domenica
13 Settembre 2026
il racconto

Dante è ancora qui: la lezione di Montanari e la lettura di Gifuni riportano il Poeta nel presente

Le celebrazioni a Ravenna con lo storico dell'arte e l'attore. Esilio, potere, libertà e responsabilità collettiva: sette secoli dopo, le parole dell'Alighieri continuano a parlare a noi

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Lo storico dell’arte Tomaso Montanari e l’attore Fabrizio Gifuni sono stati i grandi protagonisti, a Ravenna, della giornata di celebrazioni dantesche di domenica 13 settembre, a 705 anni dalla morte dell’Alighieri.

Da noi intercettato durante la mattinata, Gifuni ha ringraziato il Teatro delle Albe per l’invito (leggerà poi un canto del Paradiso dal balcone del Palazzo della Provincia), ricordando il lungo rapporto di amicizia con Marcella Nonni, Marco Martinelli ed Ermanna Montanari. «Dante – ci dice Gifuni – è un’officina sempre aperta, un compagno di strada, periodicamente ci torno. Un libro meraviglioso come i Promessi Sposi la costrizione scolastica te lo fa mal digerire; credo che con Dante invece succeda meno, penso mantenga un certo magnetismo. Per un interprete italiano rimane fondamentale. Ho sempre amato i grandi sperimentatori del ‘900, Pasolini, Gadda, Testori, ma credo sia indispensabile partire da lì, da Dante, da Jacopone…».

Tomaso Montanari Alighieri

La mattinata era iniziata con la lectio magistralis di Montanari, Esule, oppresso, dissidente: Dante libero, al Teatro Alighieri. A suo agio, elegante e brillante, le sue parole si susseguono citando figure tra loro lontanissime, provenienti dai quattro angoli della terra e dalle più disparate discipline, ma accomunate da un rapporto con Dante e con i temi che la sua opera continua a porre. Comincia con una stoccata all’amministrazione fiorentina di oggi, poi si sposta alla fine del XIII secolo e all’inizio del XIV, dopo aver ricordato di essere un fiorentino che ha però origini ravennati: il cognome Montanari arriva infatti da Piangipane. «Come Dante si oppose all’invio di cento fanti a Bonifacio VIII, Ravenna ha bloccato il passaggio di armi dal porto», dice. Prosegue con don Milani, a cui torna più volte. «L’avarizia di salvarsi da soli, Dante non la accetta, sceglie la politica. Poteva essere un intellettuale a sé, vuole invece tentare di sortirne insieme». Si passa a Orwell: «Non è possibile oggi scindere la letteratura e l’arte dal potere». E poi Edward Said, Hannah Arendt, Ken Loach, Michel Foucault, Erich Auerbach, Ugo di San Vittore, Mahmoud Darwish. Riferimenti apparentemente lontani che finiscono per chiudersi tutt’intorno, come in un unico focolare, nel tema dell’esilio. «Non esiste nessuno più straniero di un neonato, l’esilio costringe alla fame e al mendicare, chi è costretto ad andare via sa che il pane straniero sa di sale e conosce il valore di spezzarlo insieme, di essere cum-panem». Un racconto di unione per tutte le genti del mondo.

Montanari parla di rapporti tra potere e verità, di ostracismo ateniese applicato alla Firenze del primo Trecento, di Dante stesso che nel De vulgari eloquentia parla del mare e dei pesci come rappresentazione dell’ancestrale apolidia umana. Ricorda quanto anche il Convivio e le Epistole siano fondamentali ancora oggi. «Dante liberato, Dante che ci libera», conclude.

Coro Tomba Dante

Si passa poi ai giovani cori di fronte al Dantis Poetae Sepulcrum. Le Albe interpretano passi della Vita Nova, il canto e la recitazione si alternano. Precedono il contrabbassista Piermatti che, con un intenso pezzo in solitaria, apre le porte a Gifuni. La lettura è densa, carica, ritmata dagli endecasillabi che scorrono veloci in piazza San Francesco. In tanti ascoltano, le parole riecheggiano lontane. L’XI canto, nel cielo del Sole, racconta San Francesco d’Assisi; Dante dirime dubbi e questioni su potere, ricchezza, fatiche e inutili affanni umani. La mattinata finisce nelle chiacchiere di chi non si reca alla messa commemorativa di mezzogiorno.

Persone Dante Piazza

A distanza di sette secoli siamo ancora qui, vagamente inflazionati, a ricordare un poeta. Dovrebbe essere un grigio atto puramente istituzionale e patriottico, eppure Dante conserva vita. Questi eventi continuano a raccontare qualcosa, anno dopo anno. I presenti in piazza, al sepolcro, al teatro, forse hanno capito che si stava parlando anche di loro. Dante prende le più grandi paure, le immondizie umane, i peggiori crimini, le più grandi storie d’amore e di virtù e, attraverso la maestria e la complessità di una lingua che per primo veste di bianco e ci porge chiara, a tutto tondo, ci pone problemi immensi, a cui lui in parte risponde, in un modo mai visto prima e mai più rivisto. Noi possiamo solo restare a leggere e interpretare.

«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza», legge il sindaco Alessandro Barattoni in apertura all’Alighieri. Questa mattina, a Ravenna, per un paio d’ore, la bellezza ha salvato il mondo.

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