Braschi, dalla Romagna al mondo

Parla l’artista di Santarcangelo preso di mira da Salvini all’ultimo Sanremo e che incide per l’etichetta che vuole esportare il pop italiano negli Stati Uniti

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Braschi sul palco del concertone del Primo Maggio di Roma (foto postata su Facebook)

Classe 1991, nato e cresciuto a Santarcangelo, Federico Braschi – in arte solo Braschi – è uno dei nomi in ascesa nel panorama del cantautorato italiano. Protagonista tra le “Nuove proposte” all’ultimo Festival di Sanremo (anche suo malgrado di una polemica con il leader della Lega Matteo Salvini che l’ha invitato a ospitare a casa sua i migranti di cui si parlava nella canzone), ha pubblicato il vero e proprio primo album a suo nome lo scorso febbraio, “Trasparente”, per la iMean Music & Management, l’etichetta nata tra Milano e New York (dove Braschi ha registrato anche il videoclip del singolo) a cura di Roberto Mancinelli,  talent scout che sta tentando di far incontrare il pop americano con quello italiano.

BraschiContattiamo Federico il giorno dopo l’annuncio che sarebbe stato l’unico artista romagnolo sul palco del concerto del Primo Maggio di Roma.
«Sono davvero molto contento – è stato il suo commento a caldo – è un evento sempre importante per la musica italiana e quest’anno oltretutto nel cast ci sono tanti gruppi che mi piacciono molto, Motta e Vasco Brondi (Luci della Centrale Elettrica, ndr) in primis: penso che i loro ultimi dischi siano tra i migliori album di canzoni usciti in questi anni in Italia, di quelli che resteranno».
Rispetto ai tuoi primi passi in cui era più marcata l’influenza di certo rock americano, e non solo per la collaborazione con i Calexico, nel tuo ultimo disco è chiara l’influenza dello stile cantautorale italiano…
«Sono riuscito a collaborare con i Calexico grazie al produttore americano JD Foster (che produce anche “Trasparente”, ndr) ed è vero, come dici tu, che qualcosa è cambiato: ascolto ancora musica d’oltreoceano, ma negli ultimi tempi mi sono concentrato molto su quella italiana, credo sia giusto riscoprire le nostre radici e anche cercare di promuoverle».
Quali sono invece le tue principali influenze?
«Diciamo che la mia formazione musicale è incentrata sulle canzoni con le parole messe al centro e non asservite per essere una sorta di jingle senza contenuti. Penso quindi a De André, a De Gregori, ma anche a Dylan e Springsteen, artisti che mi hanno cambiato la vita, convincendomi a tentare di fare questo mestiere».
Nel disco però, oltre a queste influenze classiche, ci sono anche suoni molto contemporanei…
«Esattamente.  Ho pensato a come certi cantautori potessero suonare oggi, come potevano essere spendibili: e la risposta è questo disco, di cui sono molto soddisfatto, di cui vado fiero».
Come sta andando in termini di riscontri?
«Bene, sono abbastanza contento, certo non è un momento roseo per i dischi, oltretutto non è ancora stato promosso con un tour. Speriamo di ottenere qualcosa in più con i concerti. Sul palco, dal Primo Maggio in avanti, saremo la band di Sanremo, in quattro, per un live piuttosto rock».
Ascoltando il disco non è chiaro il target di riferimento: c’è, come detto, un certo cantautorato “alternativo” ma ci sono anche suoni e melodie “sanremesi” che potrebbero anche far storcere il naso a un certo pubblico indie…
«È vero, proprio così: lo sapevo fin dall’inizio che ci sarebbe stato questo rischio, ma me ne sono assolutamente sbattuto. Ho fatto il disco che volevo fare con le persone che volevo, con un’impalcatura sonora il più contemporanea possibile, senza pensare a come avrebbe potuto essere recepito dal pubblico».
Come è stato composto il disco e come nascono i testi? Ci sono autori letterari che ti hanno ispirato?
«Da quando abbiamo iniziato a registrarlo a quando lo abbiamo finito sono passati due anni, quindi è per forza di cose un album stratificato, con diversi produttori artistici e molti musicisti coinvolti. Per i testi non saprei, di certo leggo molto, credo di essere stato influenzato da cose diverse, da Tondelli fino a Pasolini».
Qual è il tuo bilancio dell’esperienza a Sanremo? Lo rifaresti?
«Anche domattina: è stata un’esperienza molto bella, che mi ha cambiato, una delle più importanti della mia vita. Forse anche perché per salire sul palco del Festival ho fatto tutta la trafila, passando per le selezioni di Area Sanremo: ricordo ancora la sensazione strana della notte in cui abbiamo saputo che saremmo stati all’Ariston, come una sorta di sensazione di invincibilità».
Com’è stato suonare con un’orchestra?
«Non solo un’orchestra, ma un’orchestra così grande… È stato molto potente, una botta notevole».
E il rapporto con il pubblico di Sanremo?
«Tutto molto strano, perché la gente ti fermava in giro per la strada, si facevano code, solo per il fatto che eri lì. In quel momento ti senti un dio, anche se non saprei dirti se è stato bello o brutto. Anche perché poi tutto finisce, succede solo in quei giorni del festival fuori dall’Ariston…».
Ti aspettavi la polemica con Salvini?
«No, certo che no. E in quei due-tre giorni è stato sinceramente un po’ pesante: ho ricevuto minacce di morte, tantissimi insulti da parte della sua gente… Poi dopo qualche giorno è diventato divertente parlarne, devo dire. Ma lo stupore resta: non pensavo che una canzone che parla di persone che vengono da Paesi martoriati potesse scatenare tanto odio».
Che rapporto hai con la Romagna?
«La Romagna, la provincia, è il posto da cui vengo, ma da cui ho sempre cercato di fuggire, non vedevo l’ora di prendere un aereo per Milano, per New York. Poi in questi ultimi anni mi sono reso conto che non ce n’era motivo, di scappare da Rimini. E poi in Romagna deve esserci davvero un’aria buona, qui le relazioni umane forse hanno ancora più valore e si creano collaborazioni e mini-scene musicali più facilmente che altrove…».

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