L’infettivologa: «In futuro serviranno più letti vuoti e meno logica del budget»

La faentina Alessandra Govoni lavora all’Ausl di Imola: «La Regione abbandoni l’idea di aziende sanitarie troppo grandi. Per noi essere piccoli è stato un vantaggio in questa emergenza, anche per approntare il servizio di terapia domiciliare»

Alessandra Govoni, faentina, 51 anni, è infettivologa all’Ausl di Imola, la stessa che si è occupata del caso Medicina, per alcune settimane zona rossa, dopo che alcuni membri di una bocciofila si sono infettati a Vo’ Euganeo e, inconsapevoli, hanno poi partecipato a una serie di eventi sociali. A lei abbiamo chiesto raccontarci questa esperienza di prima linea e di spiegarci cosa, secondo lei, dovrebbe averci insegnato questa emergenza.

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Alessandra Govoni

Essendo un piccolo ospedale a Imola siamo stati molto rapidi a riorganizzarci, inoltre rispetto a Piacenza abbiamo avuto una settimana di vantaggio perché ci siamo mossi subito, a partire dal 21 febbraio. Fino a quel momento, va però detto, che pur sapendo che c’era un nuovo virus in circolazione, nessuno aveva fatto nulla. Ci eravamo tutti preparati molto di più per la Sars nel 2002, che poi non ha praticamente avuto effetti. Forse anche per questo il Covid è stato sottovalutato all’inizio, nessuno si aspettava davvero l’ondata che è arrivata.

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Ma, come dicevo, appena diagnosticato il primo caso in Italia, a Imola abbiamo predisposto un’area di ricovero nella chirurgia non d’emergenza per i malati di Covid e anche un’area per chi era in attesa dell’esito del tampone, con percorsi ben separati. Così facendo, il virus non è entrato negli altri reparti dell’ospedale, a differenza di quanto accaudto altrove. In tutto sono risultati positivi una dozzina di operatori sanitari che sono ormai guariti. Devo anche dire che a differenza di ciò che ho sentito che è accaduto altrove, a noi non sono mai mancati i dispositivi di protezione personali.

Se mi sono mai sentita un eroe? Assolutamente no, ho fatto il mio lavoro, per fortuna eravamo un pool multidisciplinare a occuparci dei pazienti per cercare di capire come curarli al meglio. Capisco che in certi ospedali inizialmente ci siano state difficoltà nella diagnosi perché il virus attacca i polmoni senza sostanzialmente dare i sintomi ai pazienti. Noi abbiamo lavorato in sinergia con il reparto di infettivologia di Bologna, anche perché a Imola non ce n’è uno, e soprattutto abbiamo messo in campo il protocollo sperimentale per la terapia domiciliare. Questo ci ha permesso di evitare tantissime ospedalizzazioni. Medico e infermiere han- no visitato a casa i pazienti che poi si recavano dopo qualche giorno in un ambulatorio dedicato al Covid per vedere lo specialista del caso. Se fossimo stati una grande Ausl, non saremmo riusciti a imbastire un servizio sperimentale ma essenziale come questo in così poco tempo, che ci ha permesso di mantenere un equilibrio tra ricoveri e dimissioni, anche se ci sono stati giorni in cui abbiamo temuto che i letti predisposti in ospedale potessero non bastare. Un altro elemento cruciale che ha giocato a nostro favore è stato il protocollo che abbiamo in essere da anni con le Cra, le residenze per anziani, per prevenire le infezioni. Nel tempo abbiamo lavorato in stretta connessione con il personale di queste strutture per evitare che gli ospiti, che fanno spesso dentro e fuori dagli ospedali, rischiassero di ammalarsi a causa di virus e batteri, questo ha fatto sì che tutti gli operatori delle strutture sapessero già come si lavora in isolamento e come proteggersi. Non è stato un caso che non abbiamo avuto una sola positività nelle strutture per gli aziani a Imola.

Unnamed 2Cosa ci ha insegnato tutto questo? Direi tre cose fondamentali di cui spero terranno conto coloro che saranno chiamati a decidere in futuro.

Innanzitutto, serve un sistema sanitario che funzioni nello stesso modo in tutto il territorio nazionale. In una situazione come questa serve un Ministero che deci- de e noi che eseguiamo. In secondo luogo, è necessario potenziare la cosiddetta medicina del territorio: come può un medico di base seguire 1.500 e più pazienti? In questo periodo ci siamo trovati più spesso a lavorare con i medici di base perché ce n’era la necessità e abbiamo lavorato meglio, grazie a questa sinergia. Ma di fronte a una situazione del genere, cosa potevano fare? In terzo luogo, bisogna capire che dobbiamo farci trovare pronti. Le epidemie fanno parte della storia dell’umanità e ci sono molti fattori predisponenti nella nostra società, come il fatto che siamo tanti, fitti e globalizzati. Troppo spesso in passato si è pensato che si potessero tagliare i reparti di infettivologia perché ormai, si diceva, non servono più. Ora sappiamo che non è affatto vero e anzi bisogna stare pronti tenendo letti liberi, facendo scelte che possono non avere una ricaduta economica immediata, fuori dalla logica del budget che invece ha guidato tante scelte nella sanità. Per questo sono sempre più convinta che la sanità non possa che essere pubblica, poiché il privato ha interesse in un ritorno economico che un’emergenza come questa non può assicurare.

Infine, per quanto riguarda la nostra regione, credo che sia da rivedere il grande piano iniziale di istituire in Emilia altre due macro Ausl sul modello di quella Romagna. La Ausl di Imola, che è forse la più piccola, ha infatti dimostrato di essere stata pronta sia a organizzare l’ospedale, sia a “inventare” la terapia domiciliare, sia in passato a organizzare la medicina del territorio. C’è bisogno anche qui, come dappertutto, di più personale, basti dire che in questi giorni sono stati as- sunti quaranta infermieri, e a fare i turni in reparto abbiamo visto colleghi chirurghi e di tutte le specialità, perfino pediatri, perché non ci sono abbastanza internisti. Ma non abbiamo bisogno di essere fusi in sovrastrutture mastodontiche e meno pronte a riorganizzarsi in caso di necessità.

Infine, una riflessione su come la “scienza” ha comunicato e parlato in queste settimane alle persone non addette ai lavori. Ecco, credo sia stata fatta molta confusione e che troppo spesso siano state ascoltate persone che non parlavano della propria disciplina di riferimento. Io sono un’infettivologa, per esempio, non posso sapere come sarà l’andamento del virus o quali effetti avrà l’innalzamento delle temperature, così come epidemiologo non sa da che parte farsi davanti a un malato. Se ognuno avesse parlato per le proprie effettive competenze si sarebbe forse evitata l’enorme confusione che in effetti c’è stata.

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