Ottimo esordio per Lino Busà (peccato però per l’editore…)

Busà Vento Di Fuoco«Malgrado il tempo passi veloce, le speranze, le illusioni e le miserie degli uomini si assomigliano sempre».
Sono le ultime battute del prologo di Vento di fuoco. Il romanzo di una generazione, esordio letterario di Lino Busà, dirigente nazionale di Confesercenti, protagonista del movimento antiracket e antiusura ed ex consulente esterno della Commissione parlamentare antimafia.

È la storia di un rapimento, nella Sicilia del 1944, attorno a Pasqua; sull’isola la guerra è finita, ma il ritorno alla normalità non è una cosa semplice. In un piccolo, immaginario paese in mezzo ai Nebrodi, Colle sull’Alcàntara, vive e lavora don Valerio; ha conquistato un quarto di nobiltà sposando donna Flavia, nobile, bella e decaduta. Ma continua a fare il massaro, come se tutta la terra che ha ottenuto sudando fosse ancora in mezzadria. Tornando a casa, con il profilo dell’Etna sullo sfondo, viene prelevato da due giovani e un vecchio, che chiederanno un riscatto.
Vento di fuoco aggiunge e sovrappone un altro piano narrativo: racconta le speranze e gli entusiasmi di alcuni giovani che vedono nel Separatismo la soluzione ai problemi della propria terra. La passione, però, da sola non è sufficiente: servono soldi, chi ha lanciato il Movimento sa parlare, infiamma gli animi, ma non… dà da mangiare. Così qualcuno supera il limite e infrange la legalità. Il vento di fuoco lo scotta, lasciando indenni (o quasi) i “teorici”. I disastri provocati dell’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia, di Salvatore Giuliano e della mafia di Monreale, sono ancora lontani; eppure Lino Busà fa capire come sia nato quel fraintendimento e quel periodo di nuova criminalità organizzata, con una parte dello Stato già connivente con Cosa nostra.

L’intreccio funziona, i personaggi sono credibili e le pagine emanano un fascino particolare, come se la Sicilia, così ben descritta anche nei riti religiosi, tanto teatrali da sembrare profani, fosse una terra esotica e non un pezzo d’Italia. Le poche frasi in dialetto muovono la scrittura e aumentato questa sensazione. E funziona anche il trucco letterario di fingere che la storia sia vera, e sia stata raccontata all’autore da un protagonista delle vicende, ormai vecchio e provato dalla galera, incontrato per caso durante una vacanza in Sicilia.

Un ottimo esordio, quindi.
Purtroppo non sorretto dall’editore – Neomediaitalia – che ha trascurato l’editing e la correzione finale, lasciando imperfezioni ed errori addirittura in quarta di copertina. Peccato.

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