L’epica eroica dello sport con Buffa

Il noto giornalista sportivo sul palco per raccontare le Olimpiadi del ’36

Federico Buffa

Recitare in uno spettacolo teatrale era l’ultima cosa che ancora non aveva spuntato in una lista scritta da adolescente con dieci cose che avrebbe voluto fare nella vita. C’è riuscito a gennaio del 2015 quando a Milano è andato in scena Le Olimpiadi 1936: lo spettacolo che vede sul palco Federico Buffa, il celebre affabulatore che ha conquistato il pubblico con le sue “Storie Mondiali” trasmesse da Sky. A maggio del 2016 è stato a Ravenna e ora sarà a Forlì (21 febbraio al Fabbri) e Rimini (sabato 4 febbraio al Novelli).

Alla vigilia della prima di Milano parlava del timore per non essere un attore…
«Troppo gentile con timore, facciamo terrore che è molto più vicino alla realtà».
D’accordo, terrrore. C’è ancora o intanto è diventato un attore?
«Attore non lo posso diventare mai ma il terrore è diluito in timore».
Che cosa c’è voluto per diluirlo?
«Sono stato addestrato da Caterina Spadaro e Emilio Russo, i due registi. Partono dal presupposto che a questo punto attore non posso diventarlo e mi fanno lavorare sulla voce e su come prendere le luci, le due cose che posso provare a imparare meglio».
La prima volta a teatro da spettatore andò portato da suo padre…
«Quando sono entrato in scena la prima volta credo di aver provato una sensazione semi irripetibile e ho pensato a mio padre che non c’è più, che è l’uomo che mi ha fatto amare il teatro, e a che emozione sarebbe stata per lui vedermi su un palco. Ma forse non avrei retto io l’idea che lui fosse a guardarmi quindi abbiamo tenuto un contatto di altro tipo. Però sono felice che quello che lui mi ha insegnato ad amare in qualche modo sia entrato nella mia vita».
Lo spettacolo nasce quando i registi la contattano…
«Mi hanno chiesto se volevo fare qualcosa dopo aver visto un episodio di Storie mondiali e l’idea di Berlino 1936 è mia. È venuta fuori una forma ibrida in cui io sono due personaggi, un narratore che sa tutto e un personaggio realmente esistito, il comandante del villaggio olimpico che verrà destituito e morirà suicida».
Perché il comandante del villaggio?
«Come ha brillantemente detto Russo il personaggio di Furstner è il personaggio della drammaturgia della sconfitta. L’ha scelto perché l’ha trovato adatto, un personaggio che fa pensare con la scrittura molto potente di Russo».
Gli sportivi protagonisti di quella olimpiade si rendevano conto di che significato ci fosse dietro a quell’evento?
«Gli sportivi non sono mai particolarmente lucidi, sono lì per gareggiare. Tranne ovviamente quelli come il koreano della maratona che corre con il nome giaponese: quello si rende conto perché si accorge di quello che succede a casa sua e se non può competere per la sua nazione ma con un nome giapponese per i giapponesi, cioè gli esseri umani che odia di più al mondo, lui è una persona conscia».
Dovremmo aspettarci o pretendere che gli sportivi, in generale, siano più lucidi nel modo di comportarsi in certi momenti storici?
«Impossibile rispondere. Cosa dovevano fare i giocatori italiani nel Mondiale 1934? Cosa doveva fare Vittorio Pozzo nel ’34 se non allenare la squadra nel miglior modo possibile? La storia la scrive chi ha vinto e lui ha vinto due Mondiali e una Olimpiade, è nettamente il più grande allenatore della nazione. Avrebbe dovuto essere ricordato per sempre, è scandaloso che non abbia uno stadio dedicato a lui. Quindi vuol dire che vuoi farne un fatto politico. Cosa avrebbe dovuto fare, l’eroe? Non può farlo, nessuno lo farebbe. Molto semplice guardarlo adesso ma bisogna guardarlo quando succede. Certo ci sono anche i casi del centravanti della nazionale cilena che si rifiuta di stringere la mano a Pinochet o il ritiro di Carrascosa dall’Argentina: ci sono atleti che si sono opposti e hanno dimostrato più coraggio di altri ma non me la sento di guardare indietro a un atleta che non l’ha fatto».
Cosa rende particolare Berlino 1936?
«È la perfezione dell’organizzazione tedesca. I tedeschi organizzano due olimpiadi in un anno perché fanno anche quella invernale, oggi sarebbe impensabile. Tante cose che loro hanno fatto in quelle olimpiadi poi sono diventate il paradigma organizzativo e ispirante di tutte le olimpiadi a seguire. Nessuno aveva mai pensato all’idea di portare la fiaccola dalle rovine dell’antica Grecia fino al luogo dell’Olimpiade. Fu Goebbels che pensò a questo per la prima volta. In più è la prima kermesse mondiale con una finalità di propaganda. L’idea è di Mussolini nel ’34 con il Mondiale però i tedeschi portano tutto a vertici impensabili».
Evento sportivo come propaganda di regime. L’opinione pubblica degli spettatori se ne rendeva conto?
«Penso proprio di sì. Anche se poi, nell’analisi storica mi permetto di far notare come i tedeschi siano riusciti ad aggirare l’aspetto propagandistico per come lo percepiamo ex post. Di fatto alla fine gli americani che dovrebbero boicottare non boicottano e realmente quell’olimpiade non è stata mai neanche vagamente boicottata. Eppure i venti di guerra nel ’36 erano più che evidenti, le leggi di Norimberga sono già promulgate. Si riesce ad aggirare il boicottaggio che oggi sarebbe del tutto normale ma all’epoca non l’aveva mai fatto nessuno e, grazie alla perfidia infinita di Goebbels, riescono a far sembrare le cose diverse da quelle che erano».
Qualche altro evento sportivo fra qualche anno ci sembrerà diverso da quello che era?
«Sinceramente il Mondiale del ’78 gli argentini cominciano a raccontarselo un po’ diverso. Gli atleti vogliono vincere, vogliono consegnarsi alla storia dello sport. Ti dicono “ma noi non ce ne accorgevamo”, in realtà non volevi accorgertene. Kempes non saluta Videla al momento della premiazione dopo aver vinto il Mondiale, dirà “eh ma c’era un milione di persone”, e poi postumo dirà “no, no, non volevo stringere la mano all’uomo che insaguinava il mio Paese”. Però  sono dette dopo queste cose, non nell’immediatezza».
Poi però i boicottaggi arrivarono per davvero.
«Le olimpiadi di Mosca vengono boicottate perché l’Unione Sovietica ha invaso l’Afghanistan nel ’79 e più di 60 nazioni boicottano. Poi il blocco sovietico boicotta Los Angeles 84 e da lì si è compreso che lo sport invece dovrebbe avere un’altra valenza e quindi il comitato olimpico ha gestito le Olimpiadi come un invito alla democratizzazione: alla fine lo sport anche se è corrotto, ed è più che mai corrotto e lo vediamo tutti i giorni, è l’unica forma che abbiamo per ricomporre le frizioni e le frazioni fra gli uomini».
Insomma togliamo di mezzo la retorica dello sport sano e pulito?
«Dai non scherziamo, lo sport è corrottissimo, lo è sempre stato ma adesso è arrivato ai punti di rottura. Il doping ha ovviamente inciso tanto, i soldi hanno inciso tanto».
Nonostante tutto la passione sportiva sopravvive.
«Perché comunque gli appassionati amano il gioco e non si fermano, il gioco è attraente, la gente vuole vedere il gesto. Nel ’94 la Fifa obbliga praticamente Maradona a venire a giocare il Mondiale negli Stati Uniti ma poi lo bastona facendo quello che doveva fare e il giorno dopo nel Bangladesh gli studenti non fanno gli esami perché gli hai tolto il giocatore più importante del mondo. Il calcio noi lo vediamo da questo angolo di occidentali che l’hanno sempre avuto ma nel mondo il calcio è l’esperanto del pianeta, lo vedono e lo giocano i monaci in Bhutan. Non lo puoi fermare perché ha un valore che va al di là del fatto che come tutto lo sport è palesemente corrotto».
Berlino 1936 è la storia di Owens, una storia unica che ha uno spazio importante nello spettacolo. Ma quali sono le altre storie di sport che hanno grande potenza?
«Ce ne sono quotidianamente, comqe quelle degli atleti portatori di handicap che sono degli eroi. Oppure basta pensare alla passione che le donne persiane hanno per il calcio da vedere e da giocare. E la difficoltà di potersi esprimere. A Udine mi è capitato di vedere una squadra iraniana che giocava col velo, che deve essere anche scomodo, ma non le fermi… e le italiane giocavano in braghe corte. Tutte queste vicende umane dimostrano che il mondo dello sport, che sia corrotto o no, resta il più bel mondo possibile perché le storie di sport con forte connotazione individuale umana sono le storie più belle in cui ci riconsociamo. Il motivo per cui siamo qua».

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