Antimafia, palazzina sequestrata: indagini sui soldi usati per acquisto e lavori

Nel 2005 l’investimento di una società che secondo i magistrati riciclava denaro sporco proveniente dai clan della camorra. Ristrutturazione mai finita: danno e beffa per chi ha seguito il cantiere

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La palazzina in via Garibaldi a Russi sequestrata in un’inchiesta dell’Antimafia di Napoli perché di proprietà di una società sospettata di riciclaggio

Il cantiere ottenne il permesso per costruire a ottobre 2005, a febbraio 2009 venne depositata una variante per il completamento ma la fine lavori non è mai arrivata. Eppure mancano solo le rifiniture: secondo una perizia richiesta qualche tempo fa dal tribunale infatti ora servirebbero poco più di centomila euro per ultimare la ristrutturazione di una palazzina già costata finora alcuni milioni. L’edificio composto da 27 posti auto, 34 cantine, cinque negozi e 37 appartamenti a Russi, in via Garibaldi nei pressi dell’incrocio con via Trieste, secondo i magistrati della Dda di Napoli è un segno di cemento delle infiltrazioni camorristiche in Emilia-Romagna. L’immobile infatti  è tra gli oltre mille posti sottosequestro dal 12 luglio in una vasta operazione contro i clan della malavita.

Sergio Retini, sindaco di Russi in carica dal 2009, ricorda cos’era prima dell’intervento: «Una struttura fatiscente, al piano terra c’era una vetreria e gli appartamenti erano ormai tutti sfitti». Poi arrivò la società Pep Immobiliare con sede a Bologna, comprò tutto e presentò il progetto di riqualificazione: «Erano anni in cui il mattone tirava, si costruiva tanto. E forse non sempre bene. Ma era difficile poter capire che dietro a un investimento immobiliare si potesse nascondere un presunto riciclaggio di denaro sporco». Ma un cantiere avviato nel 2005 e non ancora finito dopo dodici anni, con la conseguente immobilizzazione di almeno una decina di milioni di euro, non avrebbe dovuto far suonare un campanello d’allarme negli uffici dell’amministrazione prima che arrivasse l’antimafia? «Non è l’unico caso con queste caratteristiche a Russi. Gli investimenti edilizi rimasti incompiuti per i colpi della crisi non necessariamente nascondono questioni così gravi».

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La società Pep è nel mirino dei magistrati perché nei suoi conti correnti è entrato un fiume di soldi con provenienza difficile da tracciare. Centinaia di migliaia di euro, a volte con massicci versamenti in contanti e a volte con bonifici. La causale era sempre “finanziamento soci” ma chi metteva il grano era quasi sempre Antonio Passarelli che socio non era ma solo padre di uno dei soci. Le quote della Pep sono infatti divise al 50 percento tra Emanuele Di Spirito e Pasquale Passarelli, 55 e 40 anni di Napoli: ora il primo è in carcere e il secondo ai domiciliari. Devono rispondere a vario titolo di associazione camorristica, truffa alle assicurazioni, riciclaggio, violenza, intestazioni fittizie. Secondo l’ipotesi degli investigatori la Pep non era altro che una lavatrice della camorra: una scatola fondata a Bologna da persone vicine ai clan per fare da collettore dei guadagni illeciti dell’attività criminale e riciclarli con investimenti leciti, in particolare il mattone. Senza il reale bisogno di fare reddito perché le risorse economiche sono l’ultimo dei problemi per la malavita: forse anche per questo l’opera non è mai stata ultimata e non si è mai proceduto a piazzare i locali sul mercato.

E così può accadere che certi affari lascino scottature nel tessuto sano dell’imprenditoria. Nel caseggiato di Russi è capitato alla Bierredi. La ditta di Ravenna ha lavorato per la Pep. Nel 2011 è fallita e un peso l’ha avuto anche l’andamento del cantiere russiano. La curatela fallimentare ritiene di dover avere ancora 225mila euro dalla Pep: per quella cifra l’azienda aveva proposto il completamento delle opere e la ricerca di un compratore ma la Pep non ha mai accettato l’accordo e sulla cifra si è aperto un contenzioso in tribunale. Va ricordato che cinque degli appartamenti oggi sono della Bierredi che li accettò come compensazione di un credito. Per fare cassa avrebbe dovuto rivenderli ma di fatto è stato praticamente impossibile se si considera che sono in uno stabile che non ha mai ottenuto l’agibilità perché da ultimare. Infine sugli immobili ancora della Pep pende un’esecuzione immobiliare derivata dalla procedura esecutiva avviata dalla banca che aveva concesso i finanziamenti.

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