La parola al critico: «Teatro e cinema hanno vissuto un rapporto d’amore complicato»

Oliviero Ponte di Pino ai Parlamenti di Aprile: tra contaminazioni e “anfibi”, artisti che si trovano a loro agio in entrambi i mezzi creativi

Oliviero Ponte Di PinoI “Parlamenti d’Aprile” al teatro Rasi di Ravenna verranno inaugurati con un incontro dedicato al tema che percorre sotterraneo tutte le quattro giornate della rassegna, il rapporto fra teatro e cinema. Come si è articolato nella storia il rapporto fra questi due generi fratelli? Come si sta delineando nella scena italiana contemporanea? A parlarne, martedì 9 aprile alle 16, sarà uno dei più importanti critici teatrali italiani, Oliviero Ponte di Pino.

Torinese, classe ’57, Ponte di Pino ha un lungo passato di lavoro nell’editoria (Ubulibri, Rizzoli, Garzanti) ed è oggi uno dei promotori della bellissima kermesse milanese “Bookcity”. Accanto al ruolo di agitatore culturale, Ponte di Pino è apprezzato anche per la sua attività teorica. L’incontro al teatro Rasi partirà dalla discussione di un volume da lui curato e uscito la scorsa estate, per i tipi di Franco Angeli, nell’ambito della collana “Le Buone Pratiche”, intitolato Teatro e cinema. Un amore non (sempre) corrisposto. Ne parleranno, assieme a lui, il critico cinematografico milanese e direttore del “Festival FilmMaker”, Luca Mosso, il produttore (tra teatro e cinema) e fondatore di Teatri Uniti, Angelo Curti (che nell’ambito delle “Buone Pratiche 2015”, dedicate al tema suggerì il termine “anfibio” per coloro che riescono a vivere tra teatro e cinema), Marina Fabbri (studiosa e critico cinematografico e co-direttrice del “Noir In Festival”), Pasquale Mari (tipico esempio di anfibio, light designer in teatro e direttore della fotografia per molti registi cinematografici e anche del film di Marco Martinelli, Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi), Laura Mariani, storica del teatro e docente al Dams bolognese. Sarà la Mariani, già curatrice del volume dedicato a Ermanna Montanari (Ermanna Montanari. Fare-disfare-rifare nel Teatro delle Albe, Titivillus, 2013), a legare questa riflessione attorno al film Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi, prima incursione delle Albe in ambito cinematografico. A Oliviero Ponte di Pino ho chiesto qualche assaggio dell’incontro.

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Partiamo dalla domanda più ovvia: qual è il rapporto fra teatro e cinema, secondo lei?
«È un rapporto di amore complicato che ha vissuto diverse fasi. C’è stata una prima fase di appropriazione, quando il cinema ha cercato di rubare tutto quello che poteva al teatro. Appena nato, è naturale che un nuovo medium si appoggi a quello più antico. Nella seconda fase invece il cinema cerca il suo linguaggio specifico – a partire soprattutto dal montaggio. Con Griffith ed Ejzenštejn il cinema diventa autonomo rispetto al teatro».
E intanto che faceva il teatro?
«In teatro si cerca una specificità per distinguersi: si rifiuta qualunque filtro tecnologico e si lavora sulla compresenza fra attore e spettatore. È proprio questa importanza del pubblico che sta tornando oggi anche nel cinema».
Come?
«Il cinema è ridiventato un evento. Non è più un’esperienza quotidiana, come negli anni ’50 e ’60: la concorrenza delle televisioni e delle web series ha eroso il grande pubblico. Per ricostruirlo bisogna eventizzare il cinema. Senza contare che il panorama mediatico è completamente cambiato, e i linguaggi tendono a ibridarsi sempre di più».
Il teatro non ha mai copiato dal cinema?
«Certo. Il teatro ha cercato negli ultimi decenni di appropriarsi e riutilizzare delle tecniche del cinema, come il montaggio appunto. Ma a ben vedere già Shakespeare lavorava sul montaggio drammaturgico – per questo i suoi drammi funzionano così bene nel cinema».
Si può parlare di rincorsa del teatro dietro al cinema?
«C’è stata, sì. Pensiamo al lavoro di Luca Ronconi, o all’importanza del montaggio per Eugenio Barba. C’è stato un grande recupero teatrale del linguaggio cinematografico».
Il teatro lo ha fatto per svecchiarsi e infoltire un pubblico sempre più esiguo?
«Semplicemente, per attirare un pubblico più abituato a quel linguaggio. Ma come dicevo, si tratta solamente di riscoprire tecniche che il teatro usa da sempre».

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Gli “anfibi”, come scrive lei, sono sempre esistiti, ma non sapevano di esserlo.
«Neanche adesso lo sanno! Gli anfibi di cui parliamo sono quegli artisti (attori, registi, sceneggiatori) che si trovano a loro agio su tutti e due i mezzi, teatro e cinema. Pensiamo a Bergman, per citare un classico».
Nel panorama italiano contemporaneo questi artisti sono piuttosto rari.
«No, ce ne sono. Penso a Mario Martone, Roberto Andò: loro vanno in questa direzione anfibia. Poi ci sono registi teatrali che anche quando fanno cinema conservano una forte teatralità, come Pippo Delbono. O al contrario, registi di cinema che ogni tanto si contaminano col teatro, ma restano sostanzialmente cinematografici, come Mimmo Sorrentino».
Al Rasi presenterà un volume dedicato a questo tema. Com’è nato?
«Con l’associazione culturale Ateatro abbiamo fatto un percorso di due anni dedicato al rapporto teatro-cinema, a partire dall’intuizione dell’anfibio, di Angelo Curti. Abbiamo interpellato una serie di personalità per cercare di capire cosa sta succedendo in Italia in questo ambito e inserire queste riflessioni in un contesto storico-teorico più strutturato. La cosa che mi ha colpito è che tutti parlano di questo rapporto, ma la bibliografia sul tema è molto scarsa».
Come se lo spiega?
«Probabilmente ci sono mode culturali che vanno e vengono. Oppure è un tema su cui tutti credono di sapere un sacco di cose. La mia impressione è che ci siano poche riflessioni teoriche di valore. Pensiamo anche che oggi il cinema è diventato molto poco costoso, somigliando ancora di più al teatro: il senso della riflessione cambia anche per questo motivo».
Un cinema sempre più diffuso.
«Pippo Delbono è andato ai festival con film fatti con un telefonino. Vuol dire che con 700 euro di telefonino buono e un programma di montaggio scaricabile sul pc, puoi montare un film come se fossi Fellini. Ma questo è un caso estremo di guerriglia».
Stiamo andando verso un futuro dai linguaggi sempre più ibridati?
«Cinema e teatro si legheranno sempre di più al video e a internet. La cosa interessante è che il teatro e la liveness si inseriscono in questo scenario e ci fanno capire tante cose».
Liveness, ovvero la compresenza del pubblico nell’opera?
«Esatto. Questa compresenza di attore e spettatore ci fa capire meglio come le cose stanno cambiando. Illumina una rivoluzione profondissima che è avvenuta negli ultimi 15 anni – pensiamo all’effetto della Rete sulla politica. Il teatro è una sonda molto potente per capire cosa sta succedendo, per non rimanere preda di questi meccanismi. Non è un caso che tante forme di teatro partecipato usino media audio-video: la dialettica tra il fisico e il digitale è diventata di importanza cruciale».
E lei come vive il rapporto fra teatro e cinema?
«Per motivi professionali vado spessissimo a teatro e vado troppo poco al cinema. Purtroppo».

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