La mensa a scuola resta com’è: niente panino da casa. «Una scelta di uguaglianza»

L’assessore Bakkali replica ad Ancisi dopo la sentenza che stabilisce come sia illegittimo vietare ai bambini di portarsi il pasto. «Tariffe troppo alte? Il Comune interviene per calmierarle. Ma usiamo prodotti selezionati e i menù sono scelti da dietiste…»

Da un lato la cronaca che esce dai tribunali, dall’altro la politica, ossia l’interrogazione a risposta scritta presentata al sindaco di Ravenna dal consigliere comunale Alvaro Ancisi di Lista per Ravenna. Il tema ancora una volta è l’annosa questione delle mense scolastiche. Il servizio è gestito aRavenna dal Comune tramite un appalto vinto da Camst e che riguarda circa 7mila iscritti (dai nidi alle medie) e oggi prevede che ogni allievo di una scuola a tempo pieno o con rientro pomeridiano possa scegliere se iscriversi o meno, ma non portarsi il cibo da casa da consumare a scuola (almeno per il pranzo, perché la merenda di metà mattina dalle elementari in poi già è fornita dalle famiglie): si può però uscire e rientrare dopo la pausa pranzo. Ora una sentenza del Consiglio di Stato, arrivata due anni dopo quella della corte di appello di Torino, respingendo il ricorso del Comune di Benevento stabilisce che è illegittimo vietare, sostanzialmente, ai bambini di portarsi il pasto da casa.

Bakkali

Ouidad Bakkali

Ecco allora che Ancisi chiede se non sia arrivato il momento di rivedere la ristorazione scolastica anche nelle strutture ravennati, da sempre oggetto dei suoi strali anche per quelli che, a suo dire, sono costi molto elevati che nascono dalle caratteristiche stesse delle gare d’appalto. In base all’Isee oggi le famiglie possono pagare da zero fino a 7,20 euro a pasto. Ma anche alla luce di queste novità, l’assessora all’Istruzione competente sulla materia Ouidad Bakkali continua a difendere le scelte fatte. «Innanzitutto, se portare il cibo da casa diventasse la norma, bisognerebbe ripensare il sistema in modo strutturale, coinvolgendo i dirigenti scolastici ma anche l’Asl, perché oggi nelle mense viene consumato solo il cibo fornito da Camst e questo naturalmente permette anche i controlli e le verifiche opportune, mentre se negli stessi spazi si potesse consumare altro cibo, bisognerebbe capire come stabilire le responsabilità, nel caso dovesse accadere qualcosa. Non è un tema che riguarda o su cui può decidere il Comune». Dunque problemi di natura igienico-sanitaria (che però sono stati ritenuti non proporzionati dalla corte che ha emesso la sentenza), ma anche, precisa l’assessora, di ordine politico. «L’idea di una mensa comune per tutti è un momento di condivisione e uguaglianza per tutti gli studenti, nasce anche dall’idea di assicurare un pasto equilibrato a tutti ed è di per sé un momento educativo. Ed è anche per questo che il nostro servizio costa un po’ più che altrove, per la scelta che abbiamo fatto delle 49 cucine nelle scuole, per la scelta dei prodotti da utilizzare, delle preparazioni. Sappiamo bene che il cavolfiore resta lì e le patatine sarebbero più gradite ai bambini, ma sappiamo che non è la cosa migliore per la loro salute, i nostri menù sono studiati da dietiste». Peraltro, rivendica ancora Bakkali, è vero che le famiglie più benestanti pagano una cifra un po’ più alta del costo base del pasto, che però non tiene conto di tutti i costi indiretti, ma il Comune, dice ancora l’assessora, interviene comunque con risorse proprie per calmierare le tariffe. A consuntivo 2016/2017 le rette hanno coperto 4milioni e 700mila euro dei 7,25 milioni totali del servizio. Il costo del pasto che il Comune paga a Camst è pari a 4,85 (+Iva al 4 percento), mentre il costo complessivo, secondo i calcoli di Palazzo Merlato è di 7,82 centesimi. Come a dire che solo quel 38 percento che supera i 35mila euro l’anno o non presenta l’Isee copre i costi effettivi, per tutti gli altri c’è un intervento che diventa sempre più rilevante man mano che scende l’Isee della famiglia.

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