La “battaglia” di Elio Germano, un vaccino contro retorica, conformismo e apatia critica

Elio Germano

Elio Germano (foto di Margherita Cenni)

Si parva licet, si potrebbe iniziare questa recensione ricordando un servizio provocatorio realizzato da Fanpage l’anno scorso. Era il 25 aprile e il giornalista proponeva ai passanti napoletani un semplice test per saggiare la capacità critica dell’uomo della strada: dopo aver presentato alcune “anonime” proposte di legge, veniva chiesto di esprimere un giudizio sul loro contenuto.

Dove stava l’inghippo? Semplice: le leggi in questione erano le cosiddette “leggi fascistissime”, emanate in Italia a partire dal 1925 – quelle della svolta autoritaria seguita al delitto Matteotti. Lo svuotamento sostanziale del potere del parlamento, l’abolizione del diritto di sciopero, la soppressione della libertà di stampa e di tutti gli altri partiti ad eccezione di quello fascista: queste cosiddette “riforme”, avulse dal contesto storico di riferimento, venivano accettate pacificamente da quasi tutti i passanti in nome del buon senso, dell’ordine e dell’efficienza.

Il significato dell’esperimento, almeno per chi scrive, non va circoscritto a quella morbosità inquisitoria sempre pronta a scovare nostalgici mascherati da uomini qualunque, ma va piuttosto rintracciato nella dimostrazione concreta di quanto sia facile mettere a tacere la nostra capacità critica.

Non si tratta semplicemente di ridere dell’ignoranza altrui, ma di capire che davanti a una telecamera, sollecitati su questioni di cui forse conosciamo poco, tendiamo a dare il nostro assenso in modo acritico, magari suffragando le nostre imprecise opinioni con quei discorsi general-generici – quelli sì, pericolosissimi – orecchiati nei salotti televisivi e fra i tavolini di un bar, infarcendo le nostre argomentazioni di parole consumate e ormai prive di senso.

Il nuovo spettacolo di Elio Germano, La mia battaglia, scritto assieme alla nostrana Chiara Lagani, trasla nelle platee teatrali un esperimento analogo, arricchendolo di contenuti e alzando l’asticella del coraggio. È molto difficile raccontare il senso di questo spettacolo senza in un qualche modo rovinarne la sorpresa, perciò siete avvisati.

A sala ancora illuminata, entra Germano. Scambia qualche convenevole col pubblico, scherza un po’ ed ecco che, senza soluzione di continuità, il discorso comincia a virare sui mali della politica italiana e sulla triste attualità del paese. Germano si aggira agile fra le poltrone della platea, interagisce, fa parlare qualche spettatore, infarcisce quello che somiglia sempre di più ad un comizio sotto mentite spoglie di frasi ad effetto e retorica spiccia, strappa qualche applauso sincero.

Torna alla mente il Beppe Grillo della prima ora, il comico incazzato che più di dieci anni fa strattonava urlando i poveri spettatori nei palazzetti di tutta Italia, mischiando satira, spettacolo e televendita. Elio Germano riprende quel modello – un ibrido randagio che teneva assieme stand-up comedy, Savonarola e Roberto Baffo – ma ne decanta i toni, ingentilisce l’eloquio, rallenta il ritmo: non si vuole incitare alla rivolta, ma rassicurare, indicare salutari vie di fuga.

La prima stoccata è contro la democrazia parlamentare, che finisce per far emergere i più sfacciati, gli arrampicatori sociali e i furbetti. Molto meglio l’alternativa, un sistema elitario che responsabilizza gli esperti e che restringe il potere decisionale delle masse – da sempre paurose e conservatrici. Applausi.

Poi si passa alla critica della globalizzazione – discorsi che abbiamo sentito migliaia di volte, rimasticati da sedicenti esperti o utili idioti sovranisti – che spazza via la qualità in nome del risparmio, sacrificando i lavoratori sull’altare del profitto. Soluzione: aiutare gli artigiani italiani contro gli sceicchi miliardari di Abu Dhabi; difendere la nostra tradizione millenaria fatta di saperi e manodopera qualificata; chiudere le frontiere. «Cosa ha fatto la sinistra internazionalista per loro? Un bel niente, signori!». Applausi.

Le luci di sala cominciano ad affievolirsi, impercettibili. Rimane illuminato solo il palco, a segnare l’ormai avvenuta transizione da spettacolo a comizio. Germano gesticola, alza la voce, è ormai il rappresentante fanatico di un nuovo movimento politico che l’ha scelto come portavoce ufficiale. Compaiono nuove parole, come muffe: “razza”, “difesa”, “destino”, “forza vitale”, “ebrei”. Parole che stridono, che evocano memorie scomode, ma che – badare bene – sono la logica conseguenza delle “accettabilissime” premesse benpensanti. Qualcuno dal pubblico comincia a borbottare. Altri, i “prezzolati” (in realtà attori in borghese), incitano l’animale da palco con applausi e urla entusiaste.

Gli spettatori più accorti ridono amaramente: hanno capito l’antifona che trascinerà lo spettacolo verso la sua sinistra fine, come una sfera su un piano inclinato. Stiamo assistendo all’interpretazione di passi integrali del Mein Kampf. Il gioco è svelato: la platea è invasa da un manipolo di sostenitori che avanzano verso il palco con passo marziale; viene srotolata una bandiera con la croce uncinata, dietro alla quale Germano urla la provocazione finale. «Abbiamo scelto il rosso per la nostra bandiera, il colore dei comunisti. L’abbiamo fatto per confonderli: spesso vengono ai nostri comizi e applaudono le nostre idee senza capirle».

Il pubblico di Forlì ammutolisce per un momento, poi si lascia andare ad un applauso liberatorio che maschera un po’ l’imbarazzo. L’esperimento di Germano ha lasciato il segno. L’ipnotizzatore – e di ipnosi, di illusionismo, di eterodirezione, la Lagani è ormai un’esperta – ha trascinato col suo flauto una folla di perfetti borghesi verso idee estreme e inaccettabili. La massa, come scriveva Canetti, ha perso la sua facoltà deliberativa, lasciandosi ammaliare.

Il significato di questo spettacolo, il cui vero protagonista è il pubblico, è tutto qui: si tratta di montare e smontare i meccanismi della retorica politica sulla pellaccia degli spettatori; spronarli alla critica attraverso un inganno nell’inganno; vaccinarli all’emancipazione intellettuale attraverso l’inoculazione del germe del fanatismo.

 

La mia battaglia
diretto e interpretato da Elio Germano
di Elio Germano e Chiara Lagani
disegno luci Alessandro Barbieri
scene e costumi di Katia Titolo
video di Giovanni Illuminati
aiuto regìa Rachele Minelli
produzione Infinito Srl con il sostegno di 7607

Visto al Diego Fabbri di Forlì il 10 marzo 2019

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