Luoghi, miti e riti della grandeur ravennate dell’impero Ferruzzi-Gardini

Lussuosi palazzi per uffici, residenze in antiche dimore nobiliari, flotte di auto e velivoli, il mecenatismo artistico: i simboli del potere economico del Corsaro e parenti

Palazzo Pompili

Palazzo Pompili, sede originaria dell’impero economico dei Ferruzzi, a ridosso di piazza del Popolo

 

A un certo punto Raul Gardini, dopo la scomparsa del suocero Serafino Ferruzzi da cui ereditò il comando di un vasto impero economico dove non tramontava mai il sole, lo definirono il Contadino. Un epiteto efficace – visto che i suoi principali affari riguardavano terreni, prodotti agricoli e derrate alimentari di primaria importanza – ma che rappresentava solo in parte il profilo manageriale e umano di Gardini.

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Raul9Come Serafino era un capitano d’industria pragmatico, un decisionista, ma non aveva la sua ombrosa riservatezza, la ritrosia ad apparire. Raul era diversamente ambizioso, un estroverso, con un ego granitico che perseguiva la vittoria e il primato di ogni partita in cui si metteva in gioco. Era uno che se partecipava voleva emergere e lo dimostrava in modo spregiudicato. Questo carattere volitivo – negli anni del frenetico sviluppo economico e finanziario del Gruppo Ferruzzi sotto la sua guida – gli valse rispetto, aperta ammirazione e simpatia. Soprattutto fra i ravennati che non disdegnavano, per l’appunto, quel soprannome Contadino che lo avvicinava alla loro schiatta terragna.

Così Raul – in una mitografia ormai inossidabile – era quel padrone bonario che aveva con le sue aziende creato lavoro per migliaia di concittadini. Era quello che, nonostante gli affari da curare in tutto il mondo, tornava sempre nella sua città e andava a prendere le pastarelle alla pasticceria Al Duomo o il caffé in Piazza del Popolo, come un ravennate qualunque. Quello che se lo salutavi per strada contraccambiava con un cenno o un sorriso. Per molti era l’ex compagno di classe, di gite al mare, veleggiate o scampagnate, uno che si era “fatto da solo”, un emblema di successo dell’alacrità romagnola. Un’adorabile personalità.

Fra gli anni ’80 e i primi ‘90, sicuramente Gardini lasciò a Ravenna diversi segni di una grandeur imprenditoriale e domestica quando perseguì l’idea che gli interessi economici internazionali dei Ferruzzi si potevano e dovevano governare dalla sua città. Così tanti cittadini comuni (per non parlare di quasi tutti i notabili, ovviamente interessati a tale intraprendenza) si convinsero che dopo 1500 anni Ravenna, grazie a Raul, ritornava ad essere la capitale di un impero. Con buona pace e a vantaggio di tutti, compresi i governanti comunisti della città.

I simboli di questa grandiosa rinascita non furono solo edifici e residenze ma anche interventi per la cultura e lo sport (vedi altre pagine del servizio) e pure un certo stile di vivere e della comunicazione assai più mondani e appariscenti rispetto alla discrezione e al riserbo di impronta provinciale del patriarca Serafino. A quelli che erano i due spazi nevralgici delle imprese: il Palazzo Pompili (nell’ex via XIII Giugno – ora proprio intitolata a Serafino Ferruzzi – che era anche l’abitazione dell’anziano magnate e della moglie Isa Fusconi) e quello degli uffici della Olii e Risi e Calcestruzzi spa in via Guerrini (il cosiddetto “Palazzo di vetro” progettato dall’architetto Roberto Evangelisti), si aggiungono presto alcune lussuose residenze delle famiglie della dinasty e altri edifici per attività direzionali. Infine, a tempo di record viene edificato un “tempio pubblico” a servizio della città: il monumentale Palazzo delle Arti e dello Sport , intitolato a Mauro De André, dirigente del gruppo Ferruzzi e fratello del cantautore, scomparso prematuramente in quegli anni.

Raul2Così, nella fase di ascesa aziendale, alla sede storica di Palazzo Pompili, sono affiancati gli altri palazzi sullo stesso lato della strada, fino alla Torre Comunale, connessi funzionalmente fra loro e da un tunnel sotto il vicolo Casa Matha. A qualche centinaio di metri di distanza da questo originario sistema direzionale, in via Diaz, il gruppo acquisisce un moderno palazzo che aveva ospitato attività commerciali per dare spazi di prestigio alla Ferfin, la holding finanziaria del gruppo. L’edificio, ristrutturato dall’architetto Carlo Maria Sadich – lo stesso progettista del Pala De André – è blindato come un bunker ma all’esterno, sotto i portici del corso, è installata una doppia serie di monitor televisivi che comunicano il senso di potenza economica globale dell’impero, come fosse una Sala Borsa o una redazione “all news”. Nelle vetrine invece sono esposti i pannelli di un ciclo pittorico “metafisico” sull’immagine di Ravenna commissionato al pittore Arduino Cantàfora, tramite l’architetto Francesco Moschini, lo stesso che aveva convinto per conto di Raul, il celebre artista Alberto Burri a realizzare in fregio al Pala De André la possente scultura Grande Ferro R. In effetti, lo stesso Burri stava realizzando una serie di grandi opere intitolate “Nero e Oro” proprio per valorizzare artisticamente la sede della Ferfin ma a Ravenna non se ne fece nulla, anche se il ciclo di quadri – bellissimi – fu creato, ora visibile al museo dell’artista a Città di Castello. Il che dimostra come il Contadino avesse una certa visione privilegiata anche nel campo dell’arte contemporanea. Sempre nel cuore di Ravenna, Gardini decide di trasformare lo storico (quanto decaduto) albergo Cappello, di chiara impronta veneziana quattrocentesca, in una confortevole foresteria dove ospitare e riunire i suoi manager sparsi ovunque in Italia e nel mondo. Fa predisporre camere e suite lussuose, un ristorante e una sala conferenze nel sottottetto (si mormorò innalzato un metro e rotti in più dell’originale, in barba ai dettami della Soprintendenza). Per i pavimenti ai piani viene sperimentato anche un avveniristico (per l’epoca) parquet plastico della Montedison.

A Ravenna si concentrano anche le nuove residenze dei Gardini/Ferruzzi. Raul e famiglia trovano casa nel settecentesco Palazzo Prandi che si affaccia su via d’Azeglio con un sontuoso portale in pietra d’Istria, all’interno uno splendido cortile quadrilatero e un ampio hortus conclusus (con piscina). Di fronte e all’angolo con via Pasolini si insediano in una palazzina nobiliare anche i soci e cognati Alessandra Ferruzzi e Carlo Sama. Gardini prende possesso anche dell’abbandonata tenuta Monaldina (lungo la via Canale Molinetto che mena al mare, a pochi passi dal Pala De André) per sistemarla come buen retiro cittadino. La villa è un piccolo “casino di campagna” nobiliare, ma vanta un largo parco, una pinetina e, in particolare, un grande casone di servizio dove Raul fa dipingere sul muro una gigantografia del leone simbolo del Moro di Venezia. Lì va a meditare le sue strategie imprenditoriali e velistiche. Non a caso il parco è dotato di un eliporto ma anche di un galoppatoio contrassegnato da una grande scultura stilizzata in tubi di acciao di un testa di cavallo, già esposta nel 1993 ai Giardini della Biennale di Venezia.

Questa plastica ostentazione di immobili e decori ha un costo esorbitante, anche perché sono acquisiti, pur di averli subito, con constistenti sopravvalutazioni sul prezzo di mercato, e ristrutturati lussosamente senza badare a spese. Lo stesso per gli “accessori” della mobilità: decine di berline Mercedes al top di gamma (250 milioni di lire cadauna), jet executive (di stanza a Forlì) ed elicotteri che atterrano e decollano dalla Monaldina e dal Pala De André. E un esercito di inservienti: autisti, piloti, guardiani, guardie del corpo, segretari, camerieri… sempre tutti in riga e con un certo stile.

Come i giornalisti del “Messaggero” che, a fine anni ‘80, piombano in Romagna come alieni, alcuni reclutati a suon di compensi extra dalle redazioni del “Resto del Carlino” che fra Rimini, Forlì e Cesena sono quasi “svuotate”, eccetto i cronisti ravennati che restano al loro posto con il caporedattore di allora Uber Dondini. Cosi anche i Ferruzzi, come i più importanti industriali italiani, possono vantare la proprietà di un quotidiano con pagine locali. E se lo stile non è acqua, questi professionisti dell’informazione li vedi sempre in “divisa d’ordinanza”: giacca, cravatta, camicia bianca, in giro coi taxi, ben pasciuti dai ricchi “buoni pasto” al Gallo o al Caminetto di Milano Marittima. Ma l’edizione romagnola del quotidiano di Roma non decolla più di tanto, nonostante l’ordine di servizio per tutti i dipendenti del gruppo Ferruzzi di presentarsi la mattina al lavoro con il “loro” giornale in mano. In questo i ravennati non si fanno proprio sedurre e continuano la vecchia abitudine di leggere il Carlino.

Pala De André

Il già citato Palazzo delle Arti e dello Sport Mauro De André, realizzato dal gruppo Ferruzzi nel 1989 su progetto dell’architetto Carlo Maria Sadich, è forse la testimonianza più importante per grandezza e funzione lasciata a Ravenna dall’impero economico guidato da Raul Gardini. E dopo 25 anni resta l’unico rilevante edificio di architettura contemporanea realizzato in città e in particolare nell’area della Darsena ancora in gran parte da riqualificare. Peraltro l’impianto è sorto “velocemente” grazie all’intervento privato più di quanto fosse, negli stessi anni, l’intenzione del Comune di realizzare un palasport pubblico firmato dal celebre architetto Renzo Piano. Che quindi non fu mai edificato. Oggi di proprietà comunale, concesso in gestione alla società Metrò, il Pala De André è capace di ospitare fino a 3800 spettatori, funzionale a match sportivi di pallavolo e basket, ben attrezzato per fiere e convention, si è rivelato più problematico come sala concerti, soprattuto per un’acustica difficile da controllare. Ideato anche come parco urbano (con alcune opera d’arte in fregio allo spazio: dal Grande Ferro R di Burri, ai mosaici di Elisa Montessori al Danteum), oggi è fruibile solo durante gli eventi. Ma il suo vero “difetto” sono gli eccessivi costi di gestione e manutenzione (erano di due miliardi lire all’anno all’epoca della proprietà Ferruzzi). Tanto che il Comune è intenzionato a costruire un nuovo e più funzionale palazzetto polivalente in quell’area.

Raul6Raul Gardini si impegna anche nel mecenatismo culturale cittadino, musicale in particolare, grazie all’amicizia con Riccardo Muti e Cristina Mazzavillani. Favorisce gli esordi del Ravenna Festival sponsorizzando la seconda edizione del 1991 con un miliardo di lire indirizzato proprio a sostenere due esibizioni del Maestro Muti. Un’adesione al festival ravennate che non verrà a mancare neppure dopo la separazione dal gruppo Ferruzzi, quando con i propri marchi finanzierà (e presenzierà) sempre due concerti del grande direttore d’orchestra nel 1992 e i primi di luglio del ‘93, pochi giorni prima della tragica fine.

Già, la fine di Gardini e il crack dei Ferruzzi, che segna anche la repentina decadenza della grandeur imperiale. Assediati da sequestri e pignoramenti dei tribunali e dallo “spezzatino” del vasto raggruppamento di imprese messo in atto dai commissari e liquidatori di Mediobanca, in pochi mesi i simboli più appariscenti di quella che sembrava il volto di una nuova capitale, diventano evanescenti in una Ravenna livida, preoccupata per tanti lavoratori a rischio e divisa dal rimpianto di un luminoso sogno improvvisamente oscurato da enormi debiti, fallimenti, reati.

Oggi, dopo 25 anni, restano i sopravvissuti, modestamente riservati e silenziosi, l’unico che “rivive” al di là della grandeur perduta è il mito del Contadino e capitano coraggioso, tenace e indomito. Ma si tratta, appunto, solo di un simbolo.

 

 

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