Un altro serial killer? Sì, se è quello di Mallock

Copertina MallockDa anni l’immaginario collettivo trabocca di serial killer. Oggi anche il solo repertorio letterario è infinito, da “Il delitto della terza luna” di Thomas Harris (1981) a “Le radici del male” di Maurice Dantec, fino a “Figlio di Dio” di Cormac Mc Carthy e “Il mio nome era Dora Suarez” di Robin Cook alias Derek Raymond. Alcuni straordinariamente efficaci, tutti gli altri ripetitivi, sopra le righe, a volte con una densità di presenza di assassini (e vittime) per chilometro quadrato impressionante. Basti pensare a Kurt Wallander, commissario a Ystad: città svedese con meno di ventimila abitanti e con una dose di serial killer pari a quelli del serial tv “Criminal minds”, che spazia in tutti gli States (e che, in ogni caso, è altrettanto iperbolico). Forse sarebbe il caso di tornare ai delitti “normali. Forse, appunto: perché c’è ancora chi riesce a manovrare con intelligenza questa figura letteraria un poco consumata. È il caso del romanzo “I volti di Dio” del francese Jean-Denis Bruet Ferreol, che si firma con il nome del protagonista di una serie di propri romanzi, Mallock (e/o, 2014, Euro 16.50). La belva che si scatena in una Parigi molto simenoniana è fra le più feroci mai incontrate e colpisce indifferentemente donne, bambini, uomini; è soprannominata “il Truccatore” per la meticolosità con cui compone i corpi delle vittime, che prima ha straziato, e per il trucco con il quale abbellisce i loro volti. Un caso impossibile, che viene per questo affidato al commissario Amédée Mallock, il più bravo, quasi uno stregone per le capacità che ha di collegare dettagli che nessun altro riesce a vedere (anche grazie a pratiche che implicano l’uso di sostanze non proprio “legali”). Quello che non fallisce mai. Anche perché è soprattutto un eccellente “capo”: la sua squadra lo ama, lo segue e, in realtà, lo protegge, soprattutto dai mostri del passato. Quelli per i quali Mallock è certo che Dio abbia abbandonato l’umanità intera. E il nuovo serial killer è lì, pronto a dimostrarlo.
Dov’è la novità? Non nel fatto che la storia del Truccatore abbia addirittura un passato lungo 80 anni, o che abbia lasciato tracce “annusate” (inutilmente) anche dalla mitica Fbi. Lo scarto, positivo, è nella costruzione del personaggio Mallock. Il suo dolore per la morte del figlio; il contrasto fra l’aspetto minaccioso e il cuore pronto ad aprirsi in incertezze e rossori quasi da adolescente. Come nel rapporto con l’infermiera, che vorrebbe amare, Amélie (e il nome non è scelto a caso). La stessa sofferenza che affronta per capire la mente del proprio avversario. Un altro elemento di qualità: la motivazione, insita nel titolo, con cui il mostro uccide; la ricerca della “bellezza” del volto di Dio, nel confronto con l’orrore della realtà. Mallock coglie questi elementi e l’autore fa in modo che anche il lettore arrivi alla medesima conclusione. Al di là della crudeltà di molte scene, dell’odore ferroso del sangue, della paura, che moltiplicano i brividi. Fino alla citazione dal Deuteronomio: “Non farai immagini di me”. Non per tutti, ma da leggere.

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