Da De André allo Spaghetti Western: quando i dischi sono cose preziose – di Frei

A cura di Frei *

Frei RossiHo solamente riascoltato i dischi che mi facevano stare bene, che mi insegnavano qualcosa o che mi raccontavano una storia. Quelli che citerò di seguito, se la memoria non mi inganna, sono stati consumati in modo nettamente superiore rispetto a tutti i dischi che ho amato. Alcuni in numero di ascolti, altri in qualità e attenzione, altri ancora in entrambi i casi. Credo che i dischiemiliana torrini abbiano la capacità e il merito di entrare nel tuo dna artistico e non è detto che il disco ascoltato più volte sia necessariamente quello che ha modificato il percorso in tuo favore o che sia rimasto tatuato in qualche meandro della mente. Quando da bambino mi innamoravo di una ragazza, capitava che nei giorni di pausa tra un incontro e l’altro non ricordassi più il suo viso. Lo vedevo confuso, appannato. Allora cercavo di dosare gli incontri, di non avere fretta di rivederla subito, per fare in modo che quella sensazione confusa potesse ogni volta regalarmi il suo viso come una bellissima sorpresa. Quella stessa volontà di avere cura delle cose preziose me l’hanno regalata pochissimi dischi.

Fabrizio De André – La Buona Novella
Quando ho scoperto questo capolavoro immenso della musica e della poesia italiana non c’era internet, solo qualche cellulare qua e là. Comprato in un negozio di dischi a Perugia che ora non esiste più. Dopo 4 mesi che lo ascoltavo 7 volte al giorno pensai che lo avrebbero dovuto ascoltare tutti. Tutti. Almeno in Italia. Avrei voluto essere un dittatore per obbligare tutti ad ascoltarlo perché a me aveva cambiato la vita, mi aveva sfidato a vedere le cose da un’altra prospettiva. Mi vergognavo del fatto che i miei genitori e i miei nonni non lo avessero ascoltato. Era lì, in negozio, dal 1970. Una delle cose più belle che mi sia capitata nella vita. Quindi lo consigliavo a tutti con il passaparola, andavo a casa del migliore amico, dei nemici, dei parenti, della morosa, della ex morosa, dell’ex della mia morosa per convincerli a comprarlo e ascoltarlo. A un certo punto mi resi conto che non mi stava pagando nessuno per fare promozione porta a porta e così smisi di farlo. Oggi, dopo tanti anni, resto della stessa opinione. Purtroppo ogni volta che lo riascolto vado un po’ giù di morale, per ovvi motivi. De Andrè in un’intervista televisiva disse a Gregory Corso che aveva il merito di averlo stimolato a scrivere, mentre dopo aver letto un Dante Alighieri gli si era chiusa una porta in faccia. Penso che De Andrè con questo capolavoro sbatta una porta in faccia a chiunque voglia scrivere un concept album. Poi ci si prova lo stesso e ci si accontenta di stare, quando va bene, in purgatorio.

Paolo Conte – Parole d’amore scritte a macchina
Ho sempre venerato Conte e tutte le sue canzoni, ma le ho sempre ascoltate fuori dai loro rispettivi dischi. In questo caso sono riuscito ad apprezzare l’album nel suo insieme, al di là delle singole tracce. Un disco che schizza eleganza da tutte le parti. La copertina di Hugo Pratt, la traduzione dei testi in 4 lingue all’interno del libretto, la passione per gli anni ’20. Ogni volta che mi capita di ascoltarlo mi rende felice e mi riempie di bellezza, per questo non lo ascolto più di una volta all’anno, per paura che poi non mi faccia più effetto.

Chet Baker – It Could Happen To You
Nel mio iTunes risulta il più ascoltato di tutti. Cosa volete che vi dica… Se non hai voglia di ascoltare la musica te la fa venire e se hai la scimmia di ascoltarne troppa te la fa passare. Come le pizzette Catarì. È un disco che dovrebbe stare negli scaffali delle farmacie sotto le voci: anti malessere, insonnia, smania, diarrea. Secondo me abbassa anche il colesterolo. La sua voce è superba. Il jazz con l’abito bianco. Anche la copertina è una delle più belle che ho. Io faccio fatica a parlare di jazz e di eroina, non ho molte competenze, la mia cultura generale è troppo scarsa e non ho avuto esperienze dirette. Ma so per certo che questo capolavoro, quando ti entra nelle vene, è come una pera. Fatevelo tutto. Più volte.

Emiliana Torrini – Me and Armini

Qualche anno fa ero in una sala prove del FOH a Bologna e parlavo di dischi con Umberto Giardini. A un certo punto mi disse che gli capitava, raramente, di scoprire quel disco che lo continua ad ispirare ininterrottamente per anni: «Quando arriva quel disco lì… Sbem! È fatta!». Mi resi conto che per me in quegli anni era Me and Armini, ed era stata la mia musa ispiratrice per tutti i dischi che avevo fatto fino a quel momento. A volte penso che sia finita quella benzina, poi mi sorprendo ad essere ancora inspirato da alcuni di quei brani per idee che poi finiscono in qualcosa di completamente diverso. Credo ci siano degli ottimi arrangiamenti e una grande capacità compositiva. La sensibilità con la quale viene raccontato attraverso la sua voce, compie l’opera nel migliore dei modi. Credo possa ispirare ancora tante canzoni.

Franco Micalizzi – Lo Chiamavano Trinità (Colonna sonora originale del film)

Ogni volta che finisco di suonare in un locale senza dj e senza fonico, faccio partire questo disco dall’inizio alla fine. A parte il fatto che ci sono dei suoni bellissimi e delle composizioni strepitose, quando inizia entri subito dentro il film dove tutti gli appassionati di Spaghetti Western vorrebbero vivere o morire, almeno per un giorno. Ogni volta che lo ascolto vedo da lontano quel luogo magico, il più bello e dolce che conosco e che ogni tanto, attraverso queste musiche, mi torna a trovare: la mia infanzia.

* Frei Rossi, 40 anni a febbraio, di Bagno di Romagna, è stato il cantante de Gli Ex (2008-2010) e Go Go Megafon (2008 a oggi). Ha pubblicato tre dischi da solista. È parte del nucleo operativo della factory della Valle del Savio Soundido Records. Vive a Bertinoro. In settembre sarà in concerto il 15 settembre in solo a San Marino (per la rassegna “Artisti in casa”) e poi come cantante del gruppo Sonny Yea il 23 settembre a Mercato Saraceno e il 31 alla Notte bianca di Bertinoro.

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