Dalle barche di Lampedusa opere per conservare la memoria

Alla Classense fino al 18 marzo la mostra di Massimo Sansavini: «Figure semplici per parlare a un pubblico il più vasto possibile». Il mosaicista forlivese si è formato a Ravenna, è andato personalmente a sezionare i relitti arrivati dall’Africa: Siamo sicuri che sia questa Europa dei muri che vogliamo?»

ArtistaCi ha messo quasi un anno, ma alla fine ha ottenuto tutti i documenti per poter prelevare e utilizzare quei materiali di risulta che altrimenti sarebbero andati distrutti dopo il sequestro: le barche di legno con cui tanti migranti hanno raggiunto Lampedusa in un viaggio che per molti di loro ha significato la morte. Lui è Massimo Sansavini, scultore forlivese cresciuto artisticamente a Ravenna tra Liceo artistico prima e Accademia di Belle Arti poi, che queste barche è andato, con moglie e figlia, a sezionarle e per portarle in Romagna e trasformarle in opere d’arte che sono, di fatto, mosaici, per raccontare un “Diario di Vite dal Mare di Sicilia”. Pannelli laccati di azzurro su cui si stagliano, come ci ha raccontato lui stesso in un incontro alla Casa delle Culture in preparazione della mostra visitabile fino al 18 marzo alla Manica Lunga della Classense, «forme semplici e universali, per fare un racconto per il futuro, per lasciare una traccia per quando si potrà riflettere meno di pancia su quello che sta accadendo».

A muovere Sansavini, ci racconta, fu il naufragio dell’ottobre 2013. «Da lì ho cominciato a seguire le notizie, ho cominciato a raccogliere articoli di giornale e mi sono accorto che l’interesse dei media dipende dal numero dei morti». E così ogni pannello è corredato da un articolo di giornale che racconta un naufragio. Sei vittime rimaste in mare, sei elementi sul pannello. Figure costruite con i pezzi di legno ricavati da quelle imbarcazioni colorate che Sansavini ha recuperato e scelto proprio sulla base dei diversi colori e che sono stati tagliati e montati sì, ma, appunto, non ridipinti.

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Opera«Nelle barche abbiamo trovato anche tanti oggetti – racconta ancora – è stato davvero impressionante. Sulle imbarcazioni i migranti vengono divisi in base al prezzo del “biglietto” per così dire: chi paga meno in stiva, chi di più in coperta. E chi sta sotto passa dai tre ai cinque giorni al buio. Là sotto fa caldo ed entra acqua e così molti si spogliano per tamponare le falle. E quando arrivano e vengono tratti in salvo lasciano lì i loro pochi averi, che sono stati sequestrati insieme alle barche: abiti, qualche giocattolo, torce…».

Oggi barche come quelle non arrivano più, perché sono cambiate le rotte e si preferiscono i gommoni, più piccoli, che fino a poco tempo fa potevano contare sull’intervento di salvataggio delle Ong. Adesso, come noto, tante barche non partono più perché i migranti sono bloccati in centri in Libia grazie agli accordi con del governo italiano con quello locale. E così quei pezzi di legni raccontano una storia, Sansavini ne é convinto, che dovrà essere sedimentata ed elaborata. «Quello che spero di riuscire a fare io è sollevare qualche domanda, indurre qualche riflessione. Oggi tutto è dominato dalla pancia, ma quelle persone sono prima di tutto esseri umani. Davvero vogliamo un’Europa fatta di muri»? E un dito puntato contro questa Europa è quel titolo della mostra “Touroperator” in un lettering che richiama il terribile “Arbeit macht frei” dei campi nazisti. Una beffa feroce perché «l’arte non può essere solo rassicurante».

PesciE l’invito a misurarsi con questo linguaggio musivo che racconta un pezzo di storia del presente in questi anni è stato raccolto in più parti, la mostra è già stata allestita in luoghi molti diversi e continua a essere richiesta (i pezzi non sono in vendita). Ora arriva a Ravenna dove, fino al 18 marzo, al mattino sarà visitata anche da 19 classi delle medie con cui la Casa delle culture ha sviluppato un progetto sul viaggio. «Si è trattato di un programma in quattro incontri – ci spiega la responsabile Antonella Rosetti – il quarto dei quali sarà proprio la visita alla mostra. è stato un percorso intenso dove i ragazzi sono stati chiamati a confrontarsi con il viaggio dei migranti e anche con se stessi». Un lavoro per abbattere i pregiudizi che prende una forma inaspettata dunque, dentro una sala delle biblioteca Classense che sarà aperta a tutto il pubblico nei pomeriggi e anche nei week end. Chiusa il lunedì.

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