Niccolò Fabi e il dolore che diventa arte

Il cantautore a Forlì. «Dopo la morte di mia figlia avevo il dovere di trasformare la rabbia»

Niccolò Fabi

Lo scorso ottobre ha ritirato al teatro Ariston la targa Tenco (la seconda in carriera) per il miglior album dell’anno, quasi vent’anni dopo essersi fatto conoscere su quello stesso palco dal grande pubblico televisivo partecipando al Festival di Sanremo e vincendo in quel lontano 1997 il premio della critica con la sua “Capelli”. Oggi Niccolò Fabi ha 48 anni ed è paradossalmente forse uno dei pochi cantautori italiani che potrebbe fare a meno proprio di quei suoi primi anni di carriera, come sottolinea lui stesso nel corso di una chiacchierata telefonica. E in effetti una carriera la si potrebbe costruire, per esempio, anche partendo solo dal suo ultimo disco, Una somma di piccole cose, che resterà probabilmente come qualcosa di unico nella sua discografia, registrato in completa solitudine in una casa immersa nella natura, essenziale e intenso, melodico e malinconico, folk alla maniera “indie” di un Sufjan Stevens o un Bon Iver. In qualche modo anche politico. E poi doloroso, perché anche se non lo si deve leggere sempre come qualcosa di autobiografico – come ci tiene a precisare l’autore –, non si può non vederci anche la tragedia della piccola Olivia, la figlia di Niccolò (e della sua compagna Shirin, con cui ha poi avuto un altro figlio) morta nel 2010 di meningite quando non aveva ancora due anni.

In Italia, cosa piuttosto sorprendente per un album come questo, ha debuttato comunque al primo posto delle classifiche di vendita. Ora Fabi lo porta in tour a teatro e sarà di nuovo in Romagna (dopo la data di questa estate a San Mauro Pascoli) il 21 gennaio al teatro Fabbri di Forlì. Prima, però, c’è stato anche il tempo per il suo primo tour europeo.
Partiamo da qui, Niccolò, che sensazioni ti ha lasciato suonare in giro per l’Europa?
«È andata davvero benissimo. Ma d’altronde le cose vanno bene quando le si fanno con gli stimoli giusti e principalmente la mia intenzione prima di partire era quella di fare una bella vacanza in Europa, coronando anche il sogno di una vita. Siamo stati tre settimane in furgone, con gli strumenti, facendo tappa in locali piccoli e accoglienti, con un sacco di persone, in alcune città in cui non ero neppure mai stato…».
Da un punto di vista professionale che tipo di esperienza è stata?
«Un’esperienza che ti costringe a essere sempre molto elastico, cambiando locali ogni sera e quindi anche condizioni tecniche. Anche se ovviamente come mi aspettavo dal punto di vista della qualità degli impianti c’è un abisso rispetto alla nostra povera Italia… Nel resto dell’Europa c’è una cultura della musica e dello spettacolo in generale che si traduce in standard elevati anche banalmente nei “materiali” utilizzati nei locali…»
E il pubblico?
«Sapevamo che si sarebbe trattato al  90 percento di pubblico italiano, ragazzi che avevano storie da raccontare, tra gioie e nostalgie, a cui portavi non solo qualche canzone ma anche un pezzo di Italia. A loro il concerto ha fatto un effetto emotivo più forte rispetto a quanto accade qui».
Ora stai per partire per un nuovo tour nei teatri, ci saranno novità?
«Direi di no, a parte qualche piccolo aggiustamento, non faccio parte di quella categoria d’artisti per cui dal vivo deve esserci per forza sempre una novità. Questo tour sarà semplicemente ancora una volta la fotografia del mio momento artistico, con le canzoni che sento più vicine a me in questo momento, e che mi diverto più a cantare. Tutto ruota attorno ai pezzi del nuovo disco, e credo di rappresentare un’anomalia tra i cantautori “storici” italiani, che spesso sono più o meno costretti a suonare i loro vecchi pezzi. Ecco, io, così come il mio pubblico, ai concerti posso anche fare a meno dei primi dieci anni di carriera, tanto per capirci…».
Credi di aver attirato anche una nuova fetta di pubblico?
«Può essere, ma anche chi mi ha seguito fin dagli inizi continua a farlo, non credo che nessuno si sia sentito mai in qualche modo tradito…».
Hai dichiarato che il tuo ultimo album è il disco che avresti sempre voluto fare, al suo interno ci sono molti rimandi alla scena indie-folk  americana, hai citato tu stesso come influenze Sufjan Stevens, Bon Iver, Elliott Smith… Confermi tutto? È una sorta di svolta della tua carriera?
«Sono orgoglioso di questo disco, ma credo faccia parte semplicemente di un percorso, il mio, che è comunque figlio del folk chitarra e voce di Bob Dylan e poi Neil Young, dello Springsteen di “Nebraska”, fino ad arrivare alla nuova scena cosiddetta indie-folk non solo americana, penso alla Svezia con The Tallest Man On Earth per esempio, e che in Italia a me viene particolarmente naturale seguire, senza cercare di scimmiottarla».
Certo il tuo disco può essere descritto in tanti modi ma non come un disco commerciale. Che rapporto hai avuto invece con il successo in tutti questi anni?
«Di sicuro oggi è cento volte meglio rispetto ai primi anni, quando un passaggio in televisione ti faceva diventare famoso ovunque. Ora il mondo generalista non sa neppure chi sono, mentre mi riconosce chi mi apprezza davvero e tutto questo è meraviglioso. Mi sono costruito una carriera facendo un certo tipo di scelte e rinunciando a un certo tipo di visibilità e ora assomiglia davvero a quella che avrei voluto».
Dal punto di vista musicale sei mai sceso a compromessi?
«Ho sempre cercato di essere tendenzialmente libero, poi con il passare degli anni credo obiettivamente di essere migliorato e oggi mi sento più forte, non ho più paura di prendermi dei rischi, e piano piano ho capito quali erano le mie caratteristiche su cui puntare…».
La morte di Olivia ha per forza di cose condizionato anche la tua arte, ricordo una tua intervista in cui ti dicevi convinto che anche il dolore era un sentimento da conservare, cercando di trasformarlo in qualcosa di bello. In fondo la musica per te pare essere stata davvero anche una terapia…
«Già, le mie non erano solo parole, esiste questa possibilità, di trasformare il dolore. Io naturalmente ero avvantaggiato per la mia professione, avevo la possibilità della “condivisione emotiva”. Ci ho dovuto “lavorare” anche sopra, ma ho sempre pensato che era un mio compito provarci, sentivo una sorta di responsabilità collettiva per dimostrare a tutti che il dolore può anche trasformarsi in qualcosa che non sia solo rabbia e disillusione…».

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