«Quando ho trasformato Elio Germano in Hitler, tra persuasione e retorica»

Chiara Lagani di Fanny & Alexander racconta la genesi de “La mia battaglia”, citazione dal Mein Kampf, libro (appena uscito per Einaudi) e drammaturgia scritti a quattro mani con il celebre attore

Elio Germano Chiara Lagani

La prima dello spettacolo allo Spazio Tondelli di Riccione in una foto di Margherita Cenni

È uscito per i tipi di Einaudi il libro La mia battaglia, tratto dalla drammaturgia scritta a quattro mani nel 2019 da Chiara Lagani, fondatrice della compagnia ravennate Fanny & Alexander, ed Elio Germano.

QUI LA NOSTRA RECENSIONE DELLO SPETTACOLO

Un testo disturbante, che riesce a innescare un perfetto meccanismo di persuasione nel pubblico, mettendo a nudo le radici perverse di cui si nutre il consenso politico: il monologo comico e demagogico di un attore trascolora impercettibilmente in un comizio nazista.

Ne ho parlato con Chiara Lagani.

Com’è cambiato il testo dalla drammaturgia?
«Dico spesso che questo è un testo scritto “a consuntivo”. Non abbiamo mai considerato La mia battaglia uno spettacolo, ma piuttosto un’esperienza, un esperimento sociale. Non è un monologo, ma un dialogo col pubblico: al centro ci sono le sue reazioni, spesso inaspettate. E questo libro registra sì le parole del testo, ma soprattutto la risposta della platea. È una media, una registrazione di tutte le repliche che abbiamo fatto».

Raccontami qualche episodio particolare.
«A volte qualcuno offendeva Elio in maniera esplicita. Altre volte si sono messi a litigare fra loro, dividendosi in difensori e accusatori. A Firenze, una ragazza seduta accanto a me scoppiò a piangere: un pianto irrefrenabile, isterico, e mi sentii in colpa. Ma forse la reazione più bella è stata a Follonica, quando una signora anziana, rimasta sbattezzata, si alzò in piedi e chiese urlando: “Ma questa è finzione o verità?”. Praticamente un saggio sullo spettacolo!».

Come avete condiviso il lavoro di scrittura?
«Elio vide Him (spettacolo di Fanny & Alexander del 2007, ndr) a Roma, ai tempi del Teatro Valle Occupato. Già allora aveva l’idea di fare un monologo su Hitler, incarnando il male. Dopo lo spettacolo mi ha chiamato e mi ha esposto l’idea, affascinantissima per me: si trattava, in un’ora, di passare da una situazione piacevole, d’intrattenimento, a una scena horror, trasformando Elio Germano in Hitler senza che il pubblico se ne accorgesse».

9788806249618 0 0 878 75Da dove siete partiti?
«Fin da subito c’è stato un lavoro sulle parole, soprattutto su quelle legate alla demagogia populista. Come le figurine a doppio riflesso, che cambiano a seconda dell’angolazione da cui le guardi, queste parole – come “interesse”, “competenza”, “merito” – se inserite in un contesto placido, di battute e qualunquismo, non vengono sospettate di nulla. Sembrano benigne, o neutre. Ma a poco a poco il contesto le trasforma, diventano sempre più minacciose: e quanto ti accorgi che la situazione è mutata è tardi ormai, perché hai già applaudito a quella persona che ora sta dicendo cose inaccettabili».

Come è stato inserito il Mein Kampf?
«Quando abbiamo avuto l’idea di usare il Mein Kampf abbiamo cominciato a manipolarlo e prelevarne delle parti, appoggiandoci sulla matrice socialista del pensiero nazista. Ci sono principii, soprattutto all’inizio, sulla giustizia sociale, sulla lotta alla corruzione, sull’educazione allargata, che, se isolati chirurgicamente e trasportati in un altro ambiente, possono strappare un’adesione. Così ho proposto a Elio questo titolo tranello. Lui è conosciuto per essersi spesso schierato politicamente: nessuno avrebbe pensato alla traduzione letterale di Mein Kampf».

Il cuore di questo testo gira attorno ai concetti di persuasione e retorica. Ma volenti o nolenti, in un sistema democratico, la persuasione è necessaria per il consenso. Dunque come fare?
«Già Michelstaedter opponeva persuasione e retorica. In mezzo c’è l’etica, il giudizio morale. C’è un fascismo innato nella cultura italiana, per cui sentiamo il bisogno di appoggiarci a una figura forte, oggi come ieri. Elio mi ha raccontato che spesso gli è stato proposto di fare politica per il suo carisma, e questa cosa lo ha spaventato: è stata una delle molle che l’hanno spinto a fare questo spettacolo. Si arriva al punto che, qualunque cosa dica il capo carismatico, la accettiamo. La sua retorica ci avvolge come un’ipnosi».

All’inizio del testo, il riferimento a Beppe Grillo è lampante.
«Esatto. Il comico è un cavallo di Troia utile per questa operazione: è un meccanismo fagocitante, più ridi e più vuoi ridere. Ti affidi a questa persona affascinante e vuoi che le spari grosse, e finisci che sospendi il giudizio. In questo caso la persuasione provoca piacere, sebbene epidermico e apparente; non è certo la persuasione profonda che viene dall’essere convinti di qualcosa perché lo si è meditato nella propria anima. Come diceva Elio durante la presentazione del libro, si tratta di non smettere mai di studiare, leggere, accanirsi».

Non me ne voglia Germano, ma forse questo è un pensiero consolante. La Repubblica di Weimar era il paese più colto d’Europa, alla fine degli anni Venti.
«È vero. Anche adesso non sono tutti analfabeti di ritorno. Si può essere colti e aggiornati quanto ti pare, non conta. Quello che conta è la continua e totale messa in crisi di noi stessi. Ed è quello che vuole fare questo lavoro: è come un grande specchio opaco che ti viene messo di fronte: c’è Hitler alla fine, ma l’immagine più spaventosa sei tu, che applaudi di fronte a una svastica. Com’è stato possibile? Parte da qui il segreto per iniziare una vera “Persuasione”. Spero che il libro riesca a innescare di nuovo queste discussioni. Penso a presentazioni nelle scuole, sarebbe molto bello. Covid permettendo».

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