti e Lourié suonò la sua musica. Forme nell’aria è un pezzo cubofuturista formato da silenzi tra un suono e l’altro come un arcipelago di isole».
Che lascito ha avuto il futurismo nella storia della musica?
«La musica nel tempo ha seguito certe strade abbandonandone altre. Credo che compositori come Lourié fossero molto interessanti, ma la loro strada è stata dimenticata ben presto. I compositori dodecafonici e formalisti lasciarono poca traccia perché con l’arrivo del socialismo furono allontanati perché considerati “lontani dal popolo e degenerati”. Erano da preferire musiche “popolari” che riprendessero la tradizione della musica folclorica. La raffinatezza culturale era vista come avversa alla cosiddetta “arte per il popolo”. Nel 1920 Lourié si trasferì a Parigi e le sue opere furono dimenticate. Poi andò in America, compose per i film ed ebbe anche una crisi mistica… È strano vedere come molti dei futuristi russi finirono col tempo nel trovare conforto nel misticismo».
Anche trovare gli spartiti immagino non sia stato semplice?
«È stato molto complesso, sono quasi introvabili. Mosolov l’ho recuperato da un collezionista californiano».
 L’Unione Sovietica aveva vietato questo tipo di musica non popolare, però anche oggi in occidente non è facile ascoltare questa musica che viene definita “troppo difficile”, cosa ne pensa?
«Oggi viviamo in una società mediatica dove avviene una cosa molto simile a quella della dittatura sovietica. Chi fa musica lontana dai canoni commerciali di vendibilità viene dimenticato. Siamo nell’epoca di Sanremo, del rock, del jazz, la musica troppo sofisticata, sperimentale, che non arriva a un primo ascolto viene fatta scomparire, come dei pantaloni invenduti dagli espositori di un negozio. Se lei cerca le opere di un compositore contemporaneo è difficilissimo reperirle».
Come si può dare visibilità alla musica non commerciale?
«Bisognerebbe ricostruire una cultura musicale che non è legata al consumismo. Viviamo in una società che ha il valore del “vendere”, della semplificazione, dobbiamo riscoprire il piacere della complessità, della ricerca estetica».

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