Tra narrazione e indagine, la parabola di Raul Gardini e di un’epoca

In libreria Matteo Cavezzali con Icarus, a metà tra romanzo e inchiesta: «È stato un momento di passaggio, in cui la città è stata capitale per poi tornare di colpo invisibile»

CavezzaliÈ in libreria dal 5 luglio il primo libro di Matteo Cavezzali, classe 1983, per noi innanzitutto uno storico collaboratore, diventato negli ultimi anni anche l’apprezzato direttore artistico della rassegna “Il tempo ritrovato” e del festival “ScrittuRa”, l’uomo insomma che sta portando in città le firme nazionali e internazionali del mondo editoriale. E ora si trova per la prima volta in veste di scrittore, con un libro, Icarus, che sta a metà tra la cronaca e la fiction, con cenni autobiografici. Su un tema destinato a suscitare molta attenzione, sicuramente in città, ma non solo: la vicenda di Raul Gardini, a 25 anni dalla morte avvenuta il 23 luglio 1993. L’editore è Minimum Fax, combattiva casa editrice romana nota per lo straordinario catalogo e la qualità della proposta.

Non potevamo che approfittarne per intervistarlo, anche perché, premessa necessaria, il libro è un interessante mix di registri, orchestrato in modo da creare suspense senza rinunciare alla profondità dell’analisi, a tratti anche molto divertente, decisamente appassionante. E oltre a raccontare la parabola di un uomo, comunque la si pensi, fuori dall’ordinario, soprattutto ricostruisce il clima di un’epoca di passaggio cruciale.

FAMILA MRT 15 – 21 10 20

Matteo, quale urgenza ti ha spinto a scrivere un libro su Raul Gardini?
«È una storia che mi ha sempre affascinato, credo che delle vicende che sono successe a Ravenna negli ultimi anni, dal Dopoguerra a oggi, sia quella che ha colpito l’immaginario di tutti, una parabola fulminante che ha portato la città agli apici del mondo per poi farla risparire dalle mappe, dopo la sua morte».
Su Gardini sono state però già scritte tante cose in questi venticinque anni…
«Sì, soprattutto cose saggistiche, mancava invece una narrazione romanzesca della vicenda. Mi sembrava che si fosse cercato sempre di afferrare qualcosa che però non era afferrabile con gli strumenti della cronaca».
Il tuo libro è di fatto un ibrido, in effetti, dove c’è una parte di inchiesta che ricostruisce fatti, alternata a parti (in corsivo nel testo) dove invece sei tu a immaginare dialoghi, incontri, situazioni. Un mix a cui non siamo troppo abituati da queste parti, come ci hai lavorato?
«Da molto tempo volevo fare qualcosa su Gardini, ma non sapevo da che parte prendere questa storia, perché è una vicenda con buchi e zone buie in cui non si sa cosa sia successo, ma senza i quali la storia non fila, non torna. Allora ho pensato di colmarli con il romanzo inventando alcuni passaggi che potessero rendere comprensibile questa storia. E ho anche deciso che dentro dovevano starci tutti i punti di vista, anche i pezzi dissonanti tra loro, in modo da permettere al lettore di farsi un suo percorso e una sua idea. In Italia operazioni così non sono molto frequenti, ma per esempio in Sudamerica con il “realismo magico” la narrativa sta raccontando tante verità mai venute a galla, come quella dei desaparecidos».
Icarus CoverTra i misteri naturalmente che avvolgono la vita di Gardini c’è quello sulla morte. C’è chi non ha mai creduto all’ipotesi del suicidio. Nel libro ne parli diffusamente ma non sembri prendere posizione. Anche se emerge chiaramente che l’indagine è stata per lo meno affrettata…
«Quando è arrivata la polizia non c’era più niente, neanche il cadavere. E oggetti come l’arma del delitto erano stati spostati. Come si fa a fare un’indagine? Ed è stata sicuramente chiusa in tempi molto rapidi. Evidentemente c’era la fretta di non creare un caso che potesse bloccare le altre inchieste».
Tu metti quella di Gardini in fila con altre quattro morti…
«Sì, in una serie di cinque morti collegate in quegli anni, tutti o suicidi che non erano tali o morti naturali che non sembravano naturali. Di questi cinque almeno di tre siamo quasi sicuri che fu una messa in scena. Volevo tenere aperte tutte le piste su come potrebbe essersi svolta quella mattinata e una cosa è sicura, da quella stanza sono passate molte persone quella mattina, che hanno preso documenti».
Siamo all’epoca in piena tangentopoli, Gardini doveva essere proprio quel giorno ascoltato da Di Pietro…
«Sì, si è trattato di un passaggio storico per il nostro paese e credo che sia una vicenda che valga la pena riscoprire perché in quel momento tutte le trame peggiori e i complotti sono giunti al pettine».
A un certo punto si ipotizza che tutto avvenga perché crollato il muro di Berlino non ci sia più timore che i comunisti vadano al potere. Credi davvero nello zampino della Cia?
«Secondo me non può essere un caso che tutto avvenga proprio in quel momento. Un sistema finisce nel momento in cui non serve più».
Dopo Mani Pulite andò al potere Berlusconi. Come sarebbe stata l’Italia se invece Gardini fosse sceso in campo?
«Gardini ha anticipato l’antipolitica: lui detestava i politici e per questo molti lo amavano. Riusciva a fare cose nonostante la politica, se fosse sceso in campo lui non è difficile immaginare che avrebbe preso molti voti e forse, chissà. avrebbe puntato sull’innovazione. Avrebbe anche avuto uno sguardo internazionale che i politici di oggi non hanno. Certo avrebbe anche lui avuto un notevole conflitto di interessi…».
Eppure, come provi a ricostruire, lui è considerato colpevole di aver pagato quella che fu definita la madre di tutte le tangenti. Come è possibile che anche qui in città, più passa il tempo e più assistiamo a un processo quasi di beatificazione?
«Allora Di Pietro era un idolo popolare, oggi che Di Pietro è finito in disgrazia, non c’è più quel conflitto e per la città resta solo la parte migliore di Gardini. Però a livello narrativo e forse celebrativo credo che per rendere giustizia a una figura bisogna ricordare anche gli aspetti negativi, per evitare di creare santini che hanno poco a che fare con ciò che è stato».
Tu per esempio ricordi sentenze che vedono Cosa Nostra coinvolta nella Calcestruzzi, il ruolo dell’Opus Dei nello smistare le tangenti e arrivi a ipotizzare addirittura un’affiliazione di Gardini alla massoneria, pur senza convinzione…
«Era un momento in cui si era capito che sarebbe cambiato l’equilibrio di poteri e tutte le forze volevano riposizionarsi, sono momenti pericolosi nessuno si sente al sicuro e quindi è facile che persone scompaiano e muoiono. Diciamo che a Ravenna la massoneria ha sempre avuto un ruolo determinante nella vita pubblica e un’influenza nazionale forte e non è impossibile che un personaggio di grande rilievo non sia stato avvicinato da questa realtà. Paolo Mondani, giornalista di Report, mi ha fatto notare che c’erano alcuni elementi in tutta la vicenda che portò alla morte di Gardini che sembravano segnali rivolti a un pubblico di affiliati. E quindi ho immaginato che questo contatto fosse avvenuto. Ma mi sono anche fatto l’idea che Raul Gardini fosse un uomo molto solitario, che difficilmente faceva cose con altri, era uno che si metteva in relazione con i poteri che avrebbero potuto aiutarlo o danneggiarlo, ma senza perdere la propria indipendenza. E questo del resto l’ha portato alla fine tragica».
Una fine tragica e misteriosa è stata anche quella di Serafino Ferruzzi, suocero di Gardini, colui che davvero costruì dal nulla un impero.
«Sì, le analogie con quella di Mattei, di cui condivideva molte idee, sono evidenti. Forse si è capito davvero che impero fosse il suo solo alla sua morte, perché Serafino Ferruzzi era l’opposto di Gardini. Non rilasciava interviste, non amava la visibilità. Forse Raul invece aveva così bisogno di apparire anche per dimostrare di meritare quel ruolo che gli era capitato improvvisamente».
In comune hanno però avuto la scelta di mantenere a Ravenna il cuore dei loro imperi.
«Sì, ma secondo me per ragioni diverse. Ferruzzi era un uomo all’antica che teneva alle sue abitudini, voleva dormire nel suo letto. Gardini invece forse amava come qui la città girasse attorno a lui, di fatto».
Nel libro racconti anche il tuo lavoro di indagine. Dove speravi di arrivare e non sei arrivato?
«Sicuramente nel fatto di non essere riuscito a intervistare alcuni testimoni. Panzavolta, per esempio (della Calcestruzzi Spa, ndr), che fu fermato dall’avvocato. E soprattutto la moglie, Idina. Credo abbia preferito non incontrarmi da un lato per il dolore di una esperienza che è stata per lei devastante, dall’altra forse c’è anche il timore di ritirare fuori questioni che possono creare problemi e vecchi fantasmi».
Tra i momenti di alleggerimento del libro ci sono i camei autobiografici, in fondo avevi 10 anni quando Gardini morì.
«Il senso di quegli inserti è far capire che anche l’ultimo dei ravennati è stato toccato da quei macroavvenimenti, non basta ignorarli perché non ti riguardino».

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