Nascosti tra i carciofi i soldi da riciclare: sette arresti, sequestrati 20 milioni

Presunta associazione per delinquere: un noto imprenditore di Russi del settore vinicolo, già arrestato nel 2012, in affari con i clan pugliesi per ripulire i soldi da usura ed estorsioni e far rientrare i suoi capitali scudati

Il colonnello Andrea Fiducia, comandante provinciale della guardia di finanza

Follow the money, segui i soldi, consigliava Gola Profonda per ricostruire lo scandalo Watergate nel film “Tutti gli uomini del presidente”. Qua il contesto è diverso ma seguire la traccia lasciata dal denaro – spostato in formato elettronico con bonifici o in contanti dentro a grandi borsoni nascosti tra casse di carciofi nel baule dell’auto – è quello che ha fatto anche la direzione investigativa antimafia (Dia) di Bologna, coordinata dalla procura di Ravenna, arrivando a individuare un presunto gruppo criminale specializzato, soprattutto mediante l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti nel settore vitivinicolo, nel riciclaggio di capitali sporchi. Sette persone arrestate ieri, 15 dicembre, eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare: tra loro il 48enne imprenditore Vincenzo Secondo Melandri di Faenza, noto anche come “il re del vino” per l’attività della sua azienda “Alla Grotta” di Russi. Contestualmente è stato disposto anche il sequestro di un ingente patrimonio, stimato in oltre venti milioni di euro, tra cui figurano tre società, investimenti finanziari e immobili tra Ravenna e Foggia. Oltre alla Dia ha lavorato alle indagini la guardia di finanza di Ravenna.

Melandri è stato fermato in una stanza d’albergo a Manduria. È considerato il vertice e fu già arrestato nel 2012 con altre ventitrè persone legate alla criminalità organizzata foggiana: un anno fa gli sviluppi giudiziari di quella vicenda sono sfociati in una condanna in appello a quattro anni di reclusione. Secondo l’ipotesi di questo nuovo filone d’indagine (pm Alessandro Mancini e Lucrezia Ciriello) le cose starebbero così in buona sostanza: le radici del sodalizio erano in Puglia (vicino al clan Piarrulli-Ferraro) dove ci si occupava del core business più rozzo attraverso reati come usura ed estorsioni per accumulare fondi illeciti, mentre in provincia di Ravenna c’era Melandri che manovrava bonifici e carte per far girare la lavatrice delle banconote.

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In cella sono finiti anche Gerardo Terlizzi (56 anni, fratello del più noto Giuseppe, reggente del clan Piarrulli-Ferraro), i fratelli Pietro e Giuseppe Errico (55 e 66), anch’essi vicini al citato clan, e Rosa D’Apolito (53). I primi tre originari di Cerignola e la quarta di Monte Sant’Angelo. Mentre sono ai domiciliari la 53enne faentina Roberta Bassi (compagna e socia in affari di Melandri) e Ruggiero Dipalo che il colonnello Aniello Mautone della Dia bolognese, nella conferenza stampa negli uffici del palazzo di giustizia di Ravenna, definisce «una testa di legno al servizio del gruppo».

Il fascicolo incardinato in procura a Ravenna, come detto, nasce da una costola dell’operazione Baccus partita da Bari anni fa e arrivata da poco alle condanne in secondo grado. Gli inquirenti avevano accertato che Melandri aveva accumulato e depositato a San Marino oltre 23 milioni di euro di presunti illeciti guadagni, di cui nove ancora sotto sequestro dalle autorità del Titano per riciclaggio. I restanti 14 invece erano stati rimpatriati in Italia su tre conti correnti a lui intestati tra fine 2009 e inizio 2010 sfruttando lo scudo fiscale. Seguendo questi spostamenti di denaro è nata l’indagine Malavigna.

Gli investigatori si sono accorti che nel 2014, tre mesi dopo il termine dei domiciliari quando ancora “Alla Grotta” era sotto sequetro preventivo, Melandri creò la società Melandri Trading (le Fiamme Gialle di Ravenna hanno un corso una verifica fiscale su questa società) attiva nello stesso settore del commercio e intermediazione di uve, mosti e vini con sede a Russi a casa della nonna del fondatore e base operativa a Castel Bolognese (due anni dopo il 90 percento delle quote passò alla compagna). Dal 2015 fino a due mesi fa nelle casse di questa società sono entrati circa tre milioni di euro come prestiti fruttiferi del socio. Secondo gli investigatori quei soldi farebbero parte del capitale scudato accumulato illecitamente in passato.

I pugliesi, attraverso finte società vitivinicole intestate a dei prestanome, emettevano fatture fittizie alla società Melandri Trading per la vendita di prodotti in realtà mai corrisposti. L’attività serviva a ripulire il denaro sporco proveniente da usura, dall’esercizio abusivo di attività finanziarie e frodi fiscali. Di fatto alla società di Melandri arrivava il denaro contante (corrispondente all’importo delle fatture senza Iva) con corrieri che partivano da Cerignola in auto e successivamente l’imprenditore procedeva a pagare con bonifico le fatture maggiorate dell’Iva. Valige contenenti centinaia di migliaia di euro che viaggiavano da Sud a Nord (dodici consegne solo tra agosto e dicembre 2010) e poi Melandri restituiva ai pugliesi tramite bonifici bancari con cui pagava le fatture false emesse da società cartiere e subito svuotate dagli affiliati ai clan. A svelare il meccanismo illecito alla base dell’inchiesta Baccus era stato un imprenditore vittima di attività usurarie.

Il sistema nella versione 2.0 avviata dopo la scarcerazione dai domiciliari, consentiva ancora ai foggiani di riciclare il denaro sporco e di incassare gli importi corrispondenti all’Iva (mai versata nelle casse erariali) e a Melandri invece di riciclare le disponibilità finanziarie rimpatriate da San Marino e di abbattere i ricavi della sua azienda grazie alla registrazione in contabilità di costi inesistenti. Non solo: sulle citate operazioni commerciali fittizie, fatturate per oltre cinque milioni di euro, l’azienda ravennate ha beneficiato anche di indebite detrazioni di imposta per circa due milioni di euro.

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