Ravenna Teatro e ciò che resta dello spirito da “stabile corsaro” delle origini

Parlano Alessandro Argnani e Marcella Nonni, direttori della storica realtà di produzione e non solo

Argnani NonniDa quasi un ventennio lo spettacolo dal vivo, a Ravenna, è legato in modo indissolubile a due dioscuri: la musica, a Riccardo Muti; il teatro, a Ravenna Teatro – ovvero al Teatro delle Albe e a Drammatico Vegetale, dal 1992 organizzatori dei cartelloni di prosa della città.

Lo “stabile corsaro” – come lo definì Marco Martinelli a pochi anni dall’insediamento – ha accompagnato la formazione culturale di quasi due generazioni di spettatori, e continua a sperimentare nuove forme di apertura alla città. Risale a quattro anni fa, ad esempio, la scelta di unificare il cartellone del teatro di tradizione e del teatro contemporaneo.

FAMILA MRT 24 11 – 02 12 20

IL PROGRAMMA DELLA STAGIONE DEI TEATRI

Dal 2018 Marcella Nonni – storico membro della compagnia – è affiancata nella direzione della cooperativa e nella creazione della Stagione dei teatri da Alessandro Argnani, figlio della prima covata di artisti cresciuti nel nido della non-scuola delle Albe. Ho chiesto a loro dove sta andando lo stabile corsaro e quale tipo di rapporto sussista fra gli interessi di compagnia e la gestione di un teatro pubblico, per capire che cosa ci riserverà il prossimo futuro.

È da ormai quattro anni che il cartellone della Stagione dei teatri riunisce tradizione e contemporaneo. Ricordo che l’inaugurazione dell’esperimento portò con sé titubanze e mormorii. Oggi, secondo voi, il pubblico si è abituato a questo modello?
Argnani
: «Negli ultimi due anni abbiamo avuto un aumento di spettatori, e questo ci rende felici. Abbiamo sempre continuato a coltivare un lavoro di relazione con la città: teniamo tantissimi incontri con le singole comunità per presentare questo cartellone, che in un certo senso, come tutte le stagioni, è esso stesso un’opera d’arte».

Di che aumento si parla?
A.: «Abbiamo superato la soglia dei duemila abbonamenti. Nell’ultimo anno abbiamo avuto circa 150 rinnovi. Anche grazie a un lavoro importantissimo che vogliamo continuare a fare con i più giovani, sia mantenendo un prezzo popolare dei biglietti, sia evitando le matinée per le scuole. Andare a teatro dev’essere una scelta autonoma per noi, senza forzature. Si tratta di crescere spettatori consapevoli».

Quanto è costata questa stagione?
A.: «Non è semplice fare un conto preciso dei costi della Stagione, perché non si riduce tutto ai cachet. Quest’anno la nostra cooperativa ha fatto un investimento di 40 mila euro. Tutti i contributi che riceviamo sono trasparenti sul nostro sito: riceviamo un contributo di circa 470 mila euro dalla convenzione comunale; un contributo simile dal MiBACT, quest’anno tagliato di circa 20 mila euro; e infine un contributo regionale, di 168 mila euro. A fronte di un contributo pubblico di più di un milione, il nostro budget, compreso dei proventi delle opere della compagnia, è di due milioni di euro. Questa è la cifra che muoviamo ogni anno. Facciamo grande attenzione ai dati economici, e anche per questo la cooperativa è sana: la nostra politica è sempre stata di uguaglianza salariale».
Nonni: «La maggioranza dei nostri collaboratori è assunta a tempo indeterminato, cosa rara nel mondo del teatro».

In un suo scritto del 1995, Marco Martinelli parlava di un pericolo insito nella trasformazione delle Albe da piccolo gruppo indipendente a grande gruppo di gestione teatrale. Una potenziale “trappola” per la compagnia. Alcune volte si è parlato di conflitto di interessi. Quanto influisce l’essere compagnia nella scelta dei titoli della stagione, ad esempio?
N.:
«Anni fa a gestire i teatri erano le famiglie. Sceglievano le opere e trattavano personalmente con gli artisti, senza alcun tipo di relazione. Noi abbiamo un’esperienza quarantennale di relazioni con altre compagnie, da quelle storiche a quelle più giovani. La nostra relazione non si esaurisce solo nella contrattazione, ma in percorsi consolidati negli anni, spesso anche di co-produzioni. Rapporti di confronto e di pensiero. Non l’abbiamo mai vissuto come conflitto d’interessi. È vero, ci sono e ci saranno ospitalità reciproche; ma in base a progettualità pensate. Non si tratta di una mera collezione di scambi. Non l’abbiamo mai praticata».
A.: «Il modello ministeriale è cambiato. I “teatri di rivelante interesse culturale” rischiano di cancellare la storia dei teatri di gruppo italiani. Siamo consapevoli di essere all’interno di un sistema pericoloso, ma cerchiamo di continuare a difendere lo spirito dello “stabile corsaro”, un teatro in movimento che non si chiuda in sé. Le relazioni con alcune compagnie sono forti: ma avere il Teatro dell’Elfo abitualmente a Ravenna fa bene alla città. Cerchiamo di alimentare la concorrenza a livello nazionale, ospitando compagnie che sono fuori da certe protezioni ministeriali, ma che fanno opere necessarie. Non abbiamo bisogno di difendere il nostro orticello».

La visione artistica delle Albe non rischia di passare al pubblico in modo troppo diretto?
A.:
«È ovvio che la nostra Stagione è frutto del nostro sguardo. Ma basta studiare il cartellone per rendersi conto che si tratta di compagnie poeticamente diversissime da noi. Pensiamo alla Socìetas Raffaello Sanzio, ad Antonio Latella. La responsabilità estetica ed etica è sempre quella di aprirsi alle verticalità del teatro contemporaneo, alzando sempre l’asticella».

A proposito di asticelle, penso ad esempio all’introduzione, nel 2017, del “Pullman a teatro” per collegare il forese ai teatri della città. Ci saranno novità simili, al di fuori dei titoli della stagione?
A.:
«Vogliamo allargare sempre di più le nostre relazioni con la città e col territorio. Tutte le nostre strategie sono finalizzate a incontrare nuovi compagni di viaggio. I pullman, le presentazioni, le “Storie di Ravenna” con Luparini, Gardini e Dadina: tutto va in questa direzione. Ci piacerebbe ad esempio creare nuovi contatti con i circoli del forese e le case del popolo: luoghi della socialità che rischiano di essere abbandonati. E un’altra cosa che faremo, a maggio al Rasi, sarà dedicare una settimana di “serate doppie” alle nuove drammaturgie ravennati».

Tra gli spettacoli della Stagione che mi interessano di più, c’è Inflammation du verbe vivre, dell’artista franco-libanese Wajdi Mouawad.
A.: «Mouawad è un artista mondo: regista, scrittore, drammaturgo, direttore di teatro, attore. Una figura di punta del teatro francofono, che abbiamo incontrato a Mons nel 2015, quando la città belga era capitale europea della cultura. In questo spettacolo farà i conti con Sofocle immerso in una macchina scenica mastodontica. Questa è una prima tappa del progetto che vogliamo portare avanti fino alle celebrazioni dantesche del 2021: ospitare per lunghi periodi, in città, autori di punta del teatro internazionale per retrospettive, workshop e presentazioni».

Qualche anticipazione per i prossimi anni?
A.: «Stiamo già prendendo i contatti con uno degli artisti più acclamati del teatro europeo, lo svizzero Milo Rau».

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