Autobiografia con ironia di Artusi, padre della cucina italiana

Artusi AutobiografiaSe Dante è il padre della lingua italiana, e Leonardo dell’arte rinascimentale, c’è un padre nobile anche per un’arte un tempo considerata meno nobile: la cucina. Pellegrino Artusi è stato uno dei principali artefici di quel processo che ha portato la cucina italiana da essere un “modo di sfamarsi” a una “scienza” e “un’arte”. Con il suo La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene (1891) ha posto le basi per rivalutare questa grande ricchezza del nostro paese. Se la Commedia fece l’italiano, La scienza in cucina ha messo seduta attorno a un’unica tavola un’Italia culturalmente ancora molto lontana da quell’unità politica da poco conquistata.

Oggi, in un’epoca in cui i cuochi televisivi guadagnano più dei giocatori di calcio, non c’è più bisogno di ricordare il valore culturale dell’arte culinaria, ma vale ancora la pena leggere le sue pagine, dense di cultura e ironia, per apprezzare cosa mettiamo nel piatto.
È uscita in questi giorni una nuova edizione della autobiografia di Artusi, Tutto vi dono (Il Saggiatore). Lo scrittore di Forlimpopoli racconta la sua vita con l’ironia che lo contraddistingue, parla dei genitori e degli otto fratelli maggiori, della vita a Forlimpopoli nell’800, in cui le donne erano tutte analfabete e un miscuglio di tradizioni e superstizioni dettavano il ritmo delle attività da svolgere.

Per esempio ricorda che da bambino gli fecero inghiottire un cuore di rondine crudo, dopo averlo strappato al povero uccelletto ancora vivo, per inoculare al bambino virtù e fortuna. Uno strano primo pasto per quello che sarebbe stato il più raffinato intenditore delle cucine italiane. Racconta delle tante botte prese dal padre, come era abitudine al tempo, e delle tante donne picchiate dai mariti, seguendo la medesima prassi. Narra fatti divertenti come quando da ragazzino rubò due tacchini e poi si sentì in colpa, allora andò a confessare il peccato al prete il quale gli disse che, non sapendo chi fosse il proprietario dei pennuti, avrebbe potuto donare alla parrocchia gli 8 bajocchi del valore del furto. Le sue passioni di ragazzo erano il gioco del tamburello, gli aquiloni e la caccia (Non era molto portato però, per inseguire delle allodole arrivò fino alla spiaggia di Ravenna, senza successo!).

L’amore per la cucina venne quando rischiò di morire. Non si sa che malattia lo colpì, i medici all’epoca dissero fosse un “sinnoco”, lui propende per il tifo, perché aveva perso i capelli. Durante la convalescenza, iniziò ad assaporare il cibo con grande passione, e ne comprese il grande valore, che unisce vita e piacere. Da quel giorno non smise più di esplorare i sapori, e di questo gli siamo grati.

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