Di corsa nel deserto del Sahara, per donare protesi ai ragazzi africani

Aldo Michinelli, da Bagnacavallo, parteciperà alla Marathon des Sables, anche per beneficenza. Una settimana di gara in autosufficienza alimentare: «Voglio superare i miei limiti. E aiutare i più sfortunati»

MichinelliAldo Michinelli è un podista amatoriale di Bagnacavallo di 41 anni. Dal 25 marzo sarà impegnato per la prima volta nella storica Marathon des Sables. Si tratta di un’ultramaratona nel deserto del Sahara marocchino, lunga 250 km, da percorrere in completa autosufficienza alimentare (l’unico ristoro in loco è rappresentato dalla razione di acqua giornaliera) nel corso di sette giorni. Non è solo la distanza, quindi, a preoccupare i partecipanti, ma anche l’alimentazione e le difficili condizioni climatiche sono fattori da non sottovalutare.

Dietro a questa esperienza c’è l’associazione benefica Chirone, fondata un paio di anni fa da Michinelli, che si occupa di donare protesi per gli arti inferiori nel continente africano (per informazioni visitare il sito.

Quest’anno gli iscritti sono 1.100, provenienti da tutto il mondo (dalla provincia, oltre al bagnacavallese, partirà anche il ravennate Alberto Marchesani, già noto in zona per le sue corse “estreme”) e sarà possibile seguire il live della gara sul sito ufficiale della maratona.

Michinelli, come si svolge la corsa?
«È organizzata a tappe: ogni mattina scopriremo il percorso e la distanza esatta; i primi tre giorni ci saranno tappe che vanno dai 30 ai 48 km, il quarto giorno invece c’è il famoso “tappone” da 80-90 km da finire entro 40 ore: se si riesce a portarlo a termine abbastanza in fretta si ha una giornata per recuperare le energie. Successivamente c’è la maratona da 42 km. Per ultima una 7-8 km di beneficenza, in cui il tempo non fa somma per la classifica, ma è obbligatoria per tutti».

Come funziona l’autosufficienza alimentare?
«È la particolarità di questa maratona: ognuno si porta i cibi che ritiene più opportuni, ma si scelgono liofilizzati per contenere il peso, visto che devi correre con lo zaino. C’è un minimo di calorie obbligatorie imposto dall’organizzazione, che fornisce solo la tenda, l’acqua (se ne chiedi più del consentito sono previste delle penalità) e l’assistenza medica (che speriamo non serva). In questi giorni prima della partenza ho fatto delle simulazioni: la cosa che mi premeva di più era vedere se le calorie corrispondevano a quelle di cui avevo bisogno».

È la prima volta che partecipa a questa gara?
«Sì, è la prima volta: sono già stato in Marocco perché doveva esserci una gara proprio sulle dune della Marathon des Sables, ma è stata annullata a causa del Covid e alla fine è stato un bellissimo allenamento di dieci giorni. Precedentemente ho fatto la 100 km del Sahara nel deserto tunisino e tre volte la 100 km del Passatore (da Firenze a Faenza, ndr)».

Da quanto tempo ha iniziato a correre?
«Corro da 7 anni ormai. Prima facevo tutt’altro: andavo a cavallo a livello agonistico. Poi ho mollato e mi sono dato alla corsa e da lì è nato un amore. La scintilla è stata l’iscrizione, insieme ad alcuni amici, alla Color Run. Finita quella corsa, dopo tre mesi mi sono ritrovato a fare la mia prima gara, la 100 km del Passatore. Ma non sono un professionista (Michinelli nella vita è titolare dell’officina Mercedes a Faenza, ndr), faccio tutto da amatore».

Parliamo un po’ della sua associazione benefica, Chirone…
«L’ho fondata, insieme alla mia compagna e al mio migliore amico, un paio di anni fa. Dono protesi per gli arti inferiori nel continente africano, soprattutto in Marocco e Senegal. Ho dei contatti là e sono sicuro che vadano davvero a chi ne ha bisogno. Con questa maratona è partita la raccolta fondi per tre ragazzi senegalesi. C’è una lista lunghissima: alcuni hanno malformazioni dalla nascita e altri a causa delle mine e purtroppo nei loro Paesi le protesi non sanno neanche cosa siano. Il mio target è quello dei giovani: la più piccola che sono riuscito ad aiutare aveva cinque anni e i più grandi 27-28. Cerco di dare a questi ragazzi la possibilità di cambiare totalmente vita e di avere un futuro: andare a scuola, poter camminare per andare ad accudire le capre. Questo è un mondo che noi non conosciamo e ho fatto fatica anche io ad accettarlo quando l’ho visto per la prima volta».

Cosa la spinge a compiere questa impresa?
«In tutti gli sport che ho fatto volevo sempre superare il mio limite. In questo genere di gare alzi l’asticella ogni volta e questo produce adrenalina, divertimento, benessere. Nello stesso tempo c’è la beneficenza: vedere dove vanno a finire le donazioni mi dà grande motivazione e voglio fare sempre di più. Le ultramaratone e la beneficenza sono due strade che vanno di pari passo».

Come si sta preparando fisicamente?
«Non c’è una tabella. La preparazione qua avviene sull’asfalto o su percorsi sterrati, ma tranquilli. Nell’ultimo periodo mi alleno quasi tutti i giorni, corro sui 400-500 km al mese. Per riuscire a portare lo zaino, invece, ho dovuto rafforzare i muscoli dorsali. Nel deserto farò quello che mi sento, quando sarò stanco, andrò più piano. Il mio obiettivo è portare a termine la gara: in quelle che ho fatto finora non mi sono mai ritirato».

Si crea un rapporto con gli altri partecipanti?
«Il rapporto è invisibile, ma c’è dal primo momento. Si crea un feeling, un’alchimia difficile da spiegare. È come se tutti ci conoscessimo da tempo. La cosa bella è che se c’è una persona in difficoltà, ti fermi, chiedi cosa è successo e cerchi di aiutarla».

Qual è la cosa che la preoccupa di più?
«Il clima: con il caldo mi trovo bene, invece con il freddo ho dei problemi “tecnici”. Negli ultimi giorni anche nel deserto le temperature sono sballate: di notte ci sono due gradi e di giorno massime di 21-22 gradi. Se rimanesse così, di notte sarebbe un problema: la tenda è aperta su due lati e il sacco a pelo è abbastanza leggero, per non aumentare troppo il peso dello zaino».

Prossimi progetti?
«Queste sono tutte esperienze che ti fanno crescere: ho 41 anni, ma forse come saggezza sono già a 60. Ogni ultramaratona è un viaggio spettacolare. Quando ti ritrovi a fare dei rettilinei di cui non vedi la fine e vedi solo sabbia, la testa inizia a pensare, hai tempo per riflettere. Adesso penso alla Marathon des Sables e spero di finirla, ma se andrà tutto bene so già a cosa puntare dopo».

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