La speranza di Hope, che ha evitato la strada grazie a un naufragio

Rapita a Benin City a 16 anni per essere avviata alla prostituzione in Italia è riuscita a sfuggire al protettore sulla nave che soccorse la loro imbarcazione

Prostituzione Minorile 2di Matteo Cavezzali

Ha i capelli lunghi, raccolti in sottilissime trecce. Gli occhi scuri e profondi. Si chiama Hope. Hope, che in inglese vuol dire “speranza. Hope stava bene a Benin City in Nigeria, non era certo ricca ma la sua vita le piaceva così. Lì aveva le sue amiche, la sua famiglia, la sua vita. Andava a scuola, cantava nel coro gospel della chiesa di Sant Francis. Era una vita normale.

Aveva appena 16 anni quando fu rapita. Non tutti i migranti si spostano perché lo vogliono. Ci sono molte donne che vengono deportate a forza, sono le vittime della tratta di esseri umani. Hope fu presa con la forza da uomini armati e si ritrovò su un pick up con molte altre ragazze. Un uomo con un kalashnikov in mano la rassicurava: «Ti porteremo in Italia dove ti faremo lavorare come parrucchiera». Le diceva così per farla smettere di piangere. In Libia Hope e le altre ragazze furono sottoposte a ogni sorta di angheria, fisica e psicologica. Picchiate. Violentate. In quelle “prigioni” gestite dalle milizie libiche che hanno rimpiazzato lo stato.

Una volta in Italia sarebbero diventate prostitute, dovevano imparare la paura verso i loro “protettori” della malavita nigeriana. Sedicenne sul marciapiede o lungo una strada statale di provincia avrebbe fatto sesso con i clienti italiani per 50 euro, che avrebbe riscosso il suo “protettore”. Una vita sotto ricatto, senza documenti, una vita di aborti clandestini, fughe e nascondigli, con la violenza come unica lingua.

Hope fu caricata su un barcone assieme al suo protettore che la avrebbe condotta alla sua nuova schiavitù.
Ma le cose andarono diversamente, la nave stava per naufragare e quel naufragio, in cui rischiò di morire, fu per lei una salvezza. Una volta in salvo sulla nave di soccorso la polizia italiana capì la situazione. Il protettore identificato fu allontanato dal gruppo e Hope fu liberata dal giogo prima che fosse troppo tardi. Oggi Hope ha una vita nuova. Vive in una struttura assieme ad altre donne. Sta facendo il servizio civile. Lavora in una casa di riposo. Bada le signore anziane, le aiuta a vestirsi, a mangiare.

«Sono molto carine con me. Sono contenta di rendermi utile per loro. Mi chiedono del mio paese, sono molto curiose di cosa si mangia. Mi hanno spiegato la differenza tra cappelletti e tortellini, come si fa il brodo, i passatelli. Io gli ho spiegato cosa è il fufu, la polenta di manioca e l’eba di garri. Mi raccontano i loro ricordi, di quando erano giovani. Una signora che si chiama Maria ieri mi ha raccontato di una città in cui è stata in viaggio di nozze quando era ragazza. È una città in cui le case galleggiano sull’acqua, in cui ci si può muovere solo sui ponti e sembra un luogo incantato. Si chiama Venezia. Non l’avevo mai sentita nominare, mi è venuta una gran voglia di andarla a vedere. Maria però mi ha detto che prima mi devo innamorare, perché lì ci devo andare con la persona che amo, perché è un luogo “romantico”. Si dice così? Romantico. Spero di poterla vedere».
Sorride, “spero” dice Hope. Hope vuol dire speranza.

“Oltre la strada”  per liberare le donne vittime della tratta
Hope, di cui raccontiamo la storia in questa pagina, è stata accolta in un sistema di protezione senza finire sulla strada come avevano pensato i suoi rapitori per caso fortuito del destino in cui si è trovata a essere salvata da un naufragio e contemporaneamente da un futuro da vittima della tratta. Ma per molte ragazze, invece, la destinazione è proprio la strada. E per loro è pensato un progetto regionale dal nome “Oltre la strada” a cui aderisce anche il Comune di Ravenna dal 1996 in modo continuativo. Si è di recente chiuso il bando per l’affidamento dei servizi e proprio in quel documento si legge che si tratta di:
– Attività di primo contatto (tra cui le uscite notturne dei pulmini lungo l’Adriatica e nei posti sensibili, ndr) con le popolazioni a rischio di sfruttamento sessuale, lavorativo, accattonaggio, economie illegali e matrimoni forzati/combinati con particolare attenzione alle persone richiedenti protezione internazionale o titolari di protezione internazionale o umanitaria;
– Attività di identificazione dello stato di vittima e accertamento della sussistenza dei requisiti per l’ingresso nei percorsi di protezione dedicati;
– Attività di protezione immediata e prima assistenza, quali pronta accoglienza, immediata assistenza sanitaria e consulenza legale;
– Accoglienza residenziale o semi-residenziale se la condizione della vittima lo permette;
– Protezione sociale, assistenza socio-sanitaria, psicologica, legale e consulenze varie con particolare attenzione alla specificità dei minori non accompagnati;
– Attività mirate all’ottenimento e mantenimento del permesso di soggiorno di cui all’art. 18 del decreto legislativo 1998, n. 286 o di altro status giuridico;
– Formazione (alfabetizzazione, linguistica, informatica, orientamento al lavoro, corsi di formazione professionale).
Sul sito della Regione, si legge inoltre che «gli interventi hanno durata generalmente di 18-24 mesi, si concludono con la richiesta la conversione del titolo di soggiorno da motivi umanitari a motivi di lavoro. La conclusione del programma prevede la completa autonomia economica abitativa e sociale della persona».

Un numero verde gratuito e anonimo
Esiste inoltre un numero verde nazionale anonimo e gratuito a cui chiunque può rivolgersi per denunciare una situazione di sfruttamente sessuale: 800 290290. Il telefono è attivo 24 ore su 24 ore e può fornire supporto e orientamento a chi cerca di uscire (o vuole aiutare qualcuno a uscire) da questa terribile forma di schiavitù contemporanea.

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