L’infermiere: «Siamo professionisti, non eroi. Devono cambiare gli schemi mentali»

«L’emergenza Covid ci ha ricordato che il diritto a essere curati non andrebbe sacrificato a logiche di budget»

Infermiere Covid

foto di repertorio

«Partiamo dal mettere in chiaro una cosa: non siamo degli eroi».
A parlare è uno degli infermieri dell’Ausl della provincia di Ravenna, che preferisce restare anonimo, e che contattiamo proprio nella Giornata internazionale dell’infermiere, il 12 maggio, quando il picco dell’emergenza Covid da queste parti è ormai passato da alcune settimane.

Se non siete eroi, cosa siete?
«Persone che hanno scelto una professione. Una professione che in un momento come questo ci espone a maggiori pericoli rispetto a un tempo per via della natura di questa nuova malattia. Questa pandemia ha portato via tante persone, e tanti operatori. Non è semplice convivere con questa prospettiva».

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Inizialmente gli stessi ospedali sono diventai focolai, cosa ci ha insegnato il Covid?
«Il Covid ci ha imposto una cosa: per assistere persone malate, proteggendole correttamente dal virus, non servono solo mascherine e guanti, ma anche comportamenti corretti. Questa emergenza ci ha imposto di uniformare comportamenti più sicuri, anche attraverso l’applicazione di nuovi modelli organizzativi. Ci impone una serie di approcci e di schemi mentali radicalmente diversi rispetto a prima. L’esempio più facile è quello delle sale d’attesa negli ospedali: se prima ci si potevano trovare 40 persone, oggi ce ne potranno restare al massimo dieci, a distanza. E questo vuol dire che bisogna cambiare la logistica, l’organizzazione e distribuzione dei percorsi e, magari che non si potranno più fare certe visite solo al mattino, per esempio. Questo, ovviamente, vuol dire che serviranno più risorse. Ma nel frattempo, in attesa di capire se queste risorse ci saranno, è importante innanzitutto cambiare mentalità sforzandosi di trasformare questa tragedia anche in un’occasione per cominciare a pensare a come migliorare l’erogazione delle cure».

Come è cambiato invece il lavoro dell’infermiere in queste settimane?
«È cambiato perché è cambiata, principalmente, la percezione del rischio. I gesti che prima potevano essere naturali, oggi richiedono una serie di barriere che non c’erano. Le mascherine, i vari dispositivi, impongono anche una modifica nella comunicazione con il paziente. Con la mascherina siamo un po’ tutti uguali e questo all’inizio lo abbiamo accusato. In queste settimane inoltre credo sia anche emerso come il nostro lavoro sia molto più strategico di quanto molti pensassero. Ci chiamano eroi, ma fino a poche settimane fa erano frequenti le segnalazioni di maltrattamenti ai danni di operatori sanitari. Una cosa molto interessante è che è significativamente aumentata la consapevolezza che il bene salute e il diritto a essere curati non sono così scontati come si credeva e non andrebbero sacrificati a logiche di budget».

In provincia di Ravenna com’è la situazione organici?
«Il problema è nazionale e anche qui mancano infermieri. Quelli che ci sono hanno cercato di fare il meglio che era possibile, a discapito di ferie e riposi. E secondo me il risultato è stato veramente notevole, anche grazie a un clima di integrazione e collaborazione multiprofessionale».

E lo stipendio di un infermiere è adeguato?
«Direi di no, ma personalmente piuttosto che un aumento dello stipendio preferirei avere più garanzie di usufruire di ferie e riposi, un aumento della qualità della vita, professionale ed extra-professionale…».

Infermiere Esausto

La foto che ha fatto il giro del mondo dell’infermiera stremata all’ospedale di Cremona, pubblicata da “NurseTimes”

Infermieri si nasce o si diventa?
«Personalmente credo di esserci nato, perché non mi immagino altro che potrei fare, ma credo che lo si diventi nel tempo. È un lavoro che ti cambia radicalmente la traiettoria di vita, non è una missione, ma una professione che ti cambia la prospettiva con cui vedi e vivi le cose».

Com’è cambiato invece il lavoro nel corso degli anni?
«È cambiata la percezione della responsabilità che questo lavoro comporta. La nostra normativa di riferimento si è evoluta radicalmente perché volevamo essere professionisti e non più solo esecutori. Nasciamo come personale di supporto alla figura del medico ma negli anni ci siamo ritagliati un ruolo ben preciso, non solo assistenziale. È cambiato il livello di responsabilità e di competenze che devi imparare a sostenere. La cosa più difficile però è che contemporaneamente sono calate le risorse ed è aumentata la richiesta, con utenti più aggiornati e più competenti».

E come cambierà in futuro?
«Secondo me nei prossimi anni, decenni, la grande sfida sarà sempre più quella dell’assistenza sul territorio alle persone anziane, sole e pluripatologiche. Credo che in questa prospettiva la professionalità degli infermieri potrebbe fare una differenza fondamentale per la sostenibilità del sistema».

Il percorso formativo, in Italia, è adeguato?
«Posso solo dire che da qualche anno a questa parte noto con piacere che abbiamo studenti sempre più preparati. Rispetto a un decennio fa arrivano più strutturati, più pronti. Forse bisognerebbe lavorare maggiormente sulla componente della dimensione relazionale, aspetto che nel triennio di studi mi pare non trovi ancora uno spazio sufficiente, mentre è imprescindibile. Ma sono fiducioso! Questo aspetto avrebbe inoltre bisogno di una sorta di “manutenzione” periodica nel tempo, anche post laurea. La nostra professione è estremamente usurante e, mettendoti costantemente a contatto con situazioni stressanti, complesse e dolorose, rischia talvolta di impattare sul mantenimento di certe competenze relazionali».

Tornando a questi mesi di emergenza, ci sono storie che vi hanno particolarmente toccato?
«In generale stiamo avendo molti riscontri positivi da parte dei famigliari, contro ogni aspettativa. Hanno capito che tutto questo stravolgimento delle prassi è una forma di tutela non solo degli operatori, ma di tutti. E stiamo ricevendo tanti ringraziamenti, con una profondità e un tono che prima non c’erano. Da parte nostra, so di infermieri di Rianimazione che sono scoppiati in lacrime alla morte dei propri pazienti, o al contrario per la gioia al risveglio di altri. Tra i tanti episodi, cito quello riportato anche sul sito dell’Azienda di un’infermiera che non si è accorta di avere inavvertitamente attivato il telefono di un paziente e dall’altra parte il nipote ha potuto così “origliare”, rendendosi conto davvero della vicinanza degli infermieri, di come vada a colmare a volte degli spazi, la solitudine. Noi siamo consapevoli di questo fardello non trascurabile e tentiamo di non far mai sentire il paziente completamente da solo».

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