Omicidio Minguzzi, non è una serie tv

 

Andrea AlberiziaDue carabinieri alla sbarra per sequestro di persona, omicidio e occultamento di cadavere con un amico; tante testimonianze in aula piene di amnesie; un mitomane che si attribuisce reati non compiuti per fare colpo su una donna; un fantomatico 007; la sensazione di depistaggio nell’aria. Non è una nuova serie tv su Netflix, ma lo scenario che sta uscendo dalla corte d’assise di Ravenna. E forse c’è tutto quello che serve per farne una fiction.

L’8 novembre in scena la decima udienza in sei mesi per la morte di Pier Paolo Minguzzi: nel 1987 un ventunenne di Alfonsine, terzo genito di una facoltosa famiglia di imprenditori dell’ortofrutta, fu rapito e ritrovato morto dopo dieci giorni in cui vennero chiesti trecento milioni di lire come riscatto. Per la prima volta si celebra un processo dopo che nel 2018, per la prima volta, ci sono state le prime persone indagate. Un cold case, a proposito di serie tv.

Però c’è un aspetto non secondario per comprendere i contorni dei fatti. Le nuove indagini non hanno sfruttato tecnologie o strumenti che 34 anni fa non esistevano. È vero che gli accusati nel frattempo sono diventati proprietari di telefonini inesistenti all’epoca – anche se uno degli imputati non ha uno smartphone e gli investigatori hanno avuto meno materiale – e sono stati intercettati ottenendo materiale utile. Ma l’accusa si regge soprattutto sulla comparazione di due voci al telefono, una perizia tecnica eseguibile anche a quel tempo. Perché non è stata fatta? È una domanda che al momento non ha avuto ancora una risposta in tribunale e continua a girare nelle teste di chi segue il processo.

Un’altra caratteristica di questa inchiesta giudiziaria è la scomparsa di documenti dal primo fascicolo. Per quanto emerso in aula si sa che non è più disponibile una bobina di una registrazione di una telefonata e per quanto affermano gli avvocati di parte civile mancano le foto dell’autopsia. Poca attenzione nel conservare il materiale o altro?

La sensazione di voler chiarire se un depistaggio c’è stato emerge anche dalle puntuali domande poste a più testimoni dal presidente della corte. E come non farsi incuriosire dalla figura del brigadiere Ciccio? Così si sarebbe presentato un militare alla fidanzata del giovane. Non poteva dirle il vero nome perché era un agente sotto copertura. Cosa ci faceva uno 007 sulla scena? Perché per un anno rimase dietro alle telefonate e alle lettere di un mitomane che teneva contatti con la stessa ragazza?

In aula è stato chiamato a testimoniare un 73enne che ha lavorato per i servizi segreti dal 1980 al 2001 e nelle carte di un altro processo è stato identificato con l’alias Ciccio. Davanti al giudice ha detto che non è mai stato da queste parti. Ma se James “Ciccio” Bond era davvero sul caso, l’avrebbe detto? Di solito, nelle serie tv, si portano i segreti fino alla tomba.

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