venerdì
25 Settembre 2026
Rubrica L'opinione

Dante, Teodorico e Byron: quanti stranieri in città

Condividi

I dubbi sollevati dal capogruppo di Fratelli d’Italia, Nicola Grandi, sulla lectio magistralis di Tomaso Montanari in apertura della seconda giornata delle celebrazioni dantesche (qui il nostro report) sono – oltreché ovviamente legittimi – molto interessanti. È lecito, si chiede Grandi, spendere soldi pubblici per una conferenza di uno studioso che ha contenuti così esplicitamente di parte? Perché è senz’altro vero che l’intervento di Tomaso Montanari è stato di parte e non ha risparmiato critiche, nell’ordine, all’amministrazione comunale di Firenze, alle politiche migratorie di mezza Europa e al governo in carica. La sua lettura è stata quello di un Dante “perdente” e “migrante”, è vero.
Montanari, intellettuale impegnato lui stesso, ha raccontato l’Alighieri più politico, pronto a “sporcarsi le mani” con le questioni che riguardavano il governo della sua città, senza rinchiudersi nella torre d’avorio dei letterati. Nel farlo ha costruito un discorso di enorme respiro, citando autori di lingue ed epoche diverse, tenendo Dante sempre al centro, leggendo testi magari meno noti al grande pubblico come il Convivio o le Epistole. Un discorso alto e insieme “pop”, ossia comprensibile ai più, e che puntava a rendere Dante quanto mai attuale. E questo è ciò che conta davvero. Montanari è uomo di parte, mai tenero con nessuna forma di potere, ed è studioso, intellettuale e appassionato militante. Se non vogliamo che il Sommo Poeta diventi un “sepolcro imbiancato”, se vogliamo che continui a parlare alle nuove generazioni, non possiamo pensare di lasciarlo solo a celebrazioni accademiche, ad esegesi “neutre”. Magari, il prossimo anno, potessimo avere una lettura antitetica su Dante, che deve poter essere maneggiato, interpretato, citato, adattato, tradotto nel senso più ampio del termine. Il rischio altrimenti è di perderne la portata contemporanea e trasformarlo in una cartolina della città senza grande significato.

Ma noi ravennati odierni possiamo fregiarci della sua presenza perché allora la città lo accolse, accolse un esule politico. E questa idea di “apertura” come foriera di fortuna è in realtà tutto l’anno che ce lo sentiamo ripetere e non solo o non tanto a proposito di Dante. Nel 1.500 anni dalla morte di Teodorico sono stati innumerevoli i momenti in cui gli storici ci hanno ripetuto come la grandezza dell’ultimo re dei Goti fu proprio quella di “mescolare”, di dare a Ravenna l’aura di una città internazionale all’incrocio di culture diverse. E anche questo potrebbe forse essere oggetto di strumentalizzazione politica, oppure, semplicemente, una riflessione obbligata in un’Europa di nazionalismi. Il passato di Ravenna, quest’anno più che mai, è lì a ricordarci che la storia è sempre un po’ più complicata di come a volte vorremmo vederla e che la nostra fortuna, pur qua isolati tra le paludi, non è mai stata nella chiusura. In fondo, lo stesso Byron, a cui è stato dedicato un museo, era uno straniero (oggi peraltro ExtraUe), così come lo erano Dante, Teodorico o perfino Apollinare, divenuto patrono della città. Che il Comune finanzi attività di alto respiro che ci aiutano ad attualizzare la memoria è importante, che queste siano “di parte” significa spesso che sono vive e sentite, ci spingono a riflettere e a confrontarci. E magari a esercitare la sempre utile arte del dissenso e della critica…

Condividi

Riviste Reclam

Vedi tutte le riviste ->

Chiudi