In tanti avranno già visto il film vincitore del Premio Speciale della Giuria a Venezia 2026, e cioè il documentario Naza degli israeliani Rachel Szor e Yuval Abraham. Naza è un acronimo usato dall’esercito per le vittime collaterali di ogni azione bellica; e il film racconta, in riprese durate tre anni, i racconti “clandestini” di diversi membri dell’esercito e dell’intelligence israeliana, coperti dall’anonimato, che descrivono tutte le tecnologie e le pratiche usate nella guerra in corso a Gaza.
I due registi sono famosi per essere stati coautori, insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal, del documentario premio Oscar 2025 No Other Land, sull’occupazione dei coloni in Cisgiordania con l’aiuto del governo di Netanyahu. Non banale, del film, è anche l’aspetto produttivo. Realizzato grazie al giornale inglese The Guardian; con la produzione esecutiva di Jonathan Glazer, il regista de La zona di interesse, il capolavoro sul campo di concentramento di Auschwitz; e la consulenza di Laura Poitras, Leone d’Oro 1922 col documentario Tutta la bellezza e il dolore; tutto ciò rende Naza un film che non può essere accusato di semplice propaganda, proprio perché tutto interno alla società israeliana contemporanea.
Il film mette in scena il classico schema delle interviste in un ambiente surreale. Sempre di notte, sull’ultimo piano di un palazzo nel centro di Tel Aviv. I racconti sullo skyline del cielo e delle stelle, quasi in forma di confessione, con punti di luce dati dalle finestre delle case, dove le persone vivono guardando il mondo e la guerra sfocati dalle televisioni. Di ogni film, anche documentario, cerco sempre le qualità che lo rendono universale al di là della cronaca. E in Naza è essenziale questo tessuto visivo intimo e rarefatto, quasi un Viaggio al termine della notte interno alla società israeliana, una notte che è psicoanalisi collettiva di fronte alla Banalità del Male. Anche la guerra che immaginiamo nel futuro è in realtà già del presente. Droni, Intelligenza Artificiale, Big Data e profilazione dei singoli, sono già presenti in tutte le guerre attuali. Gli intervistati, in queste lunghe notti spesso attraversate dalle sirene antiaeree (endemiche presenze sonore del conflitto) sembrano combattere con sé stessi e con questa imperante tecnologia digitale recuperando quanto di più analogico e inattuale possa esserci: fogli di carta con disegni fatti a mano, parole non meditate da immagini, una oralità dal sapore arcaico che aiuta a riprendere le fila di un’umanità non ancora abituata alle ultime tecnologie e soprattutto ancora incapace di dominarle. Naza è un film molto riflessivo, che non urla, che avvicina protagonisti e spettatori ai loro pensieri più intimi; l’equivalente di tanti film americani sulla guerra del Vietnam, e sul senso di colpa che emerge dirompente oltre ogni possibile propaganda.


