Per non dimenticare quei due omicidi irrisolti

Andrea AlberiziaIl 12 settembre saranno passati tre anni esatti da quando un 46enne è stato ammazzato con cinque colpi di pistola calibro 22 alla schiena sulla spiaggia di Casalborsetti, mentre mangiava un frutto seduto su un pattino a pochi passi dagli ultimi bagnanti che si godevano il sole di un sabato pomeriggio di fine estate. La vittima è Mor Seye: due mogli e otto figli in Senegal, in Italia venditore ambulante dopo il fallimento dell’azienda per cui faceva l’operaio in Veneto. La persona che ha fatto fuoco non ha ancora un nome ma solo un sommario identikit, diffuso un paio di mesi dopo il delitto, che a qualcuno ha ricordato il Bob della serie tv Twin Peaks.
«Capelli come la criniera di un leone», dissero gli investigatori riportando le parole di alcuni testimoni. Quel ritratto, fatto dagli esperti mettendo insieme frammentarie testimonianze raccolte dalle indagini dei carabinieri tra bagnanti e residenti, non ha portato a niente di concreto.

Non è la prima volta che scriviamo di questa storia, non è la prima volta che ricordiamo che il delitto è rimasto per il momento irrisolto. Così come irrisolto è quello avvenuto alla fine del 2015 in una cava a Savio: un vigilante, il 42enne Salvatore Chianese, ucciso da una fucilata da dietro alla testa mentre era di pattuglia di notte. Non c’è un colpevole ma i sospetti degli inquirenti sono concentrati su Norbert Feher, passato alle cronache come “Igor il russo” e oggi in carcere in Spagna.
Sono il sedicesimo e diciassettesimo omicidio senza un colpevole in provincia di Ravenna dagli anni Settanta ai giorni nostri. Ma prima dei due delitti del 2015 era dal 1998 che un killer non sfuggiva alle indagini.

Uno di questi diciassette però potrebbe conoscere una soluzione nei prossimi mesi. La salma di Pier Paolo Minguzzi, 21enne di Alfonsine ucciso nel 1987 nel tragico epilogo di un tentativo di sequestro a scopo di estorsione, è stata di recente riesumata per ulteriori accertamenti alla luce di nuove evidenze emerse dalla riapertura del fascicolo di indagine che ora vede tre persone indagate. A spingere per la riapertura del cold case sono stati in particolare i familiari del ragazzo, con l’assistenza di un avvocato che districandosi tra le maglie della giurisprudenza ha depositato un ulteriore esposto. Una legittima richiesta di giustizia, come una sorta di attività di lobby, che difficilmente possiamo aspettarci dai congiunti di un ambulante che vivono in Africa.
Ma va detto che non c’è stata molta collaborazione nemmeno da parte delle persone più vicine al 46enne che alloggiava a Lido Adriano, ospite di conoscenti. Gli inquirenti hanno lasciato intendere di aver trovato un clima ai confini dell’omertà.
Sono passati 31 anni dal caso Minguzzi e sono migliorati gli strumenti a disposizione degli inquirenti. Sarebbe un peccato dover aspettare altri ventotto anni per arrivare a dire chi ha ucciso Seye e Chianese.

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