«I Servizi sociali ci hanno separato e lasciato mia figlia senza il padre»

Un altro caso di famiglia divisa dopo lo sfratto. «Ci hanno detto che finiremo sotto un albero». L’avvocato: «Andrò fino a Strasburgo»

Un’altra storia di ordinaria disperazione. La crisi, anche a Ravenna, continua a farsi sentire in termini di emergenza abitativa e le istituzioni non sono ancora in grado di fornire una risposta convincente, nonostante la recente apertura del cosiddetto albergo sociale (vedi articoli correlati). Il problema è sempre lo stesso: nel caso la famiglia sfrattata sia composta da madre, padre e bambini, l’unica soluzione trovata da Servizi sociali (e quindi Comune di Ravenna) per affrontare l’emergenza è quella, di fatto, di dividerla.

Un altro caso è quello di Giovanna (nome di fantasia, che preferiamo utilizzare al posto di quello reale per evitare di rendere riconoscibile la minorenne coinvolta), che incontriamo all’albergo Cherubini di Ravenna, dove ha vissuto fino a pochi giorni fa insieme alla figlia 13enne e al marito, dopo lo sfratto della scorsa estate.

Il marito, carpentiere, ha perso il lavoro nel 2011 e da allora, nonostante il curriculum inviato in varie aziende del territorio, non ha più trovato occupazione, fatta eccezione per alcuni piccoli lavoretti saltuari. Per circa 9mila euro di affitti non pagati, la famiglia quindi è stata sfrattata dal proprio appartamento in cui viveva dal 2009, a Ravenna, lo scorso 31 luglio. E come ormai da prassi per i servizi sociali – in particolare prima dell’apertura dell’albergo sociale (che resta comunque insufficiente, avendo a disposizione solo 9 stanze) – l’emergenza viene affrontata dando ospitalità a donne e bambini e lasciando invece gli uomini al loro destino.

In questo caso, dopo lo sfratto, Giovanna e sua figlia sono state ospitate (gratuitamente) al Cherubini di via Rocca Brancaleone. Che, grazie alla disponibilità della titolare, ha accolto anche il marito in cambio di una tariffa di favore di 10 euro al giorno. «In questo albergo ci siamo sentiti subito a casa, come in una grande famiglia – racconta Giovanna –, potevamo contare anche su un piccolo frigorifero e un forno a microonde per potere arrangiarci per i pasti». Una situazione precaria che si stava stabilizzando, ma che i Servizi sociali non possono naturalmente permettersi di rendere stabile. E così alla famiglia viene chiesto di trovarsi una sistemazione alternativa, tramite gli affitti privati. «L’assistente sociale ci ha fatto firmare un foglio in cui ci impegnavamo a trovare un appartamento, arrivando quasi a minacciarci: durante il colloquio infatti a mia figlia di 13 anni che chiedeva cosa sarebbe successo se non avessimo trovato un’alternativa, le è stato risposto che saremmo finiti sotto un albero. Lei si è messa a piangere e non c’è bisogno che le spieghi come sta vivendo questa situazione…».

La famiglia campa grazie al lavoro della madre, un lavoro a tempo determinato e a chiamata, che in media fa guadagnare a Giovanna circa 800-900 euro al mese, di cui, come detto, circa 300 in questi mesi sono andati nell’albergo per il marito. «Abbiamo cercato un affitto ma i privati chiedono almeno due contratti, non danno un appartamento a una famiglia con un disoccupato e una donna con contratto a chiamata. Se ci hanno aiutati dai Servizi sociali nella ricerca? No. E tra l’altro nessuno è mai venuto in albergo per vedere come stavamo».

«Mia figlia – continua Giovanna – è molto legata al padre e facendo io i turni, anche di notte, non posso permettermi di lasciarla da sola in un albergo. E poi vorrei essere io a decidere se lasciare o meno mio marito, non voglio che siano i Servizi sociali…». Per questo motivo la famiglia ha rifiutato l’offerta di andare nel nuovo albergo sociale, dove l’uomo non sarebbe potuto entrare.

E sono rimasti all’albergo Cherubini fino a che, proprio in questi giorni, la struttura non ha interrotto la propria collaborazione con i Servizi sociali e la famiglia è stata indirizzata dagli stessi in un altro albergo sui lidi ravennati, dove però non è stato concesso loro l’utilizzo né di un frigorifero, né di un microonde. E soprattutto, su indicazione delle istituzioni, non è stato ammesso il marito di Giovanna – a cui è stata data la possibilità di usufruire solo di una camera singola al costo di 40 euro al giorno – che in questi giorni è così rimasto al Cherubini. Famiglia divisa e bambina e mamma disperate. «Mia figlia quest’anno deve fare anche l’esame di terza media ed è provatissima. A me credo che alla fine i Servizi sociali faranno perdere invece anche il lavoro, perché da sola sto rifiutando alcuni turni per non abbandonare la bambina…».

La famiglia è seguita da un po’ di tempo gratuitamente dall’avvocato Andrea Maestri, dello sportello Avvocato di Strada (che ha anche regalato alla bambina zaino e materiale didattico per la scuola), che in una lettera inviata anche ai Servizi sociali ha minacciato di portare il caso fino alla Corte europea di Strasburgo per i diritti dell’uomo per fare in modo che non venga separata una famiglia in difficoltà.

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