«Ho rivisto le mie priorità tra essere donna, mamma, dottoressa, ricercatrice»

Il “diario” della lughese Laura Cristoferi in prima linea in Lombardia: «Questa emergenza ha unito i colleghi tra loro e i medici ai pazienti in un senso di solidarietà ritrovato o forse mai perduto, solo un po’ sbiadito»

Laura CristoferiLaura Cristoferi è un medico al quinto anno di specializzazione in Malattie dell’Apparato Digerente all’Università di Milano Bicocca e lavora all’Ospedale San Gerardo di Monza, uno degli ospedali più grandi della Lombardia, coinvolto in prima linea nell’emergenza da Covid 19. Inoltre, è studentessa al primo anno del dottorato di ricerca in Sanità Pubblica curriculum biostatistica presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Nata a Lugo nel 1988, ora vive a Milano da ormai 5 anni. Le abbiamo chiesto di raccontarci le sue ultime settimane e ciò che vede e auspica nel futuro dopo Covid.

«Ero da poco rientrata dalla maternità e l’idea di riprendere a lavorare mi elettrizzava. La maternità è un cambiamento radicale nella vita di una donna ed è tra le emozioni più belle che abbia mai sperimentato, ma ero sicura che rientrare al lavoro mi avrebbe reso una mamma più completa. Amo profondamente il mio lavoro e tutto quello che gira intorno ad esso. Ero preoccupata per i ritmi serrati, per le numerose guardie; ero preoccupata che il mio bambino mi vedesse meno e che mi dimenticasse. Mi mancavano pochi mesi per diventare specialista in Gastroenterologia, ma da qualche anno avevo capito che volevo completare il mio percorso con un dottorato di ricerca perché non riuscivo a immaginare la mia professione senza la “benzina” della ricerca a tenermi viva ed entusiasta per quello che facevo.

FAMILA MRT 24 11 – 02 12 20

Per cui mi sono detta: “perché non iniziare il dottorato di ricerca al rientro dalla maternità e mentre finisco la scuola di specializzazione?”. Quando lo avevo proposto a mio marito, anche lui ricercatore all’Università Statale di Milano, avevo notato in lui un po’ di preoccupazione, ma anche desiderio di non tarpare le ali ai miei desideri. Quando ho scoperto di essere stata ammessa al dottorato ero felicissima; dopo pochi mesi, a inizio gennaio, stanchissima. Mi ricordo chiaramente che una sera prima di dormire pensai: “se capita un qualsiasi imprevisto che richiede il mio tempo e le mie attenzioni sarà estremamente difficile riuscire ad affrontarlo”.

Quell’imprevisto è arrivato come un uragano nelle nostre vite a fine febbraio e le ha modificate profondamente. In quel momento rimanevo: dottoressa, ricercatrice, madre. O meglio: dottoressa, madre e ricercatrice. Non sapevo trovare un ordine di priorità. La mia priorità era sicuramente mio figlio, ma la vita mi imponeva ogni giorno di ridefinire la mia classifica. Quando arrivavo in ospedale e non c’erano dispositivi di protezione per vedere i malati diventavo madre per l’enorme paura di fare del male alla mia famiglia; quando aumentavano i letti a vista d’occhio e vedevo i miei colleghi stremati diventavo dottoressa; quando vedevo la gente morire senza poter fare più di tanto non volevo far altro che cercare di capire il perché e dedicarmi nuovamente alla ricerca.

In quei due mesi di inferno, il mio “inferno” più grande era definire quale fosse la priorità della mia vita. Poi arriva la notizia: quattro colleghi sono positivi al Sars Cov2 e sono febbrili; uno di essi condivide i 7mq. di studio con me e lo ha condiviso per settimane senza nessun tipo di protezione. Dovevo isolarmi, non potevo più condividere la casa con mio figlio e mio marito, era troppo pericoloso.
La madre va in panchina, scende in campo la dottoressa. Una settimana di turni massacranti, logorata dal senso di colpa di aver infettato mio marito, mio figlio e la babysitter; con la paura che da un momento all’altro mi chiamassero per raccontarmi di qualche sintomo insorto.  Dopo giorni di pianti e difficoltà, mi ero resa conto che definendo le tre figure da prioritizzare mi ero dimenticata di me stessa; se non fossi partita da me stessa sarebbe crollato tutto: la dottoressa, la mamma e la ricercatrice. Una donna, vicina ogni giorno all’esperienza della morte e dell’impotenza della scienza, non poteva stare lontano dalla sua benzina: la sua famiglia.
Per cui ho preso la decisione più difficile da quando sono madre, insieme a mio marito: meglio infetti che separati.

La dottoressa va in panchina: scende in campo la donna. Da lì è cambiato tutto: ho avuto la forza di andare avanti, di farmi delle domande, di trovare un po’ del mio tempo per tutti. Man mano che la dottoressa era meno necessaria mi trasformavo piano piano nella ricercatrice, pur continuando a fare la mamma e la moglie. Un collega un giorno mi ha detto: “impariamo quanto più possibile da questa esperienza, non viviamola con paura e negatività; usiamola per diventare migliori”. Era difficile, ogni giorno le amministrazioni mettevano a dura prova la nostra pazienza: chiamandoci eroi, ma non dandoci le armi per combattere, chiedendoci sacrifici senza la minima gratificazione. Il tempo per raccogliere dati e cercare di capire l’effetto del virus sui malati più fragili e con più patologie pregresse e per capire l’efficacia delle terapie era poco e di scarsa qualità perché viziato da stanchezza e vortici di emozioni. Le domande di ricerca erano tante e si affollavano ogni giorno nelle nostre menti ed era difficile prioritizzare anche quelle.

Ora che il vortice è passato, e stiamo vivendo (si spera) le ultime folate di vento, bisogna guardarsi in tasca e guardare cosa si è portato a casa.
Gli ambiti in cui è richiesto un cambiamento e i punti critici del sistema sanitario e universitario si sono resi evidenti agli occhi di tutti. Gli operatori sanitari, i ricercatori e la popolazione stessa penso e spero che vorrà delle risposte. Io ad agosto finirò la scuola di specialità e continuerò a fare ricerca dopo 13 anni di studio con 1.200 euro al mese e 1.200 euro l’anno di tasse universitarie da pagare con una grande speranza di cambiamento e di una nuova definizione delle priorità.
Un’altra grande speranza è il cambiamento interiore di ognuno di noi; questa emergenza ha messo in luce una ritrovata collaborazione tra colleghi, ha soffocato molti atteggiamenti lamentosi e poco produttivi e ha unito i colleghi tra loro e i medici ai pazienti in un senso di solidarietà ritrovato o, forse mai perduto e solo un po’ sbiadito.

Purtroppo, questo secondo aspetto passa attraverso il primo: se non verrà data alla sanità il ruolo centrale che merita nel nostro paese e non verrà riconosciuta la professionalità e il rispetto agli operatori sanitari e ai ricercatori in ambito sanitario, la frustrazione e conseguentemente il malumore e la scarsa empatia saranno sempre erbacce pronte a ricrescere e a minare quella che per me, è la professione più emozionante esistente».

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