Dischi per scoprire mondi mai esplorati – di Ariele Monti

Il lato sorprendente della musica è quello che può cambiare non solo il proprio gusto, ma anche il punto di vista rispetto a molti aspetti della propria vita. Questo non è un elenco dei dischi da isola deserta, che mi è difficile anche solo focalizzare o comunque averne uno che non cambi ogni 5 minuti, ma sono dischi che penso possano incuriosire e allargare lo sguardo verso mondi mai esplorati con convinzione.

I primi due dischi in ordine di età riguardano ambiti solo apparentemente distanti tra loro, il primo è di un icona del jazz al limite del sovrannaturale, John Coltrane, Live At Village Vanguard Again contiene i vagiti di quello che sarà il suo corso free, che influenzerà gli anni successivi a più livelli. Proprio per questo è più facile per le orecchie meno avvezze e può inoculare il virus della curiosità, per approfondire e comprendere un approccio musicale che ci accompagna tuttora. Il secondo, AMMMusic, ha del miracoloso, pensando all’anno di incisione (1966), e per il fatto che gli AMM già allora avessero coniugato magicamente (e con strumenti “rock”) gli aspetti della musica totalmente improvvisata alla musica contemporanea (di allora e di oggi), sconvolgendo tutto quello che accadrà in seguito.

Chi è rimasto sicuramente sconvolto dall’eredità degli AMM sono stati gli Henry Cow che, da fautori del Rock in Opposition, hanno affrontato a muso duro lo snodo tra arte e politica. Unrest è un disco ancora estremamente attuale, a differenza di alcune aberrazioni che ancora oggi vengono celebrate nelle operazioni nostalgiche intitolate al R.i.O.

Saltiamo a un disco che si si può considerare anch’esso figlio di quello degli AMM, non a caso ad opera di uno dei fondatori degli Henry Cow, Fred Frith. Gravity, oltre che essere uno dei tanti capolavori del nostro eroe inglese, contiene 19 perle, che brillano tutte di luce diversa tra loro e che spalancherà le orecchie e gli occhi a molte delle produzioni della musica attuale.

Otomo

Otomo Yoshihide in una foto di Ariele Monti

Negli anni ’90, mentre il mondo dell’industria riciclava per l’ennesima volta il rock con il prodotto grunge, zitti, zitti in Giappone esplodeva il fenomeno Otomo Yoshihide, con una band che ha triturato, shakerato, violentato tutto quello che si era ascoltato fino ad allora, i Ground Zero. Per chi ha assistito al live collegato al cd Revolutionary Pekinese Opera nulla è stato come prima.

Mentre gli ambiti improvvisativi faticavano a ricontestualizzarsi, rischiando in diverse occasioni di rimanere legati ai cliché del passato, sul fronte della musica scritta l’evoluzione-rivoluzione era incessante. In Italia abbiamo avuto la fortuna di dare i natali a un genio assoluto, Stefano Scodanibbio, che, dopo Franz Liszt, è stato uno dei pochissimi virtuosi del proprio strumento, in questo caso il contrabbasso, geniale anche come compositore. The Voyage That Never Ends è, appunto, un viaggio meraviglioso, sbalorditivo, che inevitabilmente porta a voler conoscere della musica contemporanea tutto ciò che è successo prima e dopo.

Altro esempio che può portare l’ascoltatore curioso a esplorare nuovi mondi è An Index of Metal, struggente opera di Fausto Romitelli che fonde per primo il lato popolare del rock con la musica che ancor oggi, a torto, viene etichettata come “colta”. La versione interpretata dall’Icuts Ensemble non si può descrivere, solo ascoltare.

Avvicinandosi ai nostri tempi, un altro shakeratore – e perciò illuminante – musicista è senza dubbio Rob Mazurek. Non tanto per conoscerlo meglio, ma, una volta di più, per ascoltare nuovi orizzonti, sono stato indeciso se indicare gli Exploding Star Orchestra o i Sao Paolo Underground. Ma perché scegliere? Li riporto entrambi, tutti e due del 2007. Dei primi cito We are all from somewhere else e dei secondi The principles of intrusive relationship, diversissimi fra loro, ma con la stessa capacità di stupire per come Mazurek sia in grado di rimescolare le carte, pur sempre con un occhio rivolto a linee melodiche, che possono essere un viatico per approfondire ambiti più dissonanti.

Stessa cosa si può dire di progetti meno strutturati, nel free jazz sono innumerevoli le formazioni che nascono spontaneamente e muoiono subito dopo. Uno di questi one shot ha meglio di altri coniugato tre anime provenienti da pianeti diversi tra loro, il trio Thollem, Parker, Cline. Una leggenda del jazz, un folletto ipertalentuoso della improvvisazione radicale e un componente di un gruppo rock di grido (Wilco) si sono incrociati/scontrati per una sessione che, per nostra fortuna, è sfociata in un cd (The Gowanus session) mirabolante, entusiasmante esempio di come l’improvvisazione non si improvvisa.

Concludo con un altro genio assoluto, Yannis Kyriakides, compositore pluripremiato dalla classe cristallina, eclettico a tal punto da essere un improvvisatore che si accoppia spesso con Andy Moor, chitarrista dei The Ex, con il quale ha inciso diversi cd, tra cui uno da avere assolutamente, Rebetika.
Per gli amanti della musica elettronica il mio consiglio non può che essere Resorts & Ruins di Kyriakides, un’opera solo in parte esemplificativa della sua arte, ma che si può annoverare tra i capolavori della nostra epoca.

* Il 50enne forlivese Ariele Monti con l’associazione Area Sismica (dell’omonimo circolo di Ravaldino in Monte) da 29 anni è impegnato a divulgare la musica del presente.

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